“Marciapiede (…)  Parte della sede stradale riservata al transito dei pedoni”

Questa definizione tratta dal dizionario Treccani non corrisponde  alla realtà dei nostri centri urbani.

La suddetta funzione pedonale che dovrebbe essere, se non esclusiva, almeno largamente prevalente viene oggi insidiata in vario modo.

Sui marciapiedi più ampi un primo problema è costituito dai ciclisti che li percorrono, talvolta prudentemente con la coscienza di essere fuori posto, talvolta in modo sfacciato e a forte andatura.

I nostri solerti amministratori non mancano di metterci del loro, disegnando talvolta, con la modica spesa di un po’ di vernice gialla, improbabili percorsi ciclistici pomposamente definiti piste ciclabili. In alcuni casi la convivenza fra ciclisti e pedoni sarebbe possibile con un minimo di rispetto delle regole raramente riscontrabile. L’incauto pedone che, magari distrattamente osi superare la fatidica linea gialla rischia, nel migliore dei casi, feroci scampanellii o rimproveri verbali non particolarmente gentili. Senza contare che molti ciclisti amano invadere con prepotenza anche la superficie del marciapiede che non   è loro riservata, facendola ugualmente da padroni.

Il ciclista medio sfoga qui evidentemente le frustrazioni che deve subire nel traffico cittadino, mostrandosi chiaramente affetto dalla sindrome di Rosso Malpelo, il personaggio della novella di Verga che, angariato da tutti coloro che si arrogano un qualche potere su di lui, se la prende con i pochi esseri viventi su cui si sente in grado di esercitare la sua misera autorità.

Il marciapiede è anche la sede prediletta dei monopattini elettrici, un mezzo ibrido la cui invenzione e utilizzazione è un chiaro segno di decadenza della civiltà umana.

Verso gli utilizzatori di questo mezzo infernale provo una forma di comprensione umana   perché si tratta spesso di soggetti recalcitranti all’uso a scopo motorio degli arti inferiori, ineluttabilmente destinati a un processo di atrofizzazione.

Questo bagliore di umanità mi abbandona immediatamente alla vista dell’ennesimo parcheggio in luogo del tutto inappropriato di questa via di mezzo fra uno scooter e una tavola da surf, non di rado utilizzato come mezzo di trasporto collettivo.

Sui marciapiedi amano spesso parcheggiare, naturalmente sempre per un minuto, automobilisti   spinti da impellenti necessità umanitarie, in modo tale che, di fronte a eventuali rimostranze in merito, ti fanno sentire come minimo in colpa per attentato alla vita di un congiunto che ha immancabilmente urgentissimo bisogno di un medicina salvavita, anche se nel raggio di un chilometro non si scorge nessuna farmacia. Nei casi peggiori la sosta di veicoli di vario genere sul marciapiede, specie nel Bel Paese, avviene anche in modo impudente e all’insegna del più totale disinteresse del fatto che il pedone sia costretto ad avventurarsi nel mezzo della sede stradale.

Il marciapiede è anche utilizzato spesso e volentieri per l’espansione incontrollata di bar e ristoranti che nella stagione calda, che ormai tende a durare nove mesi all’anno, occupano gioiosamente i marciapiedi con i loro tavolini, costringendo il pedone a spregiudicate prestazioni slalomistiche.

In Italia il dilagare di questo particolare uso del suolo pubblico fu diffusa e favorita in tempi di pandemia quando la consumazione di cibo e bevande all’aperto veniva giustamente considerata meno pericolosa. Si sarebbe dovuto trattare di una situazione provvisoria per consentire ai clienti di tornare a frequentare in sicurezza i loro locali preferiti con un meritato sollievo per le casse dei gestori dei locali ma naturalmente, secondo una collaudata tradizione italica, la provvisorietà tende a diventare definitiva.

Questo naturalmente è lo sfogo di un pedone incallito, non esente da un briciolo di faziosità corporativa nella difesa di una categoria che comunque resta l’anello debole nella catena della circolazione urbana.

Non resta allora che invocare l’unità del proletariato pedonale in modo da creare una lobby in grado di far sentire la propria voce, per città più umane che alla fine diventerebbero più vivibili per tutti.