Il traffico automobilistico e la circolazione motorizzata   in genere causano sia costi diretti a carico degli utenti motorizzati   che costi “nascosti” definiti esterni che non vengono compensati   da chi li causa.

 I costi diretti vengono coperti dai guidatori pagando la benzina, le tariffe autostradali e le imposte di circolazione, mentre i costi esterni, quali i danni all’ambiente e alla salute provocati dalla circolazione veicolare ricadono sull’intera collettività. Il traffico veicolare è infatti una delle cause principali dell’inquinamento dell’aria, del suolo, dei danni in generale alla natura e all’ambiente ed è inoltre responsabile di incidenti con relativi costi sanitari.

 Il calcolo di questi costi esterni e la ricerca di una modalità per ripartirli in modo più equo sono oggetto da anni di una discussione all’interno del Consiglio cantonale di Zurigo i cui termini sono stati sintetizzati dal quotidiano zurighese Tages Anzeiger. Si tratta di dati e riflessioni che, pur partendo da una situazione locale, si prestano a essere generalizzati.

Ecoplan, una società svizzera di ingegneria e Architettura ambientale, ha calcolato, su incarico del Governo federale, che, sull’intero territorio svizzero, i costi esterni del traffico automobilistico ammontano a 16 miliardi di franchi all’anno, che corrispondono a 1600 franchi per ogni abitante.

Nei giorni scorsi la stessa società ha calcolato in 1618 milioni di franchi i costi esterni annui relativi al Cantone di Zurigo.

Nel 2019 il Consiglio cantonale aveva appoggiato a maggioranza un’iniziativa parlamentare presentata dal verde liberale Thomas Wirth che prevedeva appunto che ogni automobilista zurighese si facesse carico interamente anche dei costi esterni.

Le   commissioni cantonali che hanno esaminato l’iniziativa, come in precedenza il governo cantonale, hanno espresso in merito un parere negativo.  In primo luogo, si fa rilevare come addossare ai soli utenti del traffico motorizzato i costi esterni, riversandoli sull’imposta  di circolazione, implicherebbe   di quintuplicarne il costo medio che dovrebbe ammontare a ben 2.000 all’anno pro capite. Particolarmente colpiti risulterebbero i titolari di attività commerciali per i quali si rivelerebbe   difficile distinguere fra veicoli privati e veicoli commerciali.

In commissione l’iniziativa è stata appoggiata solo dai due partiti verdi mentre alla prevedibile opposizione dei partiti di destra e di centro si è aggiunta anche quella dei socialisti e della lista di sinistra radicale che nel 2019 avevano votato a favore.  I rappresentanti di queste due ultime formazioni hanno rilevato come l’impossibilità, per mancanza di dati, di far pagare l’imposta  di circolazione in proporzione ai chilometri percorsi, finirebbe per essere punitivo nei confronti di chi usa poco l’auto e non indurrebbe a comportamenti virtuosi.

L’eventuale applicazione di uno strumento di rilevazione oggettiva del chilometraggio di ogni singolo veicolo non è di competenza del Cantone e dovrebbe semmai essere decisa a livello nazionale. Le due forze di sinistra temono inoltre che l’approvazione dell’iniziativa potrebbe tradursi    in una penalizzazione per i ceti economicamente più deboli che spesso  sono costretti a utilizzare  il proprio mezzo per  recarsi al lavoro o come strumento di lavoro, specie se vivono in zone periferiche servite in modo meno efficiente dai sevizi pubblici.

L’iniziativa verrà ora nuovamente sottoposta al voto del Consiglio cantonale, con buone probabilità stavolta di essere respinta

Nonostante la difficoltà di trovare soluzioni questo dibattito ha avuto il merito di portare alla luce questioni di rilevante importanza non solo in Svizzera.

La monetizzazione dei danni che il traffico motorizzato produce all’ambiente e alla salute non pare la soluzione migliore per risolvere il problema. Un contributo importante verrà naturalmente dalla graduale eliminazione, prevista, almeno nei Paesi dell’Ue, dei motori a combustione interna che non utilizzino combustibili sintetici a emissioni zero.

Si tratta comunque di un provvedimento parziale e di lenta attuazione, anche per le resistenze che sta incontrando non solo da parte del governo italiano, che comunque non brilla certo per ambientalismo.

Nel frattempo, occorre scoraggiare il più possibile l’uso dei mezzi privati, favorendo l’utilizzo massiccio dei trasporti pubblici; la Svizzera da questo punto di vista appare ben attrezzata anche se, come abbiamo visto, i problemi non mancano neppure in terra elvetica, dove comunque la questione principale è rendere appetibili i prezzi dei mezzi pubblici.

Qualunque provvedimento di riduzione del traffico privato, per avere successo, deve essere socialmente accettabile; l’esperienza della rivolta dei gilet gialli, partita da un aumento del prezzo dei carburanti che colpiva soprattutto i ceti medio-bassi, senza offrire loro adeguate contropartite, dovrebbe aver insegnato qualcosa.