L’accoglienza non è uguale per tutti

A due mesi dallo scoppio di questa terribile guerra alle porte della nostra Europa, dopo tre missioni nell’arco di un mese nelle quali l’associazione Mamre di Borgomanero ha consegnato oltre 300 quintali di aiuti umanitari destinati sia ai profughi che avevano attraversato il confine con la Polonia, sia a chi non ha voluto o potuto lasciare il proprio Paese e dopo aver inoltre portato in Italia 7 persone (3 donne e 4 bambini) in fuga dai luoghi martoriati, in attesa di raccogliere ulteriori aiuti e in coincidenza con la loro Pasqua (che viene festeggiata a una settimana di distanza dalla nostra), abbiamo deciso di rimandare a alla fine di maggio le nuove missioni.

Ovviamente non siamo rimasti inoperosi, perché il grido di aiuto dei profughi non viene solo dall’Ucraina, anzi: se in questa immane tragedia (sostantivo inadeguato in quanto rimanda a qualcosa di legato al caso; qui, invece, ci sono responsabilità ben evidenti!) volessimo vedere qualcosa di buono, è certamente l’attivazione, da parte dei governi europei, della Direttiva n. 55/2001 che ha permesso all’UE di dotarsi di uno strumento adeguato per l’accoglienza dei profughi ucraini in seguito all’invasione, voluta da Putin, da parte dell’esercito russo.

Purtroppo, si tratta di una solidarietà “esclusiva”, circoscritta a questi profughi, mentre la situazione continua ad essere drammatica per tanti che fuggono da varie forme di persecuzione.

Così, dopo la pausa forzata dovuta al Covid e all’emergenza profughi in Ucraina, siamo tornati in Bosnia, per la dodicesima volta, per verificare la situazione e le necessità di chi ancora percorre la rotta balcanica.

Prima di partire abbiamo preso contatti con l’associazione No Name Kitchen, una Ong spagnola molto attiva lungo le tratte frequentate dai migranti come Patrasso (Grecia), Sid (Serbia), Ceuta (Spagna) e Velika Kladusa, dove siamo diretti: le loro azioni includono assistenza medica, distribuzione di cibo e vestiti, un servizio di docce portatili per garantire buone condizioni igieniche, supporto legale e la denuncia degli abusi alle frontiere, dove migliaia di esseri umani continuano a soffrire violenza, stanchezza e malattie durante il loro percorso migratorio.

Come da accordi, incontriamo Arianna e Naomi al Napoleon, un ristorante di Velika che è anche un punto di incontro dei volontari: la prima ragazza è italiana, la seconda è messicana, ma parla un italiano impeccabile. Dopo le presentazioni di rito, chiediamo loro quali sono le necessità più urgenti e come possiamo aiutarli: ci dicono subito che quello di cui hanno più bisogno sono le scarpe per i ragazzi che, respinti dalle varie polizie lungo la rotta, vengono rimandati in Bosnia dopo essere stati percossi e spogliati di tutto, compresi soldi, cellulari e scarpe.

Il mattino seguente ci rechiamo al mercato, dove possiamo acquistare 50 paia di scarpe comode e di buona fattura ad un prezzo abbordabile; le volontarie ci invitano a partecipare nel pomeriggio alla distribuzione, un’operazione che, come tutti i loro interventi, deve avvenire nella clandestinità, lontano da occhi indiscreti, per evitare di attirare l’attenzione della polizia.  In Bosnia, infatti aiutare i migranti è reato, è vietato offrire loro del cibo, vestiti, scarpe, denaro o assicurare loro una notte in albergo, almeno per lavarsi; si rischia una pesante multa, l’espulsione immediata e il divieto di rientrare nel Paese per i successivi due anni.

