Un’inchiesta della testata giornalistica online Fanpage, condotta all’interno del movimento giovanile di Fratelli d’Italia, il maggior partito italiano, ha mostrato chiaramente l’esistenza di un pervicace passione per le idee e la simbologia nazifascista con annesso antiebraismo fra i militanti dell’organizzazione.
Una giornalista sotto copertura ha infatti seguito i giovani militanti in situazioni non pubbliche; alcuni di essi, credendo di essere al riparo da microfoni e telecamere, si sono abbandonati a aperte apologie del nazifascismo. La senatrice Ester Mieli, esponente di Fdi ed ex portavoce della comunità ebraica di Roma è stata oggetto di derisione da parte di militanti che l’avevano ipocritamente difesa in pubblico da attacchi a carattere antiebraico.
L’inchiesta giornalistica mette spietatamente in luce le contraddizioni di un partito politico incapace di fare i conti fino in fondo con le proprie radici neofasciste, ben vive e presenti già nel proprio simbolo.
La stessa presidente Meloni, del resto, non ha mai affrontato in modo adeguato il problema mostrandosi reticente ogni volta che si è trattato di esprimere una piena adesione ai valori della Costituzione italiana nata dalla vittoria contro la barbarie dei nazifascisti per i quali la persecuzione contro gli ebrei non fu un accidente ma un obiettivo perseguito in perfetta coerenza con i principi di quei regimi.
La destra non solo italiana, negli ultimi anni, ha tentato di assolversi dal proprio antiebraismo storico, abbracciando in modo acritico la politica dei governi israeliani di estrema destra, trovando piena consonanza con le posizioni dell’attuale classe dirigente israeliana e di vasti settori delle comunità ebraiche nel mondo.
Questo fenomeno è stato acutamente analizzato da Gad Lerner che rileva come la politica del governo israeliano guidato da Netanyahu riscuota un vasto consenso soprattutto nelle forze di estrema destra di tutto il mondo che considerano lo stato ebraico “un baluardo contro l’espansionismo islamico”. Nel giugno del 2023 l’Ecr, il gruppo parlamentare europeo di estrema destra allora presieduto da Meloni, riunito simbolicamente a Gerusalemme, ha nominato come vicepresidente Gila Gamliel, ministra israeliana del Likud, il partito oltranzista guidato dall’attuale primo ministro israeliano e associato all’Ecr.
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In questo modo Meloni e soci possono ostentare un’avversione di facciata all’antiebraismo a cui è funzionale, nel caso italiano, una condanna formale delle leggi razziali promulgate da Mussolini nel 1938 che tuttavia non scava nella natura liberticida del regime fascista.
Il filoisraelismo, insomma, appare come una copertura ideale per forze post e neofasciste esentate in tal modo da una revisione critica del loro originario e radicato antiebraismo e consente loro al tempo stesso di praticare apertamente e impunemente forme di razzismo e di intolleranza verso le popolazioni arabe o i migranti in genere.
L’accusa di “antisemitismo” viene al contrario spesso rivolta da questi stessi ambienti contro chiunque osi criticare l’attuale politica israeliana nei confronti del popolo palestinese.
Lo stesso Netanyahu ha del resto accreditato questo atteggiamento anche per una certa vicinanza politica ai modelli delle “democrazie illiberali” europee che gli hanno consentito un riavvicinamento sia al governo ungherese di Orban che all’attuale opposizione polacca che si rifiutano di riconoscere l’appoggio dato dai loro Paesi allo sterminio degli ebrei e sostengono politiche impregnate di razzismo e intolleranza e il permanere di accenti antiebraici.
Come accennato anche settori importanti delle comunità ebraiche mostrano lo stesso atteggiamento indulgente, all’ interna dei rispettivi Paesi, verso le forze di estrema destra.
La stessa senatrice Mieli, oggi vittima di dileggio antiebraico dei militanti del suo stesso partito, in occasione del Giorno della Memoria di quest’anno assicurava, al di là di ogni evidenza, l’assoluta estraneità del partito di cui si proclamava orgogliosa militante “ a nostalgie antisemite e razziste”, aggiungendo di temere piuttosto “l’odio delle sinistre”.
Lo stesso fenomeno si verifica oggi in Francia, dove il Rassemblement National di Marine Le Pen ha compiuto lo stesso percorso di riposizionamento, prendendo formalmente le distanze dal fondatore Jean-Marie Le Pen, che non ha mai nascosto il suo negazionismo nei confronti dell’Olocausto. Marine Le Pen è riuscita, accompagnando la propria adesione all’attuale politica israeliana con un accesa avversione agli immigrati e agli stessi francesi di origine araba, ad accreditare in campagna elettorale il movimento di estrema destra come campione della lotta all’antisemitismo di cui ha invece accusato i propri avversari di sinistra.
A giudizio di Simon Assoun, portavoce del movimento progressista di ebrei francesi Tsedek !(“Giustizia”) l’antisemitismo è utilizzato per attuare una sorta di squalifica morale degli avversari, con il frequente ricorso a citazioni di esponenti della sinistra radicale estrapolate dal loro contesto e stravolte nel loro significato, allo scopo di far passare la solidarietà alla Palestina per ostilità contro g li ebrei. “L’antisemitismo è strutturale alle nostre società. La sinistra non ne è impermeabile (…) Detto ciò, non c’è un problema specifico di antisemitismo dentro Lfi o più in generale nella sinistra”
Inchieste come quelle di Fanpage risultano particolarmente sgradite ai dirigenti dell’estrema destra perché svelano la strumentale superficialità del distacco di questi movimenti dal proprio patrimonio ideologico intriso di intolleranza e razzismo, a cui ovviamente non è estraneo il pregiudizio antiebraico.
Non si può che essere d’accordo con Aoun secondo cui “la lotta contro l’antisemitismo non può che iscriversi nel quadro della lotta antirazzista”