Ripensare il progresso
Dipinte in queste rive
son dell’umana gente
le magnifiche sorti e progressive
(G. Leopardi. La ginestra o il fiore del deserto vv.49-51)
Con questi versi, divenuti proverbiali, il poeta ironizzava sulla fiducia cieca che il progresso della ragione e i suoi riflessi sulla società producessero automaticamente un miglioramento della condizione umana.
Lo sviluppo tecnico scientifico degli ultimi secoli non ha affatto eliminato guerre, carestie e dissesti ecologici che, al contrario, si presentano, anche a causa delle modalità di questo sviluppo, in forme sempre più devastanti. Questo mette in discussione la possibilità stessa di utilizzare l’idea di progresso o quanto meno impone una sua radicale ridefinizione se si pensa che esso risulti ancora utile come fattore di crescita umana
Pier Paolo Pasolini in diversi interventi raccolti in Scritti corsari del 1975 opera un importante distinzione fra sviluppo e progresso; il primo, si traduce in un aumento delle capacità produttive delle società economicamente più avanzate e quindi in aumento dei consumi che non implica però necessariamente un aumento della giustizia sociale e della libertà delle persone. Una società insomma può diventare complessivamente più ricca e magari accrescere il suo controllo (spesso distruttivo) sulla Natura ma questo non accresce la felicità degli esseri umani.
Anche Slavoj Žižek, in un suo saggio recentemente tradotto in italiano, critica una visione fideistica di progresso secondo la quale lo sviluppo tecnico-scientifico sarebbe di per sé in grado di risolvere le contraddizioni create dal modello di sviluppo capitalistico senza una modifica degli attuali assetti sociali.
https://www.ponteallegrazie.it/libro/contro-il-progresso-slavoj-zizek-9791255821571.html
Criticare gli equivoci e i danni storicamente prodotti di una malintesa idea di progresso non deve tuttavia significare una negazione della sua possibilità e della sua necessità che anzi vanno difese e salvaguardate, con un aggiornamento alla realtà contemporanea. La riflessione del saggio di Žižek, del resto, non lo induce ad abbandonare la possibilità del progresso di cui tuttavia ritiene necessaria una continua ridefinizione ogni volta che pare compiersi un passo avanti che possa esser definito come progresso.
Rinunciare a misurare i criteri che definiscono il miglioramento delle condizioni di vita significa infatti privarsi di un principio fondamentale di emancipazione come l’intervento di Lea Ypi sull’ultimo numero della rivista Micromega, interamente dedicato ad approfondire questa tematica, sottolinea efficacemente
Il progresso così inteso non è il frutto di processi lineari e irreversibili, come la realtà dei nostri giorni suggerisce amaramente ma un insieme di conquiste da difendere, ampliare e ridefinire continuamente.
Questo tentativo di revisione critica del concetto stesso di progresso non può prescindere dalla considerazione che esso è stato storicamente interpretato come un adeguamento ai canoni di una presunta civiltà occidentale superiore a cui le “civiltà inferiori” si sarebbero dovute adeguare. Questo principio coloniale, non del tutto superato, continua ad essere foriero di oppressione e sfruttamento degli esseri umani e della natura e ha in definitiva offuscato l’idea stessa di progresso.
L’indispensabile revivsone critica dell’idea stessa di progresso , che non ha ovviamente un carattere esclusivamente teorico ma costituisce un preciso progetto culturale e politico, include anche una riaffermazione dei principi di eguaglianza di cui l’illuminismo è stato portatore, purché tali principi siano applicati in modo realmente universale. Paolo Flores d’Arcais sostiene nel suo saggio sulla stessa rivista che proprio il recupero degli elementi più autentici del pensiero illuministico, liberato da interpretazioni distorte, puô indicare questa direzione e contribuire a rilanciare quel progetto di democrazia che appare tradito dalle tendenze del mondo contemporaneo.
Questo indispensabile ripensamento critico implica un processo culturale che integri elementi provenienti da altre culture, in grado di produrre un’idea nuova, critica e plurale del progresso adeguata alle sfide del presente.
Si pensi ad esempio ai pericoli per la stessa sopravvivenza dell’umanità prodotti dallo sviluppo economico predominante nell’ambito del rapporto fra l’uomo e la Natura. Il superamento di questa distorsione può trarre giovamento dal riconoscimento dei diritti della Natura e non può prescindere dal confronto con culture altre, tradizionalmente più rispettose del mondo naturale rispetto a quelle occidentali.
Il progresso, dunque, può essere pensato come fattore trainante del miglioramento della condizione umana se viene inteso in maniera critica e innovativa, come una prospettiva per cui battersi e non come un destino a cui l’evoluzione storica condurrà automaticamente. Resta centrale il tema del potere per determinare la prevalenza delle forze sociali in grado di indirizzare lo sviluppo nella direzione di un miglioramento della condizione umana anziché del profitto di pochi.
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