Filomena Meile Loizzi: a Friburgo per amore

Filomena nasce e cresce a Bari, in una famiglia molto nota in città. L’intera famiglia è profondamente antifascista; lo zio, in particolare, ha partecipato alla Resistenza attorno al gruppo dell’editore Laterza. E’ proprio lo zio una delle figure più importanti della bambina barese, oltre naturalmente al padre, un chirurgo sempre carico di lavoro.

La ragazzina cresce, frequenta il liceo, e lì incontra per la prima volta uno dei Maestri della sua vita, lo storico e filologo classico Luciano Canfora, che frequenterà nuovamente negli anni dell’Università. E’ proprio l’università a portare la Svizzera nella vita di Filomena. La giovane studentessa sta per laurearsi, dopo una tesi durata due anni, in Lingua e letteratura latina, quando il suo relatore viene trasferito all’Università di Friburgo. Cosa fare? Ricominciare con una nuova tesi, o seguire il professore per un paio di settimane in Svizzera, in modo da finalizzare l’ottimo lavoro svolto? Non c’erano i computer e la posta elettronica allora, strumenti che oggi eliminerebbero tutti gli ostacoli. D’accordo con il padre, che le finanzierà il breve soggiorno in terra elvetica, Filomena si reca a Friburgo e lavora duramente per completare il suo lavoro.

In biblioteca incontra colui che diverrà il suo compagno di vita, Dieter, un giovane studente di storia dell’arte e archeologia. Dopo il breve soggiorno e la scrittura finale della tesi, Filomena torna a Bari; continua a pensare a Dieter, di cui si è innamorata, ma cerca di essere realista, ha bene in mente gli ostacoli quali la distanza, la differenza di lingua… E cerca di derubricare la loro storia a un breve flirt. Il giorno della laurea, un telegramma dalla Svizzera arriva in casa Loizzi: oltre agli auguri per il traguardo raggiunto, Dieter annuncia che sta arrivando fino in Puglia. È l’inizio di una storia di amore che dura tuttora. La storia comincia a distanza, tra Roma, dove la neo-dottoressa si è trasferita per intraprendere la carriera di assistente universitaria, e Friburgo, dove Dieter sta terminando gli studi.

Nel 1972, stanca di questa storia a distanza, che allora poteva essere alimentata solo dal telefono fisso e dalle lettere spedite per posta, Filomena fa domanda per una borsa di studio presso l’Università di Friburgo che, contro le sue aspettative, vince. Non esita a lasciare una carriera universitaria ben avviata in Italia per lanciarsi in una nuova avventura. E’ durante la sua permanenza a Friburgo che la giovane ricercatrice conosce la vera Svizzera e le sue contraddizioni. Da un lato, l’atteggiamento assolutamente aperto e positivo di studenti e professori, incontrati quotidianamente all’università. Dall’altro, l’atteggiamento ostile della Polizia, che andava a “visitare” il suo microscopico appartamento alla ricerca di italiani senza permesso di soggiorno nascosti in casa (Filomena aveva un permesso di soggiorno per motivi di studio); ogni settimana lo stesso poliziotto perquisiva l’appartamento, trattandola come una criminale: scostava la tenda della doccia, apriva l’armadio, frugava continuamente nel cassetto della biancheria intima… Pur sentendosi umiliata, Filomena allo stesso tempo capiva di essere privilegiata, perché comunque lavorava presso l’università, e poteva soltanto immaginare cosa subissero gli altri emigrati italiani.

Scaduta la borsa di studio, il Professore di Lingua e Letteratura Latina dell’Università di Friburgo la propone per un posto di Assistente universitaria, come quello che aveva all’Università di Roma, ma il Governo elvetico glielo nega, perché è italiana. Filomena non si scoraggia, cerca lavoro in Ticino, viene chiamata per una lezione di prova al liceo di Lugano, e le viene chiesto di sostenere un esame completo, con una commissione arrivata appositamente dall’Università di Milano. L’esame viene superato brillantemente, Filomena ottiene un giudizio lusinghiero, documentato in forma scritta ma, essendo italiana, non ottiene il posto.

Scoraggiata, è pronta a tornare in Italia, ma Dieter le propone di sposarlo, e superare così tutti gli ostacoli che impediscono a Filomena di lavorare. L’idea del matrimonio non viene accolta bene in Svizzera e nemmeno in Italia. Per alcuni dei parenti svizzeri Filomena è pur sempre una “Tschingge”. I parenti italiani, a loro volta, bollano come insensata la scelta di Filomena e la vivono come un abbandono, quasi un tradimento. Ma i due giovani non si lasciano influenzare e si sentono forti dell’unico sostegno che hanno, quello dei genitori di Filomena che rispettano la scelta della figlia, si sono già affezionati profondamente a Dieter e accettano senza indugio, con un grande atto d’amore, la prospettiva di una lontananza dolorosa.

