27 gennaio: una memoria attiva, vigile sul presente

L’annuale celebrazione del Giorno della Memoria ha sempre avuto un valore fondamentale soprattutto per chi l’ha   intesa come momento di riflessione rivolta anche alla realtà odierna, nel rispetto dello spirito che portò all’istituzione internazionale di questa ricorrenza.

Il Giorno della Memoria fu  infatti istituito con una risoluzione approvata il 1° novembre del 2005 dall’Assemblea  Generale delle Nazioni Unite  sulla cui base  ogni anno il 27 gennaio, in ricordo del giorno in cui nel 1945  le truppe sovietiche liberarono Auschwitz, in tutto il mondo vengono  ricordate   le vittime dell’Olocausto, con un invito esplicito  a tutti  gli Stati a condannare ogni forma di negazionismo della barbarie nazista, promuovendo a tal fine tutte le necessarie iniziative informative ed educative.  

La risoluzione sottolineava anche il carattere attivo di questa memoria con riferimento esplicito alla Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo del 1948 in quanto conteneva un invito esplicito a condannare ogni forma di intolleranza e persecuzione di singole persone o di intere comunità   sulla base delle loro credenze o della loro appartenenza a un determinato umano.

Uno sguardo al mondo di oggi rischia di generare sconforto e rassegnazione: quei diritti umani affermati solennemente nel 1948 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e esplicitamente richiamati nella proclamazione del Giorno della Memoria, nella speranza che gli orrori dell’allora recente passato non si ripetessero, appaiono apertamente calpestati in molte parti del mondo e lasciano spazio all’arbitrio del più forti, sbandierato oltretutto apertamente e senza alcuna remora. come una nuova barbara legge naturale.

Il “Mai più!”allora proclamato contro la possibilità del ripetersi di genocidi appare poco più di una sterile manifestazione di buona volontà che non trova un preciso riscontro nella realtà del mondo attuale, nemmeno in situazioni che ci toccano da vicino.

Dall’Ucraina alla Cisgiordania e alla Striscia di Gaza, al Sudan all’Iran, per citare solo alcuni esempi più presenti nelle cronache di tutti i giorni, non c’è limite al dilagare della violenza e del sopruso, praticati in modo esplicito anche da chi, almeno fino a ieri, si dichiarava difensore dei valori dell’umanità; sembra scomparso anche il diritto internazionale, valido del resto secondo il Ministro degli esteri italiano “fino a un certo punto”. Siamo entrati insomma in pieno nell’era della forza bruta o per dirla con Donald Trump, uno dei suoi massimi responsabili, delle “maniere cattive”. Per tacere di quanto avviene negli Usa dell’era Trump, i migranti sono trattati anche nella civilissima Europa come umanità di serie B e la morte alle frontiere della Fortezza Europa è ormai diventata una tragica routine

Per vari motivi e per vari aspetti la realtà di Gaza e della Cisgiordania, presenta aspetti particolarmente inquietanti e pone problemi particolari anche di fronte alla ricorrenza del 27 gennaio. Israele, lo Stato nato per molti versi come rifugio sicuro per gli ebrei dopo lo sterminio nazista, si è reso responsabile di una situazione di pluridecennale oppressione nei confronti del popolo palestinese, culminata, dopo la barbarica aggressione terroristica del 7 ottobre 2023, nello sterminio tuttora in atto a Gaza, in cui molti ravvisano   le caratteristiche di un vero e proprio genocidio.

 Su vari aspetti  della politica israeliana   stanno indagando organismi internazionali;  la  Corte penale internazionale   ha emesso un mandato di cattura internazionale nei confronti di Benjamin Netanyahu e di altri esponenti del governo israeliano  con l’accusa di crimini di guerra e crimini contro l’umanità  mentre la Corte Internazionale di Giustizia ha ritenuto ammissibile un’indagine sulle accuse a Israele  di praticare un regime di apartheid e  di perpetrare  un genocidio contro i palestinesi a Gaza.

In attesa dei tempi della giustizia internazionale e tenendo conto delle difficoltà che essa incontra nell’imporre il rispetto delle proprie decisioni non è possibile esimersi da una dura   condanna   dell’attuale politica israeliana e da ogni forma possibile di pressione perché essa cessi. Questo imprescindibile atto d’accusa risponde pienamente allo spirito più autentico del Giorno della Memoria e non può in nessun modo essere strumentalmente tacciato di antiebraismo.  L’operato del governo israeliano va misurato e condannato con lo stesso metro usto verso qualsiasi altro governo e non implica certo un’accusa all’intera popolazione israeliana né tantomeno agli ebrei della diaspora che devono essere difesi da ogni episodio di violenza e di intolleranza.

Per coerenza con i principi del 27 gennaio deve essere rafforzata    la memoria degli ebrei e di tutte le vittime innocenti della barbarie nazifascista. Al tempo stesso non vi può essere nessuna forma di indulgenza verso metodi terroristici sfociati nell’orrore del 7 ottobre che di fatto sono anche un ostacolo al riconoscimento dei diritti del popolo palestinese.

Insomma, questo Giorno della Memoria cade in un momento delicato e pericoloso della storia umana; ognuno di noi misura la propria inadeguatezza a incidere su una realtà così complesse ma forse tutti insieme possiamo far sentire la nostra voce, consapevoli che la lotta per i diritti umani è una lotta anche per la difesa e l’ampliamento dei nostri diritti

La disperazione che l’attuale fase storica sembra giustificare è una tentazione a cui non abbiamo il diritto di cedere.

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Questo blog nasce dall’incontro di tre persone emigrate volontariamente in età adulta dall’Italia in Svizzera e che in questo Paese hanno realizzato esperienze diverse in vari ambiti lavorativi e culturali. 

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