White Saviour: la sindrome del “salvatore bianco”

Su Wikipedia l’espressione white savior (dall’inglese: salvatore bianco) si riferisce a “una persona bianca che fornisce aiuto a persone non bianche, tipicamente nel contesto degli aiuti umanitari o missionari, spinto da motivazioni di tipo egoistiche e/o esibizioniste” ed è un concetto ancora poco noto a livello mediatico e popolare.

Sempre più spesso su Facebook e su Instagram (e su altre piattaforme) si incappa in profili e pagine di ragazzi e ragazze apparentemente sconosciuti tra i personaggi che definiremmo “famosi”, spesso in contesti di volontariato, organizzazioni umanitarie e luoghi di guerra o di grande povertà e disuguaglianza. Inizio un po’ a credere che il volontariato delle cause sia un atto squisitamente spontaneo che non necessiti di riflettori, specialmente sui social network. Se faccio il volontario in una mensa per persone senza fissa dimora, non ho bisogno di dimostrarlo ad un pubblico sui social, scattandomi tanti selfie alla ricerca di cuori e mi piace che confermino la mia solidarietà verso gli “ultimi”. La libertà di certi atti è legittima, ma esiste appunto una tendenza sui social rinnovata da un certo esibizionismo delle cause sociali: è spesso la sindrome del ‘salvatore bianco’, meglio codificata nei paesi anglofoni dove il volontariato umanitario non mosso da intenti religiosi è più diffuso che in Italia.

Perché il “salvatore bianco” può essere dannoso?

Se da un lato, il salvatore bianco di persone povere sembra non fare niente di male nell’aiutare persone in contesti di disagio o del Terzo mondo – molto spesso – ad emanciparsi o ad aiutarli nella loro condizione sociale, in realtà non combina mai quasi niente di buono e, anzi, la sua presenza può rivelarsi dannosa. Su internet, cercando un po’, si scopre che il termine venne coniato su Twitter dallo scrittore americano di origine nigeriana Teju Cole su un video virale dell’epoca, “Kony 2012”. Quel breve documentario della ong Invisible Children presentava al pubblico Jacob Acaye, un ragazzo ugandese rapito insieme a suo fratello dal gruppo terroristico noto come ‘Esercito di resistenza del Signore’, di matrice fondamentalista cristiano e sincretico, tutt’oggi operante tra l’Uganda, la Repubblica Centrafricana, il Sud Sudan e la Repubblica Democratica del Congo. Acaye aveva assistito all’omicidio violento del fratello da parte dei guerriglieri. Il docu-video faceva leva sui sentimenti e il suo il regista Jason Russell, bianco, voleva spingere il mondo intero ad arrestare il leader dell’Esercito, Joseph Kony. Gli statunitensi (e gli europei) rimasero turbati dalla storia di Acaye ma si girarono dall’altra parte di fronte alle cleptocrazie e ai sistemi corrotti dell’Africa subsahariana. I salvatori bianchi erano dunque più interessati a soddisfare le proprie esigenze emotive e sensazionalitiche legate ad un episodio virale sul web – certamente atroce e ingiusto – che a mobilitarsi per una causa più generale come la povertà estrema e le guerre civili endemiche nei Paesi africani, scrisse Cole.