Filomena e Dieter il giorno del matrimonio

Prima del matrimonio i due giovani devono firmare una promessa ufficiale presso il consolato più vicino a Bari, dove avverranno le nozze. Si recano, pertanto, a Napoli, dove Filomena vive un’esperienza quasi traumatica: vengono ricevuti dal console che ignora Filomena, ma chiede a Dieter, in dialetto svizzero-tedesco, se abbia veramente l’intenzione di sposare “questa qua” (“die do”)…

Nonostante queste premesse si sposano nel 1973 e Filomena segue Dieter a Basilea. Comincia a lavorare nelle scuole di lingua come insegnante di Italiano, e contemporaneamente continua a studiare il tedesco, per perfezionarlo. Vanno a vivere nel quartiere di Kleinbasel, allora quartiere di gente povera, e qui Filomena fa esperienza di razzismo e discriminazione. Una sera, mentre con Dieter stanno passeggiando e parlando in italiano, un “signore” si avvicina e sputa loro addosso. Poco tempo dopo, con i genitori in visita da Bari, entrano in in grande magazzino, perché la mamma è alla ricerca di regalini da comprare per gli amici, quando all’improvviso una commessa arriva come una furia e li caccia via, gridando loro “SAU HUNDE” (cani porci) e tanti altri insulti irripetibili. Filomena non traduce gli insulti ai genitori, ma bolla la commessa come isterica e suggerisce loro di allontanarsi. La giovane barese è vittima anche di offese “positive”, quelle dettate da pregiudizi inconsapevoli e che vengono formulate come un complimento, offese che molti di noi migranti, se non tutti, hanno ricevuto: mentre insegna Italiano in una scuola Migros, sente un’allieva dire al marito: “Come è fine, bella, educata, non sembra proprio italiana...”

Nasce il primo figlio e Filomena ricorda di quel periodo oltre alla grande gioia la terribile solitudine: ha smesso di lavorare per stare con il suo bambino, vede Dieter, che è molto impegnato all’università, solo la sera e le uniche persone con cui scambia qualche parola sono i vecchietti seduti sulle panchine lungo il Reno, dove lei va a passeggiare con la carrozzina… questi vecchietti sono soli come lei e come lei bisognosi di sentire un po’ di calore umano, a loro non importa da quale terra lei venga…

La famiglia si trasferisce a San Gallo, perché Dieter trova lavoro all’ufficio cultura del Cantone. Nasce il secondo figlio. All’inizio Filomena non lavora, ma continua a studiare, per perfezionare il suo livello di tedesco e avere più chance come insegnante. La scuola professionale le propone corsi serali di italiano per apprendisti, aperti anche agli adulti. Durante le pause, incontra i lavoratori italiani che nella stessa scuola seguono un corso per imparare il tedesco, e lì conosce più profondamente le loro storie, e ascolta le discriminazioni che subiscono quotidianamente. Poco dopo, le viene offerto di insegnare Italiano e Latino nel liceo cantonale di San Gallo, unica insegnante di origine straniera a insegnare il Latino in Tedesco. Instaura subito un ottimo rapporto con gli studenti e i colleghi, mentre la Direzione le ricorda la Polizia di Friburgo; ogni volta, con frequenza almeno settimanale, si presenta un membro della direzione a osservare le sue lezioni. Queste presenze ingombranti mettono pressione alla docente e turbano gli studenti, che notano la disparità di trattamento rispetto agli altri professori e ne comprendono presto la ragione: pur possedendo la cittadinanza svizzera, Filomena è trattata diversamente dagli altri, perché emigrata. Anni dopo, la direzione si scuserà, adducendo una motivazione che si commenta da sola: “Temevamo che tu lavorassi all’italiana”.

Con il tempo, comunque, per Filomena arrivano oltre all’apprezzamento dei superiori, degli alunni e dei colleghi e la nascita di salde amicizie, anche grandi soddisfazioni professionali: viene scelta per insegnare Italiano e Latino presso l’ ”Alta Scuola Pedagogica” riceve dalle autorità cantonali il titolo di “Professoressa”. Il Presidente della Società Italiana Dante Alighieri le offre il ruolo di vicepresidente della società stessa nella sede di San Gallo, carica che, in verità, ricopre solo per due anni, e da cui si dimette, con dolore, perché stanca dell’ostilità di alcuni suoi connazionali, che la definiscono “non rappresentativa della cultura italiana, in quanto sposata con uno svizzero”.

Nel 2010 sia Filomena che Dieter vanno in pensione e scelgono di trasferirsi a Locarno, per godere del sole del Ticino, non molto dissimile da quello italiano ed essere in ogni modo più vicini all’Italia.

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Questo blog nasce dall’incontro di tre persone emigrate volontariamente in età adulta dall’Italia in Svizzera e che in questo Paese hanno realizzato esperienze diverse in vari ambiti lavorativi e culturali. 

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