Assessora

Chi ha paura dell’assessora

Gaia Romani, entrata a far parte della giunta del sindaco Sala a Milano, ha deciso di apporre sulla porta del suo nuovo ufficio una targhetta con la scritta “assessora”, al posto della precedente che recava la dicitura “assessore”, pubblicizzando sui social il suo gesto. 

Questa iniziativa ha suscitato reazioni contrastanti, fra le quali spiccano quelle contrarie, talvolta violente e offensive. Senza sopravvalutare queste ultime, che sono le più rumorose ma non certo le più significative, vale la pena di prendere in considerazione le altre obiezioni a questa scelta   classificabili. nella sostanza, secondo una tipologia che si ripete in casi analoghi. Non è la prima volta, infatti, che declinare al femminile i nomi di una professione o di una   carica pubblica o far precedere una forma invariabile da un articolo al femminile, suscita in Italia (e non solo) vivaci opposizioni, specialmente quando a prendere posizione in merito sono donne che hanno raggiunto un qualche livello di notorietà.

Tutti ricordiamo il polverone sollevato dalla richiesta di Laura Boldrini, quando ricopriva l’incarico di presidente della Camera, di essere definita la Presidente o del suo invito a rivolgersi a lei chiamandola Signora Presidente.

 Tornando al recente caso milanese, le critiche sui social all’uso del termine “assessora” vanno dall’accusa di fare violenza alla lingua italiana, creando parole cacofoniche o scorrette, alla pretesa neutralità dei maschili già esistenti, fino all’affermazione che l’uso del femminile sarebbe svilente per le donne stesse e all’immancabile conclusione che i problemi delle donne sarebbero ben altri.

Vera Gheno una linguista molto attenta alle questioni di genere nel linguaggio, ha confutato da tempo, in un’efficace sintesi divulgativa, le motivazioni che vengono immancabilmente addotte in casi simili contro l’uso del femminile.

Tralasciando le accuse di scorrettezza grammaticale che Gheno confuta puntualmente, mi pare particolarmente superficiale la tesi di chi ritiene che l’uso della forma del femminile, in questi casi particolari, sarebbe   sostanzialmente inutile e non recherebbe alcun vantaggio al ruolo della donna nella società.

Sono invece convinto che le parole non siano una materia inerte, che la loro scelta implichi al contrario una visione del mondo e che la diffusione di certe parole al posto di altre sia un contributo a interpretare e anche a cambiare la realtà. Alzi la mano chi al termine assessore, sindaco o medico non associ, almeno istintivamente, una figura maschile; definire i nomi delle cariche e delle professioni anche al femminile significa intanto prendere atto di una realtà in via di mutamento e al tempo stesso riconoscere la piena dignità delle donne a svolgere qualsiasi ruolo nella società.

Altrettanto discutibile la posizione di chi respinge l’uso del femminile in quanto determinate parole non esisterebbero nella lingua italiana. Questo punto di vista implica una concezione statica della lingua che invece è un organismo vivente che si adatta alle esigenze dei parlanti. In alcuni casi poi non si tratta nemmeno di creare delle parole nuove ma di recuperare termini femminili già esistenti nella lingua italiana e caduti in disuso; è il caso di “medica”, utilizzato fra l’altro da Torquato Tasso nella Gerusalemme liberata e attestato dal Dizionario della lingua italiana di Tommaseo e Bellini, pubblicato a partire dal 1861

Nella maggior parte dei casi si ha l’impressione che la resistenza alla lemmatizzazione delle forme femminili sia in realtà di tipo culturale e che esprima una difficoltà ad accettare il diritto delle donne a   occupare il ruolo che spetta loro nella società, con le conseguenze anche linguistiche che questo comporta.

Sorprende che talvolta siano   anche alcune donne a manifestare questa resistenza e che in tal caso difendano il loro diritto a utilizzare la forma maschile, ritenuta neutra e più autorevole, per definire il loro ruolo sociale. 

 Ora è chiaramente inverosimile imporre un cambiamento linguistico per legge ma è altrettanto prevedibile che, una volta che esso si verifichi, risulti inevitabile che tutti vi si adeguino.

Non resta che augurare buon lavoro alla giovane assessora del comune di Milano e prepararsi magari fra pochi giorni a salutare la nuova Presidente della Repubblica.

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Questo blog nasce dall’incontro di tre persone emigrate volontariamente in età adulta dall’Italia in Svizzera e che in questo Paese hanno realizzato esperienze diverse in vari ambiti lavorativi e culturali. 

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