L’associazione Mamre di Borgomanero – tra le varie iniziative solidali all’estero – dal 2019 collabora con Annas Linnas, un’associazione libanese presieduta da padre Abdo Raad, un sacerdote appartenente alla Chiesa cattolica greco-melchita, ma i cui componenti fanno parte di tutte le religioni presenti sul territorio: cattolici, musulmani sciiti e sunniti, drusi. L’associazione, nata per aiutare i profughi siriani presenti sul territorio libanese (che costituiscono quasi il 30% dell’intera popolazione), a causa della grave crisi economica in cui è precipitato il Paese, ha dovuto ampliare il ventaglio delle sue attività, supportando anche le tante famiglie libanesi “impoverite”, cioè che sono passate nel giro di pochi mesi da una condizione di relativo benessere ad una condizione di povertà assoluta. Questo è il racconto di Gabriele Sala, volontario Mamre che nel marzo scorso ha fatto parte della delegazione dell’Associazione Mamre che si è recata in Libano.

Per quanto avessimo già percepito nella nostra precedente missione, nel gennaio 2020, i segnali di una pesantissima crisi economica mai ci saremmo aspettati di trovare una situazione tanto drammatica come quella incontrata in questo viaggio.

Quella che sta attraversando il Libano è la peggiore crisi di sempre, che sta creando una spirale di disoccupazione, povertà, suicidi e inquinamento. Spesso abbiamo sentito ripetere: “Non stavamo così male nemmeno durante la guerra civile!”. La popolazione locale ha le idee ben chiare su chi sia il colpevole della tragedia in corso: una classe politica corrotta e incapace di rinnovarsi.

Per rendersi conto della gravità della situazione, ricordiamo che nella nostra prima missione del febbraio 2019 in favore dei profughi siriani, in collaborazione con i volontari dell’associazione Annas Linnas nei campi profughi della valle della Bekaa, 1 dollaro era scambiato con 1.508 lire libanesi (LL) ed il valore della moneta libanese era ancorato (sebbene non ufficialmente) a quello della moneta americana; uno stipendio medio si aggirava intorno ai 1.700 $, consentendo un buon tenore di vita. Quando siamo arrivati, nel 2020, nel pieno delle proteste di piazza (alle quali abbiamo anche partecipato al fianco di coloro che presidiavano la grande Moschea di Beirut) i manifestanti chiedevano le dimissioni del Governo, ritenuto incapace di far fronte ad una situazione finanziaria allo stremo a causa di un settore pubblico inefficiente e fine a sé stesso, mentre il settore privato e produttivo viveva in una situazione di morte apparente, con la bilancia commerciale in grave passivo (4 miliardi di dollari di esportazioni contro i 21 di importazioni). Per far fronte alla crisi finanziaria il Governo aveva proposto, nel contesto delle manovre di austerity, di imporre tasse sulle chiamate effettuate con applicazioni come Whatsapp: l’ultima goccia per molti cittadini, che hanno ritenuto le soluzioni proposte per gestire la crisi inefficienti e impattanti solo per le fasce più deboli della società. Anche gli amici di Annas Linnas, nel corso delle loro riunioni, dicevano: “Noi finora abbiamo aiutato gli altri ma, forse, è arrivato il momento in cui dovremmo cominciare a preoccuparci di noi…”

Ma mai e poi mai avremmo pensato di trovarci di fronte ad una situazione tanto grave come quella che abbiamo toccato con mano nel corso di questa missione: il giorno successivo a quello del nostro arrivo ci siamo recati in un ufficio di cambio: 1€ ci è stato cambiato a 90.000 LL e, a distanza di 5 giorni, il suo valore era di 105.000 LL. Gli stipendi medi si aggirano tra i 20 e i 30 dollari al mese che, ai dipendenti pubblici, non vengono pagati da mesi. Per questo le scuole pubbliche di ogni ordine e grado sono chiuse da tempo; resistono quelle private, dove gli stipendi sono quelli sopra indicati ma, almeno per ora, vengono pagati. Dai conti correnti, a causa della mancanza di liquidità delle banche, non si possono prelevare più di 20 $ al mese; la corrente elettrica non viene erogata per più di 2 ore al giorno a causa della scarsità di carburante per le centrali elettriche; transitare di sera per le strade di Beirut lascia un sentimento di profonda tristezza, le poche luci che illuminano qualche finestra sono solo quelle di chi può permettersi un generatore.

Ma come è potuto accadere in un Paese che per anni è stata considerata “la Svizzera del Medio Oriente?”

Il Libano, anche se sul fronte politico era conosciuto come un Paese di grande instabilità, su quello finanziario era in assoluto il più stabile. Ancora nel 2018, un brillante e dinamico settore bancario privato, su cui si reggeva l’intera economia di questo Paese, finanziava buona parte dell’ingombrante debito del governo.

Dalla seconda metà dell’anno successivo i depositi bancari, vera spina dorsale del Paese hanno iniziato a ridursi, il deficit è emerso in tutta la sua gravità, poi il Covid e l’esplosione al porto di Beirut hanno fatto il resto. Anche   gli aiuti internazionali, promessi dopo l’esplosione del porto, sono bloccati perché il Governo non è in grado di promuovere le riforme a cui gli aiuti sono vincolati.

La nostra sensazione è stata quella di trovarci di fronte ad un Paese in caduta libera, ma il fondo del barile – anche dalle testimonianze delle persone che stanno vivendo questa situazione – sembra non arrivare mai. La sopravvivenza di molte persone è affidata alle rimesse dall’estero (per chi ha parenti emigrati in Europa o negli USA) o alla solidarietà di qualche associazione umanitaria.