Allontanandoci dall’area mercatale, percorriamo a piedi la strada in prossimità del Miral, un vecchio stabilimento industriale adattato alcuni anni fa a campo profughi e ora in fase di smantellamento nel quale vivono circa 200 uomini single; sappiamo che verranno a breve trasferiti al nuovo campo di Lipa (a 30 km. dal più vicino centro abitato, finanziato con fondi europei e anche italiani, con possibilità di ospitare fino a 1.500 persone e che risponde meglio ad una perversa logica di segregazione, concentramento e controllo). Davanti al Miral incontriamo un piccolo gruppo di giovani africani, tra cui una donna che ci appare particolarmente provata; sono i suoi stessi compagni che ci fanno capire di prenderci cura di lei. Aisha, così si chiama, viene dalla Guinea Conakry, ci dice di aver affidato i suoi due figli alla sorella e di essere fuggita dal marito che, sebbene in carcere per omicidio, in preda ad un delirio di gelosia, aveva incaricato i suoi amici all’esterno di ucciderla. Aisha è stanca e affamata e ci dice di essere in cerca di un posto “per donne” dove potersi lavare e riposare. Dopo averle acquistato un po’ di cibo, con i volontari di NNK, che nel frattempo si erano consultati e, dopo aver individuato il luogo, decidiamo insieme di accompagnarla a piedi (è troppo rischioso farla salire in auto nel caso si venga fermati dalla polizia). Quando capisco qual è la destinazione ho un sussulto al cuore: conosco il posto, c’ero stato in ottobre con Sandra, mia moglie e Lorena Fornasir con suo marito Gian Andrea Franchi. E’un non-luogo chiamato “la ciminiera”, il rudere di una fabbrica abbandonata e invasa dalla vegetazione. Qui, in questa costruzione priva di luce, di acqua e di servizi, vivono (si fa per dire) una ventina di profughi di origini afghane, pakistane, ma anche una donna del Camerun; nel nostro precedente viaggio la struttura dava riparo ad una famiglia del Belucistan, una madre con 6 figli, che abbiamo poi saputo essere arrivata a Torino. Mi intrattengo a parlare con un giovane pakistano (quello con la maglia rossa che si vede di spalle nella foto) il quale mi riferisce di aver tentato il game ben 17 volte: “… quando ci fermano e magari siamo una ventina, anche se difficilmente abbiamo più di 5 euro a testa, sono sempre un centinaio di euro che si intascano!

Il pensiero che delle persone possano vivere in mezzo a tanto degrado, sommersi da montagne di rifiuti nei quali si aggirano enormi ratti, è qualcosa alla quale non puoi abituarti, ti strappa l’anima, ti fa capire quanto male c’è nel mondo. I volontari di NNK si allontanano rassicurando Aisha che sarebbero tornati nel pomeriggio con una doccia portatile; è tutto quanto è possibile fare per lei e anche noi, dopo averle augurato a tutti buona fortuna, ci congediamo con un senso di profonda desolazione.

Nel pomeriggio ci troviamo nel luogo convenuto per la distribuzione delle scarpe che avviene lungo una stradina sterrata che si addentra nei boschi. I migranti arrivano alla spicciolata, contattati via Messenger; noi ci manteniamo ad una certa distanza, per non insospettirli. Poi Naomi ci chiede di occuparci di un giovane che si avvicina in preda a forti tremori: scopriamo che si tratta di un ragazzo pakistano di 32 anni, in viaggio da 10 anni, che nei giorni scorsi è stato intercettato per l’ennesima volta dalla polizia croata la quale, prima di respingerlo in Bosnia, lo ha spogliato di tutto e riempito di botte. Il suo nome è Shezan e, come lui stesso ci conferma, i tremori sono dovuti soprattutto ai traumi subiti. Tuttavia, Shezan è determinato a ritentare il game (il gioco, come lo chiamano loro perché, come nel gioco dell’oca, quando superi l’arrivo sei costretto a tornare indietro) la notte stessa, per cui provvediamo ad acquistare un paio di scarpe del suo numero, di cui i volontari erano sprovvisti, una maglia, un giubbotto e del cibo. Dopo aver mangiato e ringraziato per quel poco che abbiamo potuto fare per lui, si allontana verso un destino che gli auguriamo sia il migliore possibile.

Tutto questo appresenta una vergogna per l’Europa, la “civile, democratica e cristiana” Europa che, mentre trova giustamente i soldi e le case per accogliere milioni di ucraini, lascia che alcune migliaia di profughi, perlopiù mediorientali, vivano (e spesso muoiano) nei boschi e nei fiumi che incontrano lungo la rotta balcanica. Inoltre, dallo scorso inverno, c’è chi tenta di raggiungere la Polonia attraverso la Bielorussia e si ritrova intrappolato nei boschi al confine tra i due Paesi, cacciato dai funzionari bielorussi e respinto dall’esercito polacco. Anche qui ai profughi vengono distrutti i telefoni indispensabili per potersi orientare, alle Ong non è permesso avvicinarsi ai boschi sul confine e l’intera area è vietata anche ai giornalisti.

Oggi, di fronte a un Parlamento Europeo che afferma che nelle nostre società razzismo e discriminazione non sono ammessi e chiede alla Commissione  di adottare una posizione forte e decisa contro il razzismo, la violenza e l’ingiustizia, i singoli governi non hanno ancora compreso che tutti i profughi e le profughe sono uguali, compresi quelli dimenticati nei boschi e continuamente respinti, quelli e quelle che sempre più stanno diventando invisibili.

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Questo blog nasce dall’incontro di tre persone emigrate volontariamente in età adulta dall’Italia in Svizzera e che in questo Paese hanno realizzato esperienze diverse in vari ambiti lavorativi e culturali. 

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