Anche in Italia capita di incappare in profili di giovani attivisti e volontari che grazie a queste ‘opere di bene’ sono diventati di fatto degli influencer, scrittori per Mondadori o Rizzoli e degli imprenditori ‘di se stessi’. Non tutti, forse, sono stati mossi da esigenze esibizionistiche e narcisistiche tipiche del “salvatore bianco” in analisi, ma certamente hanno avuto un ritorno che ha ben poco a che fare con la solidarietà verso il prossimo e che si scontra con la coerenza e il messaggio di certe opere di volontariato. L’attivismo oggi è un modo come un altro per emergere in società. Della stessa opinione è anche la politologa con radici britannico-nigeriane Faye Ekong, cresciuta in Ghana dove ha frequentato una scuola svizzera ed è oggi consulente aziendale in Kenya. “Il dibattito è semplice e più che mai attuale. La gente delle comunità locali dovrebbe però essere in prima linea”, sostiene Ekong. Chi aiuta dovrebbe anche chiedersi perché va in un altro paese a migliaia di chilometri per risolvere i problemi sociali esistenti – magari in dimensioni diverse – anche in Europa, in America e in Oceania. La risposta posso darla io: l’esotismo e il cosmopolitismo oggi sono ancora uno status importante nei rapporti sociali, è certamente più impressionante sul CV essere andati ad aiutare i bambini malnutriti del Mozambico che fare il volontario per le donne migranti nella provincia italiana. Esiste poi una sorta di ‘feticismo‘ (non mi sovviene un termine più azzeccato) dei ricchi a farsi vedere aiutare i poveri come l’orribile ‘turismo in baraccopoli‘. A metà degli anni ’90 iniziarono ad organizzarsi tour internazionali con destinazioni nelle aree più svantaggiate dei paesi in via di sviluppo, spesso note come baraccopoli. Sono cresciuti in popolarità, e sono spesso gestiti e pubblicizzati da società professionali. Ad esempio, a Città del Capo, in Sudafrica, oltre 300mila turisti visitano la città ogni anno per vedere gli slum. Il turismo delle baraccopoli è stato oggetto di molte polemiche, con i critici che hanno etichettato gli aspetti voyeuristici del turismo degli slum e delle bidonville come povertà pornografica. Entrambe le critiche e le difese della pratica sono state fatte nelle pagine redazionali di importanti giornali, come il New York Times, il Wall Street Journal, il London Times e altri. Un’accusa primaria che i fautori del turismo della baraccopoli fanno è che “trasforma la povertà in intrattenimento, qualcosa che può essere momentaneamente sperimentato e poi sfuggito”. Dunque qual è la differenza con quelli che una volta erano gli zoo razziali in Europa? I critici del turismo della baraccopoli hanno anche citato il fatto che il Natale e San Valentino sono occasioni per il turismo degli slum, sostenendo ulteriormente la convinzione che gli occidentali spesso visitino i bassifondi (o facciano volontariato in Africa) solo per “sentirsi meglio con se stessi”.

Oggi, una campagna sui social con l‘hashtag #NoWhiteSaviors fa più scalpore di libri e trattati nelle torri d’avorio accademiche degli studi postcoloniali. “Il dibattito sulla decolonizzazione dell’aiuto allo sviluppo viene portato avanti da decenni nel Sud del mondo”, ricorda Ekong. “Nel Nord non se ne è semplicemente resi conto.” Solo l’uccisione di George Floyd negli USA e il movimento Black Lives Matter hanno finalmente smosso le acque. L’aiuto e il supporto occidentale nello sviluppo dell’Africa è fondamentale e preziosissimo, ciò che importa è la cooperazione per uno sviluppo concreto.

Nessuno si domanda se le persone che hanno bisogno di aiuto, si sentano umiliate, giudicate, se fosse meglio chiedere il loro parere, e solo dopo, se necessario, aiutare. Il salvatore bianco dal proprio profilo Instagram, proprio come un neo-colonizzatore, non chiede il permesso, si insinua, si autoproclama salvatore, stavolta in nome del benessere, del progresso, mai ammettendo che la propria posizione avvantaggiata potrebbe invece essere usata a favore delle minoranze e non per alimentare il proprio ego. Quindi, prima di farsi quel selfie inopportuno o di offrirsi volontari per andare in un Paese in via di sviluppo alla ricerca di se stessi, bisognerebbe interrogarsi: voglio aiutare qualcuno o aiutare solo me stesso?

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Questo blog nasce dall’incontro di tre persone emigrate volontariamente in età adulta dall’Italia in Svizzera e che in questo Paese hanno realizzato esperienze diverse in vari ambiti lavorativi e culturali. 

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