La disobbedienza civile è il rifiuto da parte di gruppi di cittadini di obbedire a una legge ritenuta ingiusta attraverso manifestazioni politiche di dissenso.
Il termine fu coniato in inglese dal filosofo americano Thoreau che nel 1857 si rifiutò di pagare le tasse che servivano per finanziare la guerra contro il Messico.
La pratica della disobbedienza civile può apparire del tutto giustificata quando ci si oppone a leggi palesemente ingiuste emanate da governi dispotici e quindi privi di legittimità popolare che impediscono ai cittadini di esprimere la propria opinione e calpestano esplicitamente qualunque principio di umanità.
Associata a principi di non violenza può rivelarsi, in questi casi, più efficace poiché tali regimi dispongono di una potenza schiacciante a cui potrebbe risultare rovinoso ancorché legittimo opporsi con metodi violenti.
Quando invece questa forma di lotta viene attuata in Paesi con un tasso più o meno alto di democrazia, potrebbe sorgere il sospetto che la disobbedienza civile non sia legittima in quanto il legislatore è comunque espressione di una maggioranza democratica che si è potuta esprimere liberamente in presenza oltretutto di istituzioni democratiche che possono sempre rimediare a eventuali ingiustizie. Spesso tuttavia le istituzioni rappresentative non rispondono adeguatamente a questo tipo di sollecitazioni e in tal caso una spinta da parte di movimenti che si muovono dal basso può provocare l’intervento del legislatore realizzando di fatto I un rafforzamento della democrazia. In alcuni casi si tratta poi di prevedere nuovi diritti creati da evoluzioni storiche e da nuove dinamiche sociali o di garantire il legittimo rispetto dei diritti di una minoranza.
Del resto, la storia dimostra ampiamente quanto la disobbedienza civile sia il sale della democrazia; si pensi, per fare solo due esempi, alla lotta per il suffragio universale delle donne inglesi o alle battaglie contro la segregazione razziale negli Usa che ebbero un ruolo decisivo nel sollecitare interventi normativi e legislativi che di fatto rafforzarono e ampliarono la democrazia dei due Paesi.
Goffredo Fofi in un saggio significativamente intitolato Elogio della disobbedienza civile sostiene che la disobbedienza può essere anche incivile, quando per esempio una minoranza si rifiuta, al solo scopo di perseguire un proprio egoistico tornaconto, di pagare le tasse imposte legittimamente da un’autorità democratica.
https://www.edizioninottetempo.it/it/elogio-della-disobbedienza-civile-nuova-edizione
Qual è dunque il criterio per distinguere i due tipi di disobbedienza, visto che oltretutto l’evasore fiscale dell’esempio citato potrebbe essere convinto di essere nel giusto?
Secondo la filosofa politica Teresa Serra, citata da Fofi, la disobbedienza civile è “una violazione disinteressata pubblica e pubblicizzata di una di una legge valida emanata da un’autorità legittima” Alla cosiddetta disobbedienza incivile manca senz’altro il requisito del disinteresse ma anche, tenendo conto di come, ad esempio, viene praticata l’evasione fiscale. la caratteristica di essere pubblica e pubblicizzata.
Recentemente il movimento Extincion Rebellion si è appellato ai principi della disobbedienza civile per compiere una serie di azioni illegali ma non violente per sollecitare una maggiore attenzione dell’opinione pubblica e un’azione incisiva dei governi sui problemi posti dalla crisi climatica.
Nonostante lo scalpore che questi gesti hanno suscitato si è trattato di azioni in gran parte dimostrative che non sembrano aver prodotto danni alle opere d’arte e agli edifici presi di mira con armi in sostanza innocue quali prodotti alimentari o vernice lavabile.
Tali azioni esprimono soprattutto la disperazione di fronte all’assoluta inadeguatezza e all’incoerenza delle autorità pubbliche sulle fondamentali tematiche ambientali, nonostante i tanti bei proclami in proposito. Se una critica si può rivolgere a queste azioni è di avere un carattere di pura denuncia e di non colpire coerentemente obiettivi precisi e mobilitanti.
Un esempio attuale in quest’ultimo senso è la lotta della popolazione del villaggio di Lützerath, nella regione tedesca del Nord-Reno Westfalia, con l’appoggio di militanti di organizzazioni ambientaliste contro la distruzione del villaggio per consentire l’allargamento della locale miniera di carbone. Oltre a esercitare una violenza contro la popolazione locale, il governo tedesco, di cui fanno parte anche I Verdi, contraddice in tal modo la propria proclamata volontà di un graduale abbandono dei combustibili fossili e in particolare dell’utilizzazione del carbone la cui estrazione e utilizzazione viene addirittura incrementata.
Può darsi che questa lotta sia destinata nell’immediato alla sconfitta ma il suo significato civile e politico lascerà una traccia positiva per le lotte future e magari indurrà a qualche riflessione anche il partito ecologista al governo rispetto al grado di compromesso accettabile su temi di impatto ambientale di questa portata.
Dunque, avanti con la disobbedienza civile proprio per difendere ed estendere libertà e diritti democratici che non è mai saggio dare per scontati.