Squid Game su Netflix: metafora della società sudcoreana

La serie cult di quest’anno è senza dubbio Squid Game, divenuta la serie Netflix più vista e di successo della piattaforma in streaming.

La Corea del Sud, con la sua industria cinematografica è divenuta competitrice dei mercati e dei costumi non solo asiatici ma anche occidentali da qualche anno (basti ricordare il recente successo di “Parassite” o i film con Doona Bae).

La trama: a Seul, Seong Gi-hun, un uomo divorziato e sommerso dai debiti, viene invitato a giocare ad una serie di “giochi tradizionali per bambini” per vincere una grossa somma di denaro. Il protagonista accetta l’offerta e si ritrova in un luogo sconosciuto e sperduto insieme ad altre 455 persone con debiti simili al suo. I giocatori sono tenuti costantemente sotto controllo da delle guardie vestite di rosso e i simboli dei tasti dei joystick, sotto la direzione di “Front Man”, quello che è il capo della struttura. I giocatori scoprono sin da subito che ogni morte aggiunge 100.000.000 won al montepremi finale di 45.600.000.000 won (circa 33.000000 €). Gi-hun fa squadra con altri giocatori, incluso il suo amico d’infanzia Cho Sang-woo, per sopravvivere alle sfide fisiche e psicologiche disumane e atroci sottoposte da quei giochi, guardate con cinismo ed entusiasmo da ricconi stranieri paganti.

La serie ricalca la distopia tecnologica che aveva portato al successo Black Mirror, sempre targata Netflix e inaugurato un filone fantascientifico che vende tanto, intrattiene bene con una storia non troppo originale ma ben costruita, non tutta esplosioni ma con molto sangue e violenza, con però una caratterizzazione dei personaggi piuttosto profonda (essendo sottotitolata, la lingua originale trasmette meglio lo stato d’animo dei personaggi come in tanti film e serie). L’ambientazione è la Corea del Sud di oggi, ma potrebbe già essere già un futuro distopico. La società sudcoreana è l’estremo opposto di quella della Corea del Nord, il totalitarismo comunista di Kim Jong-un che tutti ben conosciamo di fama. In Squid Game c’è Kang Sae-byeok, un’esule nordcoreana che è stata catapultata dal comunismo della Juche dove c’è penuria di cibo, medicinali e di tanto altro al capitalismo predatorio sudcoreano, che è tra i più feroci del pianeta.

Pochi anni fa, alcuni esuli nordcoreani fuggiti avevano raccontato di come avessero nostalgia di alcuni aspetti del Nord rispetto al Sud: la non pervasività della tecnologia, il poco valore del denaro, la vita ancora comunitaria, tutti aspetti ormai defraudati nel ricco ed opulento Sud capitalista, dove la società somiglia a quella statunitense, la cultura del lavoro è come quella giapponese e la misoginia dei vertici sociali è molto alta (tanto da far nascere femministe radicali locali che invocano l’astinenza come strumento di ribellione alla magistratura troppo moderata con le molestie). Un capitalismo vorace che ha fatto un regime culturale intorno al fenomeno del K-Pop, il cui star system muove folle oceaniche in tutto il mondo. Una risonanza mediatica che, però, gli stessi artisti pagano a caro prezzo: per esempio, hanno l’obbligo di restare single, così da risultare più accessibili ai propri fan e strizzare l’occhio ad una società alquanto pudica come quella sudcoreana. Così, i pochi che riescono a sfondare in questo particolare settore, si trovano costretti a vivere in una gabbia dorata, fatta di milioni di dischi venduti, ma anche di depressione, ricatti e cyberbullismo.

Questa è la metafora della società sudcoreana e della sua serie Squid Game: dove la vita è una merce e quella dei più deboli conta poco, se si arriva, come nel caso del protagonista, a firmare la fine dei propri “diritti fisici” per saldare i suoi debiti con la malavita.

Seguici

Cerca nel blog

Chi siamo

Questo blog nasce dall’incontro di tre persone emigrate volontariamente in età adulta dall’Italia in Svizzera e che in questo Paese hanno realizzato esperienze diverse in vari ambiti lavorativi e culturali. 

Ultimi post

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.