Le diseguaglianze fanno male anche al clima

La crisi climatica si configura sempre più chiaramente come un problema di equità sociale, tanto che risulta appropriato parlare della necessità di perseguire la giustizia climatica.

A questo proposito appare naturalmente indispensabile analizzare le fonti principali delle emissioni climalteranti per poi procedere a una loro progressiva riduzione.

L’attenzione si è spesso concentrata sui dati delle emissioni relative ai singoli Paesi analizzati nel loro complesso mentre, col tempo, si è rivelato più proficuo considerare la situazione interna a ogni Paese, studiando anche le differenze fra le varie classi sociali.

In questo modo si rendono più chiari i termini del problema perché le grosse differenze che esistono in materia di emissioni fra un Paese e l’altro non devono nascondere il fatto che all’interno di ogni singolo Paese esistono grosse differenze nell’impronta ecologica a seconda del reddito di ciascuno e delle relative abitudini di consumo.

Secondo un modello di analisi inaugurato dall’economista francese Thomas Piketty, l’attenzione si sposta dalle emissioni prodotte a quelle consumate e quindi dalla produzione al consumo.

Il presupposto di questa analisi è che il reddito determina lo stile di vita e i consumi di ciascuno con evidenti ripercussioni sulle emissioni. Studi di questo genere nell’analizzare il rapporto fra reddito ed emissioni tengono conto non solo delle emissioni relative ai consumi in senso stretto ma anche di quelle prodotte a monte dalla loro produzione e dai servizi connessi.

Un   rapporto stilato dall’Oxfam nel 2020, prendendo in considerazione l’arco di tempo che va dal 1990 al 2015, rivela che   l’1% più ricco della popolazione mondiale, pari a 63 milioni di persone, ha causato emissioni di carbonio pari al doppio di quelle prodotte dal 50% della parte più povera, che ammonta a 3,1 miliardi di persone.

https://policy-practice.oxfam.org/resources/the-carbon-inequality-era-an-assessment-of-the-global-distribution-of-consumpti-621049/

 

Allargando la prospettiva il 10% della popolazione mondiale ha causato circa la metà delle emissioni complessive, in un periodo in cui le emissioni di C02 sono aumentate complessivamente del 60%. Auto di grossa cilindrata, vaste abitazioni magari come seconde o terze case, frequenti viaggi aerei talvolta con Jet privati, elevati consumi di lusso oltre a investimenti in attività che producono alte emissioni di Co2 sono solo alcuni esempi di attività ad alto tasso di emissioni di cui è responsabile una parte particolarmente benestante della popolazione, concentrata prevalentemente ma non esclusivamente nei Paesi a più alto reddito.

Da un punto di vista geografico, naturalmente la maggior parte dei più abbienti si trova in Europa e negli Stati Uniti ma il panorama va rapidamente mutando con l’entrata in scena di nuove realtà in grado di raggiungere   un maggior benessere complessivo per intere popolazioni ma anche di riprodurre diseguaglianze economiche e di consumo analoghe a quelle di Paesi già economicamente affermati

In prospettiva, i consumi delle classi medio-alte di tutto il mondo non sono attualmente per niente compatibili con gli obiettivi di riduzione delle emissioni previste dagli accordi di Parigi per contenere il riscaldamento climatico nei margini di 1,5° mentre lo sono quelli delle classi medio basse.  Occorre inoltre tener conto che intere popolazioni, per uscire dallo stato di povertà in cui si trovano attualmente produrranno inevitabilmente maggiori emissioni che dovranno in qualche modo essere compensate con quanto avviene nelle realtà più ricche.

Si tratta di perseguire efficaci politiche di giustizia climatica in modo da passare dalla teoria all’azione concreta.

L’esistenza di forti diseguaglianze sociali deve quindi essere posta al centro anche degli interventi di riduzione delle emissioni.

L’Oxfam suggerisce l’introduzione di una tassazione progressiva della produzione di carbonio e provvedimenti fiscali che colpiscano i consumi di lusso a più alta intensità di carbonio che interessano soprattutto la fascia più ricca della popolazione.

In questa direzione si è mossa anche la deputata svizzera Natalie Imboden del gruppo dei Verdi che ha presentato in Parlamento la proposta per una tassazione progressiva della C02.” Quando le diseguaglianze aumentano, dobbiamo adattare il sistema fiscale-ha affermato la parlamentare. “La tassa colpisce i ricchi ma anche chi inquina. Le due cose sono correlate”.

È auspicabile che il cambiamento di determinati stili di vita improntati a consumi sfrenati non avvenga solo perché indotto da provvedimenti fiscali che li colpiscono ma sia frutto anche di uno sforzo individuale oltre che del progresso tecnico in determinati settori particolarmente climalteranti.

D’altra parte, lo sforzo per ridurre fino ad azzerarle le emissioni è al tempo stesso una lotta per ridurre le crescenti diseguaglianze sociali.

Una ripartizione più equa degli sforzi necessari per ridurre le emissioni appare fondamentale per farne l’obiettivo comune a tutti i ceti sociali e garantire   una maggiore accettazione di essi da parte di quelli economicamente   più deboli che oggi si considerano a buona ragione penalizzata in quest’ambito.

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Questo blog nasce dall’incontro di tre persone emigrate volontariamente in età adulta dall’Italia in Svizzera e che in questo Paese hanno realizzato esperienze diverse in vari ambiti lavorativi e culturali. 

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