Buongiorno… o forse dovrei chiederti, questo è un “buon giorno”?
Oggi ti voglio scrivere di una s-malattia che mi confonde da tempo… che spesso ho temuto e visto come acerrima nemica. Salvo poi rendermi conto che è una cosa davvero “reale” e “giusta” nella vita.
Voglio introdurti a questo argomento partendo da un libro di David Bach e Jhon David Mann che si intitola “Il fattore cappuccino”.
Senza addentrarmi troppo nella trama, voglio iniziare da subito con le due domande che mi hanno messo al tappeto, nelle prime pagine.
Quante ore hai lavorato questa settimana?
Benissimo e … quante di quelle ore, le hai lavorate per te stesso?
Ora, io non avevo capito la domanda, e tu? Te ne riporto brevemente il senso. L’autore ha disegnato sul foglio un orologio ed indicando le diverse fasce orarie, ha scritto che mediamente le prime due ore del giorno le lavoriamo per pagare le tasse, le due ore seguenti per pagare mutuo o affitto. Così discorrendo fino alla fine della giornata.
L’autore con il “lavorare per te stesso” non si riferisce a “quanti sfizi ti potrai permettere non appena arriva lo stipendio”. Piuttosto invita il lettore a un abitudine e mentalità diversa, dicendo “paga prima te stesso”, dai valore in primis a te.
Nella mentalità comune, sottraiamo dal nostro stipendio prima le spese ordinarie, quelle quotidiane, per poi restare a fine mese con una “fetta” per se stessi, nel migliore dei casi.
Te lo dico con il cuore, qui è tutto, fuorché una questione di soldi.
L’autore infatti scrive:
“Lascia perdere i numeri, per il momento. Quello che conta veramente, è ciò che ci sta dietro. Pagarti per prima significa semplicemente darti la priorità. Zoey non poté evitare di accigliarsi. Senti riecheggiare in testa la voce di sua madre che diceva: Dai sempre la priorità agli altri, Zoey, sempre.
Henry le rivolse un impercettibile cenno del capo. “Lo so: va in qualche modo contro tutto quello cheti è stato insegnato, dico bene? Le brave persone non si mettono mai al primo posto. Le persone buone pensano prima agli altri. Ho indovinato?”
“Qualcosa del genere” ammise Zoey.
Lui annui. “E ovviamente è del tutto vero. Preoccuparci degli altri è il tratto distintivo degli umani civilizzati. Mala vita è paradossale, e talvolta l’unico modo per poter re agli altri è mettersi al primo posto. Hai capito che cosa intendo dire?”
“A essere onesti, no” ammise Zoey
“Hai presente quello che dicono sugli aerei poco prima del decollo?” A proposito del fatto che, nell’eventualità di un’emergenza, dovresti prima indossare la tua maschera per l’ossigeno e solo dopo pensare ai bambini? Suona al rovescio. Uno pensa che bisognerebbe occuparsi prima di tutto dei bambini, giusto? Invece no. Perché se dovessi perdere i sensi non saresti utile a nessuno. Capisci?”
“Credo… di si”, rispose Zoey
Senza lasciare la presa, Henry mise l’altra mano sopra la sua.
“Ecco che cosa credo, Zoey. Credo che ognuno di noi sia stato messo qui, su questa terra, in questa vita, per fare qualcosa, qualcosa di speciale. Qualcosa che nessun altro può fare al posto suo. Solo che molti di noi non lo stanno facendo, perché siamo troppo occupati a pagare tutti glialtri, per primi.”
Con queste poche righe, ho voluto farti “sentire” perché ho scelto proprio il nome “condanna al successo” per questa s-malattia.
Condanna perché, è inevitabile. Il nostro stesso concepimento è stato un successo. Altrimenti ci sarebbe qualcun altro ora al nostro posto. Tanto per cominciare.
Poi vorrei soffermarmi sulla presa di coscienza e di responsabilità, che umanamente penso che ogni individuo dovrebbe avere verso se stesso e ciò che lo circonda.
Tipo: svegliarsi la mattina chiedendosi “come posso rendermi utile oggi?”
Successo… questa parola, mi spaventa anche più della prima.
Successo… la capacità di far “succedere”, accadere, le cose. E come? Diventando semplicemente, la versione migliore di se stessi. Imparando a darci valore e prendere coscienza che ognuno di noi, è dotato di abilità, che può essere utile a qualcun altro. Imparando a “pagarsi” per primi.
Concludo citando l’autore che scrive: “Il punto è che ovunque tu trovi, ci sono tre cose: tu, la tua lente e il mondo. Che cosa creerai?”
Sta a ognuno di noi, con i propri strumenti, crearsi la propria realtà. Tu che realtà ti vuoi creare?
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E come ben sai…
A volte basta solo un primo passo per cambiare il mondo, ma per rivoluzionarlo davvero, non può restare il solo