Luddismo

Il movimento luddista si manifestò con una serie di rivolte avvenute nel 1811-1812 a partire da Nottingham per poi estendersi in alcune regioni circostanti dell’Inghilterra.

I tessitori di quelle regioni che lavoravano a mano per produrre pizzi, merletti, calze e altri prodotti tessili  si videro  largamente sostituiti da macchine che producevano il doppio in metà tempo; di fronte al sostanziale rifiuto padronale di venire incontro alle loro richieste, molti tessitori cominciarono per protesta a distruggere quelle macchine  che consideravano responsabili del peggioramento delle loro condizioni di lavoro, delle loro relazioni sociali  e non di rado  della disoccupazione e dell’esodo dalle campagne.

Il movimento prese il nome da Ned Ludd che nel 1779 a Nottingham  avrebbe presumibilmente distrutto, non si sa se per imperizia o per rabbia, due telai diventando l’emblema della successiva rivolta  sulle orme di  Robin Hood, il mitico eroe popolare, anch’egli operante nella Contea di Nottingham molti secoli prima.
La rivolta  fu duramente repressa nel sangue e dopo qualche sussulto terminò definitivamente attorno al 1816 in seguito ad altre forme di repressione e a un relativo miglioramento delle condizioni di lavoro.

Il termine luddismo è rimasto nel corso del tempo con un’accezione negativa tesa a indicare forme di violenza distruttive e retrograde, in quanto negatrici dell’idea stessa di progresso.

Lo stesso movimento operaio ha sempre considerato il luddismo come una forma rozza e improduttiva di organizzazione operaia.

 A scuola impariamo la storia della rivoluzione industriale come un’epopea di progresso e di civiltà ma veniamo   raramente confrontati con le conseguenze che questo processo complessivamente ha comportato in termini di sofferenza umana e di impatto ambientale.

Al più questi “effetti collaterali” vengono considerati come inevitabili   sacrifici da immolare sull’altare del “progresso”.

I luddisti del XIX secolo segnalavano la sofferenza che i mutamenti in atto provocavano nelle loro condizioni di vita complessive, individuando ingenuamente nelle macchine il loro nemico e auspicando un’immobilità sociale che era alla lunga una prospettiva non praticabile.

Ma mettevano anche in risalto, in modo pressante, le storture che le trasformazioni in atto determinavano e sottolineavano l’esigenza di governarle e indirizzarle; ponevano insomma il problema di chi è il padrone e il massimo fruitore del “progresso”. La rivolta luddista ci propone dunque elementi di riflessione utili anche nel presente per tentare di far fronte in modo socialmente equo ai continui processi di trasformazione che ognuno di noi può osservare ogni giorno.

La nostra epoca è caratterizzata infatti da uno sviluppo tecnico-scientifico talmente rapido e continuo da causare una condizione sociale e lavorativa costantemente soggetta a repentini cambiamenti e tali da creare negli individui una continua condizione di precarietà e di insicurezza. L’Intelligenza artificiale è l’ultima frontiera di queste innovazioni e sta già producendo mutamenti profondi in ogni aspetto della nostra vita.

È chiaro che opporsi in modo radicale a questi sviluppi, come insorgenti forme di neoluddismo sembrano proporre, appare alla lunga dannoso e velleitario; si tratta di innovazioni di per sé potenzialmente portatrici a lungo termine di miglioramento nella vita delle persone e oltretutto inarrestabili. 

 L’intelligenza artificiale applicata al mondo del lavoro produrrà, ad esempio, cambiamenti radicali   e probabilmente una difficile transizione e, al di là di facili ottimismi, una distruzione di posti di lavoro che saranno (forse) compensati nel tempo dalla nascita di nuove professionalità. 

Anche sul piano delle relazioni sociali le ripercussioni rischiano di non essere inferiori a quelle della prima Rivoluzione industriale.

Il problema è come governare queste trasformazioni   in modo non solo da limitarne l’impatto sociale nella fase di transizione ma anche da indirizzarle verso obiettivi vantaggiosi per l’insieme della collettività, quali ad esempio una riduzione del tempo dedicato al lavoro e una ricchezza più equamente distribuita.

 Il problema, dunque, ieri come oggi è stabilire “chi è il padrone del progresso” chi possiede gli strumenti per creare e indirizzare le innovazioni tecnico-scientifiche e le loro applicazioni tecnologiche, chi trarrà profitto da esse; continueranno a essere al servizio degli interessi di pochi con qualche “sgoccioalamento” verso il resto della popolazione o saranno lo strumento di un reale miglioramento delle condizioni dell’intera umanità?

Sulla risposta a questa domanda si gioca forse la possibilità stessa degli esseri umani di avere un futuro sull’unico Pianeta che possiedono.

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Questo blog nasce dall’incontro di tre persone emigrate volontariamente in età adulta dall’Italia in Svizzera e che in questo Paese hanno realizzato esperienze diverse in vari ambiti lavorativi e culturali. 

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