Il diritto d’asilo e l’anima dell’Europa

Nella Roma protostorica, dove ora sorge la piazza del Campidoglio, si trovava un luogo, denominato asylum che, come l’etimologia greca indica, era considerato sacro e inviolabile. Secondo la tradizione, ripresa da Tito Livio, questo luogo era stato creato dallo stesso Romolo e chiunque lo raggiungesse, indipendentemente dalla sua provenienza o dalla sua condizione sociale, aveva diritto alla protezione e all’accoglienza.

Questo è solo un esempio del fatto che il diritto d’asilo, ancora prima di essere codificato in era moderna, a partire dalla Rivoluzione francese, è stato una pratica in uso fin dai tempi antichi in moltissime civiltà di tutto il mondo.

La Convenzione di Ginevra del 1951, sottoscritta da 144 Paesi dell’Onu, riconosce, sulla base anche di una tradizione giuridica precedente e delle tragiche esperienze della Seconda guerra mondiale, il diritto d’asilo a coloro ai quali viene attribuito lo statuto di rifugiato. Viene riconosciuto come tale chiunque si trovi fuori dal suo Stato e non sia in grado di farvi ritorno nel giustificato timore di esservi perseguitato per la sua razza, la sua religione la sua appartenenza a un determinato gruppo nazionale o sociale, le sue opinioni politiche.

Questi principi sono stati pienamente recepiti attraverso la promulgazione, nel 2007, della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.

Tutto bene, dunque, per quanto riguarda la protezione di chi è costretto a fuggire dal suo Paese?

Non si direbbe perché intanto fra i Paesi che hanno formalmente sottoscritto la Convenzione di Ginevra ve ne sono diversi che ne violano i principi e da cui molti fuggono proprio in quanto perseguitati.

In secondo luogo, le recenti ondate migratorie hanno messo in discussione, anche alle nostre latitudini, il diritto di asilo. Per quanto riguarda l’Ue la situazione è complicata dalle disposizioni dei Regolamenti basati sulla Convenzione di Dublino del 1990 e applicati anche dalla Svizzera; in base a essi, il primo Paese aderente a questi accordi in cui il richiedente asilo giunge, provenendo da un Paese terzo, si deve far carico della richiesta di asilo con tutti gli oneri che ne derivano. Dato l’andamento degli attuali flussi migratori, questo significa scaricare sui Paesi mediterranei gran parte del peso della prima accoglienza.

Anche se moltissimi di coloro che bussano alle porte dell’Europa avrebbero sacrosanti motivi per cercare condizioni di vita migliori lontani dai loro Paesi, è noto che non tutti hanno i requisiti per essere riconosciuti come rifugiati; resta il fatto che chiunque arrivi in Europa ha diritto a inoltrare la propria richiesta d’asilo e a un esame accurato e individuale di essa.

Si moltiplicano invece i casi di respingimento spesso collettivi che le stesse Convenzioni internazionali definiscono illegali. La prima, più crudele forma di respingimento consiste nel lasciare morire migliaia di persone nel tentativo di raggiungere le frontiere europee oppure nel risospingerle verso Paesi dove la loro incolumità non è garantita.

L’Unhcr, l’organizzazione delle Nazioni unite per i rifugiati, ha denunciato che questa pratica sempre più sistematica di respingimenti illegali alle frontiere europee compromette di fatto il diritto di asilo e chiede la cessazione di questa pratica illegale e disumana e la creazione di un osservatorio internazionale del fenomeno. L’Unhcr raccomanda, al tempo stesso, una revisione degli accordi di Dublino sulla base dell’assunzione dei doveri di accoglienza equamente condivisa dall’intera Unione.

Una ricerca del Consiglio europeo per i rifugiati e gli esuli rivela che alcuni Stati europei rifiutano nuove domande d’asilo, negano servizi essenziali o ritardano i tempi per la presentazione della domanda d’asilo, condizione indispensabile per usufruire di una prima elementare forma di protezione. 

L’organizzazione umanitaria Protecting rights at borders ha documentato solo neiprimi  quattro mesi di quest’anno, 2261 casi di respingimenti illegali alle frontiere dell’Europa, che sono probabilmente solo la punta dell’iceberg di un fenomeno molto più esteso, in quanto molti dei respingimenti avvengono in zone al di fuori di ogni possibilità di controllo.

La tragedia dell’Afghanistan non fa che acuire in modo drammatico la questione del diritto di asilo su cui l’Unione europea si gioca anche la propria anima; deve finalmente decidere se continuare a essere un organismo puramente economico-finanziario o se vuole finalmente diventare una comunità di popoli che mette al centro della propria esistenza quei nobili principi di civiltà troppo spesso proclamati solo a parole. Questo riguarda naturalmente anche un Paese come la Svizzera che, pur non essendo membro dell’Ue, è parte integrante di una comune cultura europea e condivide aspetti importanti della politica migratoria comunitaria.

Spetta anche a noi cittadini fare in modo che l’intera Europa, mostrando il suo volto più umano, diventi un posto più vivibile per tutti. 

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Questo blog nasce dall’incontro di tre persone emigrate volontariamente in età adulta dall’Italia in Svizzera e che in questo Paese hanno realizzato esperienze diverse in vari ambiti lavorativi e culturali. 

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