Dublino e dintorni

L’incapacità dei Paesi europei di affrontare in modo efficace e solidale i fenomeni migratori ha fatto riemergere in questi giorni il tema dell’attuazione della Convenzione di Dublino e dei suoi successivi aggiornamenti. L’insieme di questi accordi regola l’esame delle domande di asilo in uno nei Paesi   dell’Ue e di altri Paesi europei, fra cui la Svizzera, che li hanno sottoscritti.

La prima formulazione della Convenzione risale al 1990 ed entrò in vigore nel 1997.Scopo fondamentale era quello di stabilire a quale Paese spettasse la competenza per l’esame del diritto di asilo, evitando il rimpallo delle responsabilità in merito da un Paese all’altro e togliendo la possibilità a ogni singolo richiedente asilo di formulare la sua richiesta in più di un Paese. La differenza fondamentale era fra i richiedenti asilo che avevano varcato la frontiera in modo regolare e quelli che lo avevano fatto in modo considerato irregolare. Nel primo caso se il richiedente asilo aveva un membro della famiglia   legalmente residente in uno dei Paesi contraenti, tale Paese era responsabile della nuova richiesta d’asilo.

Il problema le cui conseguenze si trascinano fino ai nostri giorni riguardava i richiedenti asilo entrati in modo irregolare: in questo caso l’esame della domanda di asilo spettava al primo Paese d’ingresso. Anche i successivi aggiornamenti della Convenzione denominati Dublino II e Dublino III rispettivamente del 2003 e del 2013 validi per tutti i Paesi Ue e sottoscritto da altri Paesi europei fra cui la Svizzera hanno mantenuto il principio della responsabilità del Paese di primo ingresso nell’esame della richiesta di asilo; Dublino III ha introdotto   maggiori garanzie riguardo alla famiglia, ai minori e alle condizioni di accoglienza,

Dal 12 giugno 2026 è poi entrato in vigore il nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo che non modifica il principio della prima accoglienza per i migranti entrati in modo irregolare ma introduce un principio di solidarietà; in base a esso i Paesi sottoposti a una particolare pressione migratoria, individuati attualmente in Italia, Spagna, Grecia e Cipro, possono ricevere aiuti dagli altri Stati sotto forma di redistribuzione dei migranti, aiuti finanziari o altre forme di aiuto. Ogni ano viene stabilito il numero di migranti ricollocati in Paesi diversi da quello di primo arrivo del richiedente asilo o delle compensazioni economiche sostitutive. Per il 2026 è prevista una ricollocazione di 21.000 migranti o misure equivalenti e tali cifre non muteranno qualunque sia il numero di richiedenti asilo che arriveranno nei Paesi Ue del Mediterraneo. Se si considera che nel 2025 solo in Italia sono sbarcati 66.000 migranti ci si rende conto della limitatezza della solidarietà europea. Se a questo si aggiunge che Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia, per motivi diversi non partecipano a questo meccanismo di solidarietà ci si rende conto della sua inadeguatezza.

Con il nuovo Patto le procedure per trasferire i cosiddetti dublinanti nel Paese di primo ingresso sono diventate più veloci e stringenti, come gli avvenimenti di questi giorni dimostrano. Il nodo fondamentale resta l’incapacità di un’azione europea collettiva per cui i richiedenti asilo che entrano in modo irregolare in un qualsiasi Paese europeo dovrebbero esse presi in carico in modo egualitario da tutti i Paesi dell’Ue e non essere a carico prevalentemente dei Paesi più facilmente raggiungibili per evidenti motivi geografici.

 Il meccanismo riguardante l’esame delle domande di asilo introdotto con la Convenzione di Dublino fu concepito in una situazione europea e mondiale totalmente diversa da quella attuale e nel corso del tempo si è rivelato fallimentare. Nel 1990, quando la Convenzione di Dublino fu sottoscritta, il volume dei flussi migratori era nettamente inferiore a quello attuale e gli ideatori dell’accordo immaginavano che esso sarebbe stato relativamente omogeneo fra i vari Paesi, ipotesi radicalmente smentita dalla realtà degli anni successivi. Inoltre, in quell’epoca non esisteva la libera circolazione delle persone all’interno dell’Europa. I migranti che sbarcano nei Paesi Ue del Mediterraneo non hanno in genere nessuna intenzione di chiedervi asilo ma sono intenzionati a farlo in altri Paesi del Centro e Nord Europa che cercano in ogni modo di raggiungere.

I Paesi mediterranei dell’Ue sarebbero i più interessati a un radicale superamento delle regole sulla responsabilità delle domande di asilo e questo rende ancora più incomprensibile la strumentale rottura in chiave sovranista provocata dal governo italiano nei confronti della Spagna con lil pretesto della crisi di Ceuta.

In ogni caso la mancata volontà di farsi complessivamente carico in modo solidale e unitario del problema è l’ennesima dimostrazione della crisi del progetto europeista e del prevalere nei singoli Paesi di miopi logiche nazionalistiche che finiscono inevitabilmente per favorire la crescita delle forze di estrema destra.

È inoltre lecito domandarsi  con grande preoccupazione quale sarà la risposta di un’Europa così chiusa alla solidarietà quando, in un futuro che già bussa alle porte, la crisi climatica produrrà migrazioni ben  più rilevanti,

Seguici

Cerca nel blog

Cerca

Chi siamo

Questo blog nasce dall’incontro di tre persone emigrate volontariamente in età adulta dall’Italia in Svizzera e che in questo Paese hanno realizzato esperienze diverse in vari ambiti lavorativi e culturali. 

Ultimi post

Dublino e dintorni

L’incapacità dei Paesi europei di affrontare in modo efficace e solidale i fenomeni migratori ha fatto riemergere in questi giorni il tema dell’attuazione della Convenzione

Leggi Tutto »