Mamre per l’Ucraina: sempre dalla parte degli ultimi

Anche la settima missione dell’associazione Mamre di Borgomanero in Ucraina si è conclusa. Sapevamo che questa volta i rischi erano maggiori del solito: la destinazione, infatti , era un agglomerato di villaggi che costituiscono la comunità di Daryivka, a pochi minuti da Kherson, città dell’Ucraina meridionale che sorge in prossimità dell’estuario del fiume Dnepr, nonché capoluogo dell’omonimo oblast (entità politica grossomodo equivalente ad una nostra regione). Kherson è stata occupata militarmente dai russi dopo pochi giorni dall’inizio dell’offensiva: l’area della regione è di interesse strategico, in quanto si trova subito sopra la Crimea, occupata militarmente da Putin nel 2014. Da qui arrivano i rifornimenti idrici per la penisola, attraverso un canale di origine sovietica bloccato otto anni fa dagli ucraini e riaperto dai russi dopo l’invasione. Per Kherson passa anche l’ultimo miglio del corridoio che permetterebbe di collegare la Crimea via terra alla Russia, attualmente raggiungibile soltanto attraverso il ponte di Kerch, colpito dagli ucraini nello scorso mese di luglio. Inoltre, il 6 giugno scorso, un’esplosione ha fatto crollare la diga di Nova Kakhovka, sul fiume Dnepr, a 30 km a est di Kerson. L’acqua della Nova Kachovka riforniva la Crimea e la centrale nucleare di Zaporizhzhia, oltre ad alimentare la centrale idroelettrica di Kachovka. Sulla responsabilità del crollo c’è un rimpallo di responsabilità tra russi e ucraini, ma le conseguenze per gli abitanti dei villaggi a valle della diga sono state devastanti: centinaia di abitazioni danneggiate, molte in maniera irreparabile, l’acqua si è portata via tutto quanto in esse contenuto, oltre agli animali da cortile e alle coltivazioni orticole, principali fonti di sussistenza per quelle popolazioni.

Ed è proprio a loro che Mamre ha pensato di portare un aiuto significativo e, grazie alla generosità di molti, abbiamo potuto acquistare oltre 200 q.li tra riso, pasta, scatolame, acqua in bottiglia, detersivi e articoli per l’igiene personale, materassi, lettiere, vestiti e scarpe.

Lo scopo di questa missione era duplice: da un lato quello di controllare che gli aiuti arrivassero effettivamente a destinazione (sappiamo che in molti casi gli aiuti umanitari prendono “strade poco chiare”) per rispetto sia di chi ha donato con fiducia, sia di quelle centinaia di persone che di questi aiuti  avevano veramente bisogno; dall’altro, quello che da sempre caratterizza le missioni di Mamre, e cioè conoscere e far conoscere realtà al di là di quello che ci viene propinato dai media. E questo giustificava sia i sacrifici che i rischi che poteva comportare da parte di chi si è assunto questo impegno.

Ovviamente, non siamo partiti affidandoci alla buona sorte, ma sapevamo che, arrivati a Kiev, avremmo trovato una persona fidata, in costante contatto con i militari che ci avrebbero avvertiti di eventuali situazioni di pericolo.

Così, Mario, Ivan ed io lasciamo Malpensa domenica 12 agosto, due ore di volo fino a Cracovia e poi un estenuante viaggio di 21 ore in pullman (di cui 7 tra le due dogane) fino alla capitale ucraina. Un taxi ci accompagna all’albergo che Serghej, il nostro contatto, ha prenotato per noi, dandoci poi appuntamento per il mattino seguente.

Dopo una notte di riposo in un elegante albergo, al mattino Serghej ci raggiunge con un SUV preso a noleggio, in grado di percorrere anche strade dissestate che potremmo incontrare lungo il percorso.

Appena fuori Kiev si apre davanti ai nostri occhi una sterminata distesa di campi di girasoli che si susseguono senza soluzione di continuità per centinaia di chilometri, conferendo al paesaggio una bella colorazione gialla che, con l’azzurro intenso del cielo che lo sovrasta, ricorda proprio i colori della bandiera ucraina.

