Un fantasma si aggira per gli Usa e investe l’Europa e altre parti dell’orbe terrestre; il fantasma del politicamente corretto che impone una visione della realtà basata su una serie di fallaci eufemismi o falsificazioni contrari alla genuina espressione del pensiero delle masse popolari.
Da questa deriva linguistica si sviluppa poi la terribile cultura woke che tenta di affossare definitivamente la libertà di pensiero e di espressione, preparandosi ad affermare, con la forza dei suoi temibili apparati repressivi e con la scusa di difendere minoranze oppresse, la peggiore dittatura buonista.
Questa almeno è la visione del mondo della verità alternativa, una riedizione trumpiana della distopia di Orwelll che non ha bisogno di essere sostenuta dalla realtà dei fatti ma ne crea dei nuovi virtuali che a furia di essere sbandierati finiscono per essere spacciati i per autentici.
La verità alternativa raffigura immaginarie orde ben organizzate di “wokkisti” e dintorni sostenute da potenze occulte all’attacco dei veri valori americani o di qualsivoglia altra parte del mondo.
Questa visione alternativa della realtà serve a creare un nemico immaginario a cui i veri patrioti devono ribellarsi, rivendicando in primo luogo il diritto all’uso di un linguaggio offensivo verso le donne, i migranti, gli emarginati e chiunque rivendichi la propria identità di genere,
Luigi Manconi analizza acutamente il vero retroterra di questa rivendicazione populista;
“E se, alla resa dei conti, la guerra contro il politicamente corretto rivelasse il desiderio non so quanto inconscio di poter chiamare ancora negri i negri e froci i froci? Ovvero, una profonda e irriducibile voglia di esprimere disprezzo”
Il linguaggio violento apre facilmente la strada alla violenza fisica di cui soprattutto chi occupa un ruolo sociale porta la responsabilità morale.
Quando Matteo Salvini definisce “cani e porci” i migranti che si affacciano alle nostre frontiere compie un’opera di disumanizzazione che espone gruppi di persone a essere oggetto dell’odio dei suoi seguaci.
Il disprezzo che un linguaggio violento sdogana si accompagna ad autentici attacchi alla libertà di pensiero e di espressione e a una progressiva soppressione dei diritti civili e sociali dei nemici da colpire; infatti quando, come nel caso degli Usa, le forze più retrive prendono il potere, il primi obiettivo è il controllo di tutti i mezzi di comunicazione e di tutte le istituzioni culturali insieme all’attuazione di provvedimenti contro i diritti delle donne o mirati ad accrescere le discriminazioni e le espulsioni coatte dei migranti o a negare la possibilità individuale di far valere la propria identità di genere.
Le stesse forze che conducono l’attacco all’odiata correttezza politica come premessa a una vera e propria regressione culturale e sociale, mostrano con evidenza solare che “le parole sono pietre” e che l’orgogliosa rivendicazione di una violenza prima di tutto verbale veicola una visione del mondo che implica coerentemente la negazione dei diritti sociali e civili dei gruppi e delle persone più deboli.
Un’adeguata comprensione dell’importanza delle parole non appartiene a certi settori delle forze progressiste che spesso non colgono il valore del riconoscimento della dignità di una persona a partire dal modo in cui vuole essere denominata. Difendere questa dignità e battersi per i diritti civili di tutte le persone non sono questioni secondarie da subordinare alla difesa degli interessi materiali dei ceti più deboli; credere il contrario significa cadere nella trappola delle forze oscurantiste e negare l’evidenza che tutto si tiene, che la vera sfida è affermare il rispetto delle persone e insieme difenderle sul piano dei diritti senza nessuna gerarchia fra questi diversi livelli. Può essere vero che in talvolta il cosiddetto politicamente corretto debba essere in parte difeso da se stesso, da certe esasperazioni formalistiche o da determinate ingenuità.
La risposta è la riaffermazione delle le istanze più profonde e genuine della rivendicazione un linguaggio che esprime il rispetto di ogni essere umano come aspetto sostanziale di ogni forma di inclusione.
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