Il 7 ottobre di tre anni fa gruppi armati di palestinesi composti da miliziani di Hamas e di altri gruppi armati facevano irruzione da Gaza in zone israeliane limitrofe, causando la morte di 1200 persone e il rapimento di altre 250, molti deille quali quali morte in seguito, e abbandonandosi a ogni genere di violenza, Fra le vittime molti giovani che partecipavano a un festival musicale e abitanti di alcuni kibbutz, alcuni dei quali ebrei progressisti favorevoli a forme di collaborazione con i palestinesi a una soluzione pacifica del conflitto. Si è trattato di un episodio di violenza indiscriminata, in gran parte contro cittadini inermi colpevoli solo di essere israeliani. Il fatto che questo episodio si collochi in una situazione di grave oppressione pluridecennale della popolazione palestinese di Gaza e della Cisgiordania e di grave discriminazione per i palestinesi con passaporto israeliano non giustifica in alcun modo la violenza brutale perpetrata il 7 ottobre.
A questo criminale attacco terroristico ha fatto seguito una reazione ancora più violenta dell’esercito israeliano contro la popolazione di Gaza che ha assunto le caratteristiche della pulizia etnica e del genocidio.
Si discute molto sull’ambiguità del governo e dei servizi segreti israeliani che hanno ignorato tutti i segnali che indicavano la preparazione dell’azione di Hamas.Senza cadere nel complottismo, lo spregiudicato tentativo di Netanyahu di favorire o quanto meno di tollerare nel corso degli anni lo sviluppo del radicamento di Hamas da contrapporre all’Autorità Nazionale palestinese stanziata in Cisgiordania ha facilitato l’orrore del 7 ottobre e ha fornito l’occasione per un’azione repressiva senza precedenti contro la popolazione di Gaza; allo stesso tempo i coloni israeliani hanno potuto imperversare liberamente anche in Cisgiordania. Ecco perché il 7 ottobre è una data drammatica non solo per Israele che ha subito il più grave attacco dalla sua fondazione ma per gli stessi palestinesi che hanno visto ulteriormente peggiorare la loro condizione. La condanna morale ma anche politica dell’orrore del 7 ottobre non è affatto in contraddizione con un giudizio duramente negativo sulla politica di oppressione che Israele esercita da sempre nei confronti della popolazione palestinese.
Chi afferma che tutto è iniziato il 7 ottobre, giustificando in qualche modo l’indiscriminata violenza esercitata da Israele contro tutti i palestinesi, finge di ignorare la condizione in cui si trova la popolazione palestinese in pratica dalla creazione dello Stato di Israele.
L’azione del 7 ottobre ha fallito gli obiettivi politici che si era proposta e oggi la causa palestinese è più debole che mai e i costi umani pagati dagli abitanti di Gaza e della Cisgiordania sono inenarrabili. La prospettiva della creazione di uno stato palestinese appare oggi quanto mai lontana a causa dall’espansione israeliana si territori occupati e della sostanziale acquiescenza delle potenze mondiali a tale politica. Anche l’Ue sta compromettendo in quest’area buona parte della propria credibilità dimostrandosi incapace, a parte qualche gesto isolato di buona volontà, di opporsi in qualche modo all’aggressività di Israele, con cui al contrario molti Paesi continuano a coltivare rapporti di collaborazione, perfino in ambito militare
Uno dei drammi del popolo palestinese è la totale inadeguatezza della propria dirigenza politica contrassegnata da profonde e spesso sanguinose divisioni politiche.
L’Anp, che amministra formalmente la Cisgiordania, ha mostrato una totale debolezza nei confronti del governo israeliano che non è servita in alcun modo a migliorare la condizione del proprio popolo. A questo si è aggiunto un elevato tasso di corruzione che ne ha ulteriormente accentuato il discredito, elementi su cui si è innestata la crescente popolarità di Hamas che ha radicato col tempo la propria presenza a Gaza. Il favore popolare acquisito con una sorta di welfare surrogato nei confronti della popolazione di Gaza ha lasciato il posto all’azione prevalente e ingombrante dell’ala militare di Hamas che oggi ha subito fortemente la repressione israeliana a cui però continua a contrapporre forme di resistenza armata, senza rinunciare a esercitare la propria violenza anche contro i palestinesi che si ribellano al suo controllo.
La causa palestinese ha d’altra parte acquisito una crescente popolarità agli occhi dell’opinione pubblica mondiale che si spera possa tradursi in un cambiamento del clima internazionale, senza il quale appare impossibile che la situazione si sblocchi. L’eventuale sconfitta di Netanyahu nelle imminenti elezioni israeliani, pur non garantendo di per sé un cambiamento della politica israeliana, potrebbe comunque innestare una dinamica con possibili sbocchi positivi sia pure non immediati.
E nel frattempo, fra mille difficoltà anche il popolo palestinese potrebbe dotarsi di una classe dirigente all’altezza della situazione.
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