2025: Mamre per il Libano

È la quinta missione in Libano quella appena compiuta dall’Associazione Mamre di Borgomanero a partire dal 2019, approfittando di una breve quanto fragile tregua. La sospensione delle ostilità ha riguardato una guerra che in due mesi è costata al popolo libanese 4 mila vittime civili tra cristiani e musulmani e 12 mila tra i miliziani di Hezbollah; quest’ultimo è il partito sciita finanziato dall’Iran, che si oppone all’esistenza stessa dello Stato di Israele. I volontari Mario Metti, Adriano Rossi, don Alberto Olivo e Gabriele Sala si sono recati in quella terra già duramente colpita da ormai cinque anni da una devastante crisi economica che ha precipitato la popolazione in una spirale di disoccupazione, povertà, crisi e inquinamento. La situazione si è aggravata con la terribile esplosione del 4 agosto 2020, avvenuta in circostanze non ancora chiarite, che ha fatto 218 vittime, oltre 7.000 feriti, con costruzioni rase al suolo o pesantemente danneggiate in un raggio di molte centinaia di metri. Come se non bastasse, nello scorso settembre è nuovamente esplosa la storica conflittualità tra Libano e Israele, derivante da una combinazione di questioni storiche, politiche e geopolitiche; in particolare dalla presenza di Hezbollah nel Sud del Libano che riceve un forte sostegno militare e finanziario dall’Iran, nemico dichiarato di Israele.  La presenza di un alleato iraniano alle porte di casa propria, percepita come una incombente minaccia alla propria sicurezza, è sfociata in una invasione israeliana con numerosi raid aerei che hanno seminato morte e distruzione in molte zone del Paese.

La nostra missione ha avuto una durata relativamente breve (dal 25 al 29 gennaio), ma non ci ha impedito di portare gli aiuti umanitari raccolti (farmaci, materiale per medicazioni, vestiti per adulti e bambini, materiale di cancelleria, articoli per l’igiene personale e piccoli giochi per bambini) e di consegnare a Padre Abdo Raad, sacerdote libanese che esercita il proprio ministero in Italia, nonché presidente di Annas Linnas (“Gli uni per gli altri”) l’associazione libanese con cui collaboriamo da tempo), le somme in denaro elargite da amici e sostenitori di Mamre in favore di alcuni importanti progetti destinati alle fasce più fragili della popolazione.

Gli aiuti materiali ed economici sono così stati distribuiti a Zahle, città di 150.000 abitanti con grandissima prevalenza cristiani, situata a 1010 m. s.l.m. e davanti alla quale si apre la valle della Beqaa, teatro di numerose battaglie da parte di curdi, drusi e, in tempi più recenti, siriani. La crisi ha colpito pesantemente questa popolazione, specialmente quelle famiglie che non godono di rimesse da parte di parenti che vivono all’estero. I volontari di Annas Linnas provvedono alla preparazione, confezionamento e consegna a domicilio dei pasti per quelle famiglie prive di mezzi di sussistenza e assicura cure sanitarie agli indigenti. Qui abbiamo anche incontrato una profuga siriana con la figlia tredicenne, fuggita dal paese dopo che il marito è stato ucciso dai terroristi dell’ISIS con una iniezione endovenosa di gasolio per la sola colpa di essere cristiano, mentre il padre è stato ucciso con un colpo di fucile alla testa. La donna è stata accolta dalla Associazione che le ha trovato un lavoro presso un convento di suore, ma lo stipendio non le consente, tuttavia, di pagarsi l’affitto: l’impegno di Mamre sarà quello di contribuire a sostenere questa spesa e quella di altre nove famiglie che vivono le stesse difficoltà.

Altra tappa della nostra missione è stato il Dispensario di Achrafieh, pesantemente danneggiato dall’esplosione del porto di Beirut e alla cui ricostruzione Mamre aveva dato un importante contributo grazie al Rotary Club di Borgomanero, il quale aveva donato anche un ecografo e uno studio dentistico. Le e attività del dispensario non sono solo di natura sanitaria, ma anche umanitaria, in quanto la struttura offre pasti gratuiti agli indigenti, con un aumento esponenziale nei mesi della guerra che aveva portato nella capitale libanese migliaia di sfollati. Ora le attività sanitarie sono riprese a pieno regime e adesso i sanitari vorrebbero implementarle con un apparecchio per la MOC trasportabile al domicilio dei malati impossibilitati a spostarsi.

