L’assassinio di Jerry Masslo e il diritto di asilo in Italia

Il 25 agosto 1989 Jerry Essan Masslo, un giovane lavoratore sudafricano, veniva ucciso a colpi di pistola a   Villa Literno da un gruppo di malviventi locali che avevano fatto irruzione a scopo di rapina nel capannone dove dormiva insieme ad altri 28 immigrati. I rapinatori intendevano derubare i lavoratori stranieri del denaro guadagnato nell’intera stagione di raccolto.

Jerry era nato e vissuto nel Sudafrica, ancora dominato dal regime di apartheid ed era figlio di un militante vittima della politica repressiva del governo sudafricano; Jerry stesso   era un attivista antirazzista e, per sfuggire alle persecuzioni del regime, decise, nel 1987, di lasciare moglie e figli per imbarcarsi verso l’Europa in cerca di fortuna.

Giunto a Roma, chiese inutilmente di ottenere lo statuto di rifugiato che in quegli anni, ancora caratterizzati dalla Guerra fredda, veniva concesso solo a chi fuggiva dai regimi comunisti dell’Est. Jerry decise di rimanere in Italia, assistito dalla Comunità Sant’Egidio e si trasferì a Villa Literno, in provincia di Caserta, per lavorare al nero nella raccolta di pomodori, con il proposito   di racimolare i soldi necessari per recarsi in Canada, dove sperava di potere riunire la famiglia.

Le condizioni di sfruttamento e il razzismo di cui lui e i suoi compagni venivano quotidianamente fatti oggetto e l’indifferenza rispetto a questa condizione erano stati denunciati dallo stesso Masslo in un’intervista per Rai2, rilasciata pochi giorni prima di essere ucciso, nella quale aveva dichiarato profeticamente: ”Prima o poi qualcuno di noi verrà ammazzato e allora ci si accorgerà che esistiamo”. 

L’episodio suscitò una forte reazione in tutta Italia e una presa di coscienza della condizione di molti lavoratori stranieri.

Jerry Masslo ebbe funerali di Stato a cui parteciparono alte autorità   mentre Il 20 settembre ci fu, a Villa Literno, il primo sciopero dei lavoratori immigrati contro una situazione in cui il mercato del lavoro illegale si svolgeva sotto lo stretto controllo del clan camorristico dei casalesi.

Il 7 ottobre 1989 si svolse a Roma una grande manifestazione contro il razzismo, il caporalato e il lavoro nero funzionali alla criminalità mafiosa.

L’omicidio del giovane sudafricano segnò una svolta nella percezione del fenomeno migratorio da parte dell’opinione pubblica italiana e pose il problema della regolamentazione dell’immigrazione in un periodo in cui ogni anno entravano in Italia circa 50.000 stranieri. Nel 1990 fu approvata la cosiddetta Legge Martelli, dal nome del suo promotore che eliminava, fra l’altro, la limitazione geografica per la concessione dello statuto di rifugiato, anche tenendo conto degli sconvolgimenti seguiti alla caduta del muro di Berlino.

In materia di asilo si susseguirono nei decenni seguenti una serie di provvedimenti; dapprima, con la cosiddetta Legge Bossi-Fini del 2002, si giunse alla decentralizzazione dei procedure di asilo mentre il successivo recepimento di normative europee adeguò la normativa italiana agli standard europei e alle Convenzioni internazionali in materia di asilo, regolando il diritto di asilo e delle altre forme di protezione umanitaria e stabilendo chiaramente le condizioni per i ricongiungimenti familiari.

Nonostante i progressi compiuti, manca tuttora, in Italia, come lamenta l’Unhcr, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati,  una legge organica  che garantisca procedure unitarie per la richiesta di asilo e per garantire condizioni di vita migliori per rifugiati e per i richiedenti asilo che li sottragga allo sfruttamento delle organizzazioni criminali.
Al di là di queste carenze legislative va segnalato la diffusa pratica, da parte  sia delle autorità italiane che di quelle europee,  dei respingimenti che, oltre ad avere spesso conseguenze tragiche, costituiscono in ogni caso una violazione del diritto del migrante al fatto che la propria richiesta di protezione  venga legittimamente presa in considerazione.

Ovviamente la disciplina del diritto d’asilo rappresenta solo un aspetto delle problematiche relative alla permanenza di lavoratori stranieri in Italia e alla regolarizzazione della loro posizione

La tragica morte di Masslo costrinse dunque le autorità e l’opinione pubblica italiana a prendere coscienza dei fenomeni migratori e ad attuare i primi timidi e parziali provvedimenti legislativi volti alla inclusione e all’integrazione.

L’esperienza successiva ha dimostrato l’inadeguatezza  della politica  di fronte alla crescita dei fenomeni migratori  e in presenza di una serie di situazioni critiche su cui si sono  innescate le immancabili speculazioni politiche.

Già ai tempi della discussione sulla legge Martelli, la Lega, allora guidata da Umberto Bossi, non esitò ad utilizzare contro i lavoratori stranieri il proprio armamentario razzista, fino a quel momento rivolto principalmente contro gli immigrati meridionali nel Nord Italia: anche in questo senso l’uccisione di Masslo rappresentò una svolta significativa.

A livello di opinione pubblica lascia sgomenti il confronto fra lo sdegno e la mobilitazione che fecero seguito all’uccisione del giovane sudafricano e la sostanziale indifferenza rispetto a fatti altrettanto gravi che avvengono ormai quasi quotidianamente.

Esiste però il dovere di sperare che il sacrificio di Masslo non sia stato inutile e che, sia pure per vie tortuose, l’accettazione e la crescente integrazione degli immigrati nel tessuto sociale italiano sia un lento anche se contrastato processo in atto.

Sarebbe da questo punto di vista importante che le politiche migratorie fossero oggetto di una discussione non strumentale anche nel corso dell’attuale campagna elettorale ma esistono purtroppo fondati motivi per dubitarne.

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Questo blog nasce dall’incontro di tre persone emigrate volontariamente in età adulta dall’Italia in Svizzera e che in questo Paese hanno realizzato esperienze diverse in vari ambiti lavorativi e culturali. 

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