L’ora del lupo

Un’antica tradizione militare vuole che le guerre comincino nel momento in cui la notte sta per lasciare il posto al giorno, quando il sonno di chi dorme si fa più pesante e l’attenzione delle sentinelle meno vigile.

Così è stato anche per l’inizio dell’aggressione russa all’Ucraina, il 24 febbraio del 2022.

Valeriij Panjuskin è un giornalista russo, da sempre avversario del regime di Putin di cui ha raccontato i crimini e le guerre sanguinose. Questa guerra è la più dolorosa per chi   nel suo Paese non ne può parlare e non può nemmeno chiamarla col suo nome.

https://www.edizionieo.it/book/9788833576329/l-ora-del-lupo

Panjuskin ha sentito il dovere morale di raccogliere testimonianze di chi fugge dalla guerra, presentandone le vicissitudini   senza sentimentalismi, nella loro cruda realtà; per farle conoscere è stato costretto a lasciare la Russia, insieme alla famiglia, dopo alcuni mesi di guerra.

Ma non manca anche uno sguardo su chi aiuta i profughi a fuggire e a trovare rifugio e accoglienza.

Le donne hanno un ruolo particolare nei racconti, sia quelle che si trovano a fuggire reggendo sulle spalle il peso di intere famiglie in fuga sia quelle impegnate nell’aiuto a chi fugge e nella conseguente, continua ricerca di soluzioni apparentemente impossibili ai problemi che si presentano di volta in volta. Questo è frutto della convinzione dell’autore secondo cui “gli uomini scatenano le guerre e alle donne tocca mettere insieme i cocci” ma lo fanno da protagoniste, preoccupandosi di soddisfare non solo i bisogni materiali.

Si sviluppa così una   rete di solidarietà, prevalentemente femminile, che si organizza, spesso al di fuori e talvolta contro    le strutture ufficiali. È il caso, ad esempio, di Rubikus, un team di volontarie e volontari che aiuta chi fugge dall’Ucraina e cerca una nuova sistemazione, fondato da Rita Vinokur, un’attivista russa trasferitasi in Pensylvania .

Con l’aiuto del marito, Rita ha costruito un piattaforma di raccolta di una quantità immensa di dati utili ai profughi che possono essere loro trasmessi in tempo reale e che ha finora permesso all’organizzazione di assistere 25.000 persone.

Queste strutture di volontariato, in cui le donne svolgono un ruolo fondamentale, hanno il merito di porre i profughi al centro dei propri interventi e di coinvolgerli nella soluzione dei problemi, mentre le organizzazioni ufficiali spesso “risolvono i problemi dei profughi senza i profughi”.

Il volontariato che tende a organizzarsi costituisce anche un modello per il futuro in cui la capacità di raccogliere e organizzare dal basso risorse umane e materiali di aiuto e assistenza svolgerà un ruolo fondamentale. L’esperienza ucraina ci sta purtroppo dimostrando che siamo potenzialmente tutti profughi; la vita di ognuno di noi può essere infatti sconvolta da un giorno all’altro, com’è successo e sta succedendo a tante ucraine e a tanti ucraini ma anche a tanti che fuggono da altre guerre e da altre persecuzioni. Insomma se finora abbiamo considerato il profugo altro da noi, oggi questo non è più possibile e nel volto del profugo dobbiamo riconoscere la nostra immagine, nella speranza, che non è più certezza, che il futuro non  ci riservi  le stesse sofferenze.

Questa consapevolezza non deve indurci alla rassegnazione e alla disperazione ma predisporci al contrario all’accoglienza e alla solidarietà.

I problemi relativi all’accoglienza non vengono nascosti; non mancano casi di vario genere di sfruttamento dei profughi o di incomprensioni che sorgono fra ospitanti e ospitati.

Il giudizio sulla guerra è netto e le responsabilità russe non possono in alcun modo essere nascoste e per il giornalista si tratta di un’ammissione particolarmente lacerante; Panjuskin

la vive in prima persona quando tenta inutilmente di convincere il padre che gli aggressori sono i russi, pagando per questo lo scotto di una dolorosa rottura umana.

Questo non impedisce di gettare uno sguardo pietoso anche sulle sofferenze dei soldati russi, carnefici più o meno consapevoli e al tempo stesso vittime della guerra, insieme alle loro famiglie.

Alcune pagine struggenti sono dedicate agli animali da cui molti profughi in fuga non si vorrebbero separare a costo di rischiare per questo la vita.

I bambini pagano un prezzo particolarmente alto alla guerra in termini di morte, di mutilazioni ma anche di un disagio psichico che avrà bisogno di anni per essere in qualche modo risanato.

Un bambino fuggito da Buca in Germania racconta che del nuovo Paese ama molto gli uccelli che gli sembrano diversi da quelli ucraini; incuriosito lo psicologo scopre che il bambino ha osservato  che in Germania  gli uccelli non sono costretti a mutare i loro comportamenti per adeguarli alla realtà della guerra  e dei  bombardamenti.

La guerra è considerata dall’autore il frutto di un sistema di potere russo divenuto totalitario, che ha ormai soppresso ogni margine di libertà e ha trasformato perfino la lingua in un vergognoso strumento di menzogna; questo libro è dunque anche uno modo per salvare la dignità di una lingua e di una cultura che il regime di Putin minaccia di compromettere. Ma al tempo stesso è anche la testimonianza   dell’esistenza di una Russia diversa, di cui fanno parte persone impegnate dalla parte giusta  dentro e fuori dal loro Paese fanno il possibile, non senza rischi, per aiutare gli aggrediti. Questa Russia schiacciata e minoritaria sarà domani la base su cui ricostruire moralmente il Paese.

La denuncia documentata e   senza tentennamenti   dell’aggressione russa pone   anche a chi  si batte per una soluzione pacifica del conflitto  motivi di riflessione; la ricerca della pace deve essere accompagnata da forme concrete di solidarietà all’Ucraina aggredita e non dalla semplice richiesta di una pace ad ogni costo che si traduce, magari inconsapevolmente, in un atteggiamento di ambigua neutralità.

Il movimento pacifista, se vuole uscire dall’insignificanza in cui è attualmente relegato, deve imparare da questa esperienza a trovare forme di lotta non violenta che esprimano concreto sostegno all’aggredito insieme alla ricerca  di soluzioni eque ai conflitti.

Un libro da leggere e da meditare in quanto espressione di una voce genuina e sincera in una guerra  in  cui la manipolazione dei fatti,   apertamente denunciata dall’autore, è essa stessa una strategia esplicita di conduzione del conflitto

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Questo blog nasce dall’incontro di tre persone emigrate volontariamente in età adulta dall’Italia in Svizzera e che in questo Paese hanno realizzato esperienze diverse in vari ambiti lavorativi e culturali. 

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