Un appuntamento al quale non potevamo mancare è quello del campo profughi siriano di Kather Mayer, con cui, nel corso degli anni, si è stabilito un legame affettivo, in particolare con i bambini che ormai ci conoscono e ci corrono incontro festosi. Per loro ci sono dolcetti, giochi e materiale di cancelleria per la piccola scuola, mentre l’impegno con gli adulti è quello di procurare delle batterie per l’accumulo di energia solare al fine di ridurre i costi delle bollette elettriche. Si tratta di un campo relativamente piccolo che ospita perlopiù famiglie, donne che hanno perso il marito in guerra e orfani. La scelta di non accogliere giovani single è dettata dal fatto di evitare situazioni di promiscuità. Complessivamente, si tratta di 275 persone, di cui 25 uomini, 90 donne e 160 bambini che vivono da anni sotto tende troppo calde d’estate e troppo fredde d’inverno e che lottano contro i violenti temporali che allagano il terreno e le raffiche di vento che rendono ancora più precari quei ripari fatiscenti. Eppure, anche se ora la situazione politica consentirebbe loro di rientrare in Siria, la consapevolezza di non trovare più niente, né case, né famigliari, né scuole, li induce a restare in quella situazione, per quanto provvisoria. Sotto una di queste tende incontriamo Ramadan con la moglie e i suoi cinque figli. L’uomo ci mostra i terribili segni dell’esplosione di una bomba sul suo corpo devastato da ustioni estese al dorso, alla nuca, alla spalla e al braccio, con cicatrici che ne limitano gravemente la mobilità e che necessiterebbero di trattamenti chirurgici, impossibili da realizzare in Libano.

Altro appuntamento fisso è quello a Chatila, campo profughi palestinese divenuto tristemente famoso per il terribile massacro del 1982 ad opera della falange libanese maronita e dei militari israeliani guidati da Ariel Sharon nella quale persero la vita circa 3.500 persone, per la maggior parte donne, anziani e bambini; gli uomini, infatti erano stati trasferiti dalle forze dell’ONU che temevano la rappresaglia per l’attentato al neoeletto Presidente libanese Bashir Gemayel.  Ovviamente, i profughi non vivono più nelle tende di un tempo: a Chatila sono sorte costruzioni in muratura che, all’aumentare della popolazione, dato il divieto di occupare più suolo di quello che è stato loro assegnato dalle autorità libanesi, si sono espanse verticalmente. Così, ogni anno sono stati aggiunti piani, stanze, scale, passaggi; gli edifici si inclinano man mano che crescono in altezza, fino quasi ad unirsi ai palazzi che stanno di fronte, mentre i piani più bassi non godono di alcuna luce e i muri sono danneggiati dall’umidità causata dalle infiltrazioni d’acqua dei tubi deteriorati; un incredibile intreccio di cavi elettrici e tubi in plastica per l’acqua (non potabile, utile solo per lavarsi) contornano e attraversano ogni stradina e sono molti i cumuli di rifiuti abbandonati sul ciglio delle strade. Anche qui si distribuiscono vestiti per bambini, farmaci e materiale per la piccola scuola acquistata da Mamre e lasciata in comodato d’uso all’Associazione dei Giovani Libanesi Palestinesi (YLPA). Attualmente la scuola non è in funzione perché necessita di alcuni interventi manutentivi essendo stata, fino a pochi giorni fa, adibita a rifugio per sette famiglie fuggite dalla guerra.

Ultima tappa di questo pellegrinaggio nel dolore è stata la visita a Tiro e nei villaggi a Sud del Libano, lungo la strada che conduce a Braachit, passando per Qana (Cana per noi),che contende all’omonima località della Galilea di essere stato il luogo  del primo miracolo di Gesù). Qui si tocca con mano cosa rappresenta veramente la guerra: una casa su tre è rasa al suolo e così le chiese cristiane, dove avevano inutilmente cercato rifugio i guerriglieri di Hezbollah. Ci troviamo a circa 10 km. dal confine, sentiamo ronzare sopra le nostre teste i droni israeliani (si tratterebbe di violazione dello spazio aereo nazionale ma, si sa, il diritto internazionale per Israele non esiste). Possiamo facilmente immaginare come da qui al confine, in quell’area nella quale Israele vorrebbe istituire una “zona cuscinetto” libera da civili, il paesaggio non sarà molto diverso da Gaza. Per realizzare questo piano il premier israeliano Benyamin Netanyahu si è rivolto ai cittadini libanesi intimando loro di scappare: “Tiratevi fuori dai guai ora, non lasciate che Hezbollah metta in pericolo le vostre vite e quelle dei vostri cari – ha detto – Una volta terminata la nostra operazione, potrete tornare sani e salvi alle vostre case”. Quante volte   i palestinesi hanno ascoltato parole simili nel corso dei decenni e negli ultimi due anni quelli di Gaza sfollati dalle loro case. Si sa come poi sono andate le cose. Qui l’impegno di Mamre sarà quello di sostenere i sacerdoti locali nel loro impegno in favore di tutta la popolazione e non solo di quella cristiana.

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Questo blog nasce dall’incontro di tre persone emigrate volontariamente in età adulta dall’Italia in Svizzera e che in questo Paese hanno realizzato esperienze diverse in vari ambiti lavorativi e culturali. 

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