Apartheid: ieri, oggi e domani?

Questo termine della lingua afrikaans dei coloni bianchi del Sudafrica indica la politica istituzionalizzata di segregazione razziale praticata nell’Unione Sudafricana, colonia e poi dominio britannico, divenuto Repubblica Sudafricana con l’indipendenza del 1961.

Nel 1973 l’Assemblea generale dell’Onu denunciò la politica di apartheid come crimine contro l’umanità, con preciso riferimento alla situazione sudafricana ma con una visione giuridica estesa anche all’eventuale verificarsi di situazioni analoghe. 

Solo la scarcerazione del leader nero Nelson Mandela e la sua elezione a Presidente della Repubblica, dopo la fine del dominio bianco e l’introduzione del suffragio universale, pose fine a questa disumana forma di oppressione legalizzata.

Il termine apartheid viene utilizzato per estensione nel linguaggio politico e del diritto internazionale ogni volta che s’intendono indicare politiche di emarginazione e discriminazione a danno di determinate persone o gruppi.

Amnesty international in particolare ha denunciato come politica di apartheid quella praticata dal governo del Myanmar nei confronti della minoranza etnica dei Rohigya.

Particolare scalpore ha suscitato l’accusa allo stato di Israele di praticare l’apartheid nei confronti dei palestinesi rivolta da varie organizzazioni che si battono per i diritti umani quali Human Rights Watch ma anche dall’israeliana B’Tselem . 

In un rapporto di 162 pagine pubblicate all’inizio di quest’anno, Amnesty International, a sua volta, ha accusato le autorità israeliane di praticare una politica di apartheid nei confronti dei palestinesi in Israele e nei territori occupati e sollecita la messa in atto delle procedure previste dal diritto internazionale, suggerendo al tempo stesso una serie di misure per smantellare il sistema di segregazione. Oltretutto il rapporto citato, denuncia che, con una legge approvata nel 2018 dal parlamento israeliano, gli elementi fondanti del sistema di apartheid sono stati di fatto istituzionalizzati.

L’accusa a Israele di praticare una forma di apartheid è stata fatta propria nel marzo scorso anche da Michael Lynk, relatore speciale dell’Onu per i diritti umani nei territori palestinesi, secondo il quale “l’apartheid non è purtroppo un fenomeno relegato nei libri di storia che riguardano il Sud Africa”.

Il governo israeliano ha respinto con veemenza questa accusa ma resta il fatto che, a parte le possibili divergenze  sull’uso del termine apartheid in senso strettamente giuridico, i palestinesi vivono in una situazione di grave discriminazione che rischia di aggravarsi con l’esito delle recenti elezioni israeliane, a seguito delle quali verrà costituito un governo in cui avranno un ruolo determinante formazioni politiche di estrema destra, i cui programmi rischiano di acuire ulteriormente le tensioni.

 La prospettiva di un mondo ispirato a forme di apartheid rischia di uscire dall’ambito delle distopie fantascientifiche per diventare una realtà concreta i cui primi segni sono già visibili.

Lo sviluppo tecnologico con la crescente automazione combinato con le conseguenze della crisi climatica, in un quadro mondiale segnato da enormi diseguaglianze sociali, rischia di creare le condizioni per la nascita di nuove forme di esclusione e segregazione. Il primo fenomeno potrebbe rendere sempre più inutile l’attività di milioni di lavoratori nella produzione della ricchezza mentre le conseguenze del riscaldamento climatico rischiano di rendere sempre più scarse le risorse disponibili, già di per sé insufficienti a far fronte alla crescita della popolazione mondiale.

 Per dirla con Zygmunt Baumann milioni di persone potrebbero diventare “vite di scarto” non “riciclabili” sul mercato del lavoro e non più necessarie per creare la ricchezza di pochi privilegiati, qualora questi ultimi dovessero conservare il controllo della politica e dell’economia.

 Chi se lo può permettere tende già oggi a rinchiudersi in  lussuose situazioni abitative superprotette e supersorvegliate che spesso  sorgono accanto a quartieri poveri e privi dei servizi essenziali.

“Conformazioni spaziali di questo tipo – osserva Valerio Renzi – mostrano non solo la crescente sperequazione sociale ma l’accaparramento di risorse e il loro utilizzo da parte di pochi”. https://www.fandangolibri.it/prodotto/fascismo-mainstream/

Alcuni privilegiati, poi, si illudono di sfuggire alle possibili apocalissi in arrivo   progettando addirittura di rifugiarsi in bunker collocati su isolette sperdute o in Nuova Zelanda che sta diventando la terra promessa dei paperoni, specie statunitensi; fra questi spiccano molti appartenenti alle élite della Silicon Valley che, anziché applicarsi a studiare i modi per mettere le loro invenzioni tecnologiche al servizio di nuove pratiche sociali egualitarie, tentano di sfuggire alle conseguenze delle devastanti applicazioni attuali di quanto da essi stessi creato.

La posta in gioco è ben illustrata dagli scenari prospettati dal teorico neosocialista Peter Frase nel saggio Quattro modelli di futuroLa gestione delle innovazioni tecnologiche e delle risorse potrà dare vita a sbocchi diametralmente opposti a seconda di come verrà affrontato e risolto il problema delle diseguaglianze sociali. Gli scenari peggiori legati al mantenimento degli attuali squilibri sociali e nei rapporti fra i popoli produrrebbero inevitabilmente forme di segregazione con possibili sbocchi totalitari che richiamano sinistramente il regime nazista. Anche le politiche migratorie attualmente praticate dai Paesi sviluppati, Unione europea compresa, rispondono alla logica di creare fortezze inaccessibili e protette militarmente rispetto all’invasione dei disperati del mondo. A triste conferma di questa analisi giungono le recenti vicende italiane relative ai naufraghi salvati dalle navi delle Ong a proposito dei quali si parla apertamente di “sbarchi selettivi” e addirittura di “carico residuale” con riferimento a degli esseri umani, vite di scarto appunto il cui destino non è degno di nessuna particolare attenzione.

Frase indica chiaramente la possibilità di evitare gli esiti drammatici sopra raffigurati che presuppongono ovviamente profondi mutamenti sociali. La visione di Frase ha il merito di eliminare l’illusione che la tecnica possa miracolosamente risolvere i problemi del mondo senza una messa in discussione radicale degli attuali rapporti di forza fra le classi sociali e un superamento delle crescenti diseguaglianze.

Insomma, nel nostro futuro sembra profilarsi un’alternativa secca fra un sistema di redistribuzione equa delle risorse disponibili e un mondo dominato dalla barbara prevalenza dei più forti, arroccati nella violenta conservazione dei loro privilegi.

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Questo blog nasce dall’incontro di tre persone emigrate volontariamente in età adulta dall’Italia in Svizzera e che in questo Paese hanno realizzato esperienze diverse in vari ambiti lavorativi e culturali. 

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