Lista delle S-malattie consigliate #48: Ciao

Erano le 15:42 di venerdì pomeriggio. 

Io e Adriana eravamo al telefono con una sua amica e stavamo valutando se acquistare o meno un pacchetto, che ci avrebbe insegnato come investire nei mercati azionari, traendone interessanti profitti.

Poi sul telefono vedo la scritta MAMMA ❤️❤️❤️.

Faccio una premessa: mia madre non mi chiama MAI, assolutamente MAI. 

Ci scriviamo su WhatsApp e, quando sono libera, la chiamo io. Lei non lo fa perché ha paura di disturbarmi, o almeno così dice.

Rispondo immediatamente, sperando che abbia schiacciato per sbaglio i tasti di chiamata. Dalla sua voce capisco che purtroppo, non si tratta di un errore.

“Ilaria, è morto il nonno!”.

“Cazzo, no!” 

Ha più di 90 anni ed era diversi mesi che stava male. In più era stato ricoverato e in ospedale, per via del COVID, non fanno avvicinare nessuno.

“È morto da solo, sono due mesi che l’hanno chiuso in quella stanza e non hanno permesso a nessuno di andarlo a trovare. Io volevo andare a salutarlo.”

– – –

Buongiorno, come stai?

Ho riflettuto sul nome di questa s-malattia, ma nemmeno troppo a lungo. 

Avrei potuto chiamarla “rabbia” oppure “frustrazione” o ancora “impotenza”. Ma fondamentalmente, il tassello che avrebbe impedito l’irruzione di tutte queste emozioni, sta in quelle piccole e semplici quattro lettere. È una parola che teniamo in bocca, o quantomeno nella testa, dalla mattina alla sera. La diciamo quando usciamo  di casa o rientriamo, quando incontriamo le persone e anche quando facciamo dei piccoli errori. Mi trovo sovente a dirmi “ciao Ilaria” quando farfuglio e non riesco a mettere insieme una frase di senso compiuto. Questo saluto, apparentemente banale, porta con sé un messaggio dirompente.

Perché quando incrociamo qualcuno che ci dice “ciao”, automaticamente ci rendiamo conto che quella persona, in realtà ci sta dicendo “Ehi, io ti riconosco, so che esisti e siccome sei una figura di riferimento, io ti saluto.”

A confermare ancora di più questa regola, è la situazione opposta, quando litighi con qualcuno e ne sei talmente indignato da “togliergli il saluto”. Pensare che nella vita di un uomo, o di una donna, sono così piccole le cose, che fanno un’ enorme differenza. Peccato che proprio il fatto che siano così minute, ci fa dimenticare della loro importanza e talvolta, anche della loro esistenza.

La pena di mia madre, quel pianto strozzato, che nelle vene mi brucia come lava infuocata, non era dovuta tanto alla perdita del genitore. Purtroppo ce lo aspettavamo perché era già da diversi mesi che soffriva.

Era piuttosto per la mancata possibilità di comunicare, di vederlo per quell’ultimo saluto. Quella sensazione di avere una mano che ti tappa la bocca e ti impedisce di parlare. Non per tua scelta, ma per costrizione.

In quei momenti di certo, non stai a raccontare le cianfrusaglie del passato. A poco servono, non danno sollievo al morente e di certo non sono di aiuto a chi resta.

Nella formazione ho imparato la formula magica del perdono, ti invito a stampare questo articolo e incidertela bene nella mente e nel cuore.

OGNUNO HA FATTO QUELLO CHE POTEVA CON GLI STRUMENTI CHE AVEVA

Ricordatelo bene, prima di far circolare nel tuo cuore sentenze e malumori che, te lo dico da amica, faranno del male solo ed esclusivamente a te.

Ricordati che le parole che vivono nella tua mente ed echeggiano nella tua bocca, hanno una forza potentissima, ma fai attenzione.

Come ogni strumento straordinario, hanno il potere di fare del bene, come di distruggere. Usale con cura.

Dal canto mio, per quanto possa essere innamorata delle parole, in certi momenti, scelgo deliberatamente di non utilizzarle. Sono più che certa che un chilo di vocaboli, neanche i migliori, possano competere con un grammo di azioni. Probabilmente lo pensa anche mia madre, che con la sua sofferenza, ha deciso di salutare il nonno con un semplicissimo stato WhatsApp.

Condivido il suo gesto e per questa volta, voglio salutarti anch’io così..

Ciao

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Questo blog nasce dall’incontro di tre persone emigrate volontariamente in età adulta dall’Italia in Svizzera e che in questo Paese hanno realizzato esperienze diverse in vari ambiti lavorativi e culturali. 

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