Dante come Mosè: la terra promessa della lingua del sì

Ero appena laureato e, in attesa del concorso, insegnavo nella più prestigiosa scuola di lingua italiana per stranieri di Firenze. 

Una volta l’italiano per stranieri s’insegnava sulle strutture grammaticali e il vocabolario. Adesso si fa in modo diverso.

Quegli anni di insegnamento in Piazza Spirito furono una buona palestra dove approfondire sul campo le strutture della lingua e del perché essa si trasformi. All’università avevo avuto maestri d’eccellenza: Arrigo Castellani e Nicoletta Maraschio per Storia della Lingua italiana e D’Arco Silvio Avalle per Filologia romanza. Due modi opposti di vedere la lingua italiana e le lingue. Castellani sosteneva, per esempio, che certi suoni dell’italiano moderno non fossero originali, e auspicava che il suono sc (fricativa postalveolare sorda) dovesse ritornare ad essere pronunciato c (affricata postalveolare sorda)

Un certo professor Lo Cascio, linguista proveniente dalle Calabrie, fu una volta invitato a tenere una conferenza da noi. Castellani si ostinava a chiamarlo Lo Cacio, formaggio insomma, con la c un po’ strascicata del fiorentino. Vi fu un battibecco divertente: quando Castellani lo invitò a cominciare il suo intervento chiamandolo… Professor Lo Cacio. 

Per Castellani lo smog era una parola disgustosamente straniera, ma si doveva dire fubbia, sintesi di fumo e nebbia. Curioso che qualche anno dopo, appena mia figlia Costanza cominciò a parlare, ella definisse guilante il voltante per guidare la nostra Y10.

Avalle invece aveva tutt’altre prospettive, forse perché era di Cremona, di madre ginevrina ed un cultore di Ferdinand de Saussure, Jakobson, Spitzer, Levi-Strauss, Roland Barthes. Ricordo che una volta si mise a parlare di Gigi Proietti che aveva visto in un spettacolo illustrandoci le mimetiche capacità linguistiche dell’immenso Mandrake, rimarcando come fosse colmo di intensità quell’”a me me piace”  che le professoresse condannano al rosso.

Per me, nato e cresciuto in Santa Croce, a 200 metri da dove probabilmente era la vera casa di Dante, il rigore fiorentino di Castellani mi riempiva di gigliato orgoglio. Ma le lezioni di Avalle, le sue partenze tangenziali ai confini della materia… e oltre, mi affascinavano. Tra le cose che ricordo con chiarezza, insieme a quelle che riaffiorano via via in questi coatti tempi di riflessioni, ce n’è una che probabilmente mi rende inadatto a reclamare la purezza della lingua italiana: noi professori e grammatici – diceva in sostanza Avalle – possiamo fissare regole e intimare di rispettarle, pena una sfilza di segni blu sui nostri compiti in classe; possiamo scandalizzarci per come parlano veline e calciatori e rimpiangere l’uso del congiuntivo, ma poi la lingua, volenti o nolenti, fa quello che vuole, accetta o rifiuta elementi secondo leggi (o tendenze) spesso mutabili e misteriose, infischiandosene delle grammatiche. Era convinto che ogni lingua rispondesse anche a leggi fisiche e fisiologiche, in primis quella del massimo dei risultati con il minimo sforzo. Quando al supermercato di via Masaccio sentivo l’altoparlante dire “Levate le macchine in doppia fila, perché c’è i vigili”, quel singolare, censurabile dalle professoresse, mi confermava come Avalle avesse ragione: il significante c’è (minimo e rapido nell’articolazione) rispondeva pienamente al pericoloso significato (i vigili = multa e carro attrezzi).

La correttezza della lingua non deve essere solo formale, ma soprattutto sostanziale. Ammiro molto il lavoro di Nanni Moretti, ma il “chi parla male pensa anche male” mi trova parzialmente d’accordo. Il male non sta nelle parole, ma nel loro significato e in ciò che questo produce. Abbiamo esperienza di deprecabili personaggi che con un corretto ma fanfarone latinorum si aggirano per il mondo con l’intenzione di fare del male al prossimo.

La vitalità di una lingua è proporzionale alla sua capacità di implementare i funzionali cambiamenti suggeriti da proposte esterne. Senza tale vitalità diremmo ancora equus e non cavallo (da caballus, cavallo generalmente castrato usato dai contadini), e ignis, al posto di fuoco (da foco, la fiamma del focolare domestico).

Lo stesso Arrigo Castellani, il cui nome di battesimo è un Enrico toscanizzato, ci segnalava una sfilza di bassi germanismi entrati nel volgare e poi nell’italiano già dall’epoca delle prime invasioni. Che dovremmo fare allora adesso? Revisionare il vocabolario e buttare a mare tutti i clandestini della lingua?

È vero: è l’anno di Dante. Ma non tiriamolo per la giacchetta. Se egli fu il primo ad avere coscienza di una lingua italica, dopo di lui vi sono altri che hanno contribuito sostanzialmente alla costituzione dell’italiano: i primi che mi vengono in mente sono l’aretino Petrarca, il genovese Leon Battista Alberti, autore della prima grammatica italiana, il lombardo Manzoni, Collodi, l’autore italiano più tradotto nel mondo insieme a Guareschi e Eco.

Ho spesso arditamente paragonato Dante a Mosè, che guidò con determinazione il suo popolo alla fino ai confini della terra promessa senza entravi, lasciando a Eleazaro e Giosuè il compito di guidare il popolo d’Israele nella terra di Canaan.

Quando insegnavo alla scuola di lingua a Firenze mi capitò di avere un giapponese che insegnava Lingua e Letteratura latina all’università di Tokyo. Era venuto naturalmente a Firenze per imparare l’italiano dove lui credeva fosse nato. Da vero giapponese, prima di venire a Firenze, si era imparato a memoria la Commedia. Cosa fattibile, basti pensare a Benigni o ai declamatori toscani di ottavine che sanno a memoria il Furioso.

Sotto la scuola c’era un bar dove studenti e insegnanti andavamo a prendere il caffè. Un giorno Enzo, il barista, mi disse: “È venuto un vostro studente giapponese e parlava in modo strano. Ma i ‘cche vu’ gl’insegnate a questi studenti?”. Il professore giapponese, convinto dantista, tentava di parlare come il padre della lingua italiana. Ma nessuno lo capiva.

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