Serghej parla un inglese impeccabile, così come Ivan, per cui riusciamo a comunicare senza difficoltà. Serghej ci dice di essere figlio di un militare dell’allora Unione Sovietica, uno degli “eroi” di Chernobyl, che nel giro di sei mesi riuscirono a costruire un sarcofago di cemento e acciaio intorno al reattore esploso, lavorando in condizioni estreme, con livelli altissimi di radiazioni. Ci racconta della sua decisione di servire il suo Paese non con le armi, ma portando aiuti alla popolazione civile e militare e di come si sono irrimediabilmente guastati i rapporti con i nonni rimasti in Russia, che considerano i nipoti come “traditori”. Prosegue dicendo che tutti i presidenti dei governi ucraini che si sono succeduti dall’indipendenza erano fortemente corrotti, e “… anche oggi l’Ucraina è il Paese più corrotto al mondo: esistono altri Paesi corrotti, ma magari lasciano cadere qualche briciola, qui da noi no. Zelensky, grazie al suo entourage, è riuscito a presentarsi al popolo come persona integerrima e per questo viene idolatrato da molti”.

Quando Mario gli chiede se ci sono possibilità che la guerra finisca a breve, per tutta risposta Serghej apre il cellulare, ci mostra la foto del cognato che imbraccia un fucile e ci dice: “Vedete questo fucile? Un proiettile costa 2,5 dollari, ne spara 180 al minuto, provate a moltiplicare per i milioni di fucili in circolazione e capite il giro di soldi che ci sta dietro. Questa guerra andrà avanti per anni perché sono in tanti a fare affari con le armi: gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, l’Europa e anche noi e i russi. A Gran Bretagna e Stati Uniti non stava bene che Putin si arricchisse vendendo gas e petrolio all’Europa: questa guerra finirà quando inglesi e americani saranno riusciti a piazzarvi gas e petrolio proveniente dai loro pozzi in Qatar”.

Nei pressi di un distributore incontriamo il nostro Tir, Serghej ci spiega che lo ritroveremo l’indomani mattina, nel luogo prestabilito per il conferimento degli aiuti, mentre questa giornata visiteremo Odessa e poi andremo a dormire a Mykolaiv, considerata più sicura in quanto più lontana dal fronte.

Proseguendo nel nostro viaggio osserviamo, davanti alle distese di girasoli, le grandi insegne della Bayer, Monsanto e Syngenta, una multinazionale svizzera che produce semi e prodotti chimici per l’agricoltura. Chiediamo spiegazioni al nostro accompagnatore che nega il fenomeno del land grabbing, l’accaparramento di terre da parte di multinazionali straniere ma, dice: “Le terre sono saldamente in mano a centinaia di Società ucraine che, se si va a vedere – attraverso un sistema di scatole cinesi – sono riconducibili a pochissimi oligarchi, mentre i rapporti con le multinazionali rappresentano una sorta di joint venture”.

Raggiungiamo Odessa nel primo pomeriggio: una bellissima città sul Mar Nero dove la vita sembra scorrere normalmente, con i bambini che giocano in riva al mare, i ristoranti affollati e persino una carrozza trainata da un cavallo per portare a spasso i turisti. Sono tuttora ben visibili i segni dei bombardamenti in alcune parti della città e nelle infrastrutture portuali avvenuti dopo la rottura da parte della Russia del cosiddetto “accordo sul grano”,  il 17 luglio 2023.

Dopo la notte trascorsa a Mykolaiv, si riparte alla volta di Daryivka e della vicina Kherson. Mentre ci avviciniamo alla nostra destinazione notiamo campi sempre più incolti in quanto, ci viene spiegato, sono disseminati di mine; si susseguono i posti di blocco dove ci fermano, chiedono di vedere i documenti, vogliono informazioni sulla nostra presenza. Ad uno di questi posti di blocco, quando mancano una cinquantina di chilometri all’arrivo, Serghej ci fa indossare il giubbotto antiproiettile e un elmetto, poi ci spiega: “Se sentite il rumore di esplosioni non vi dovete spaventare; se invece avvertite un sibilo, allora gettativi a terra e proteggetevi come potete”.

Ad attenderci nel piazzale della scuola di Daryivka c’è il Sindaco, che rappresenta anche l’Autorità militare responsabile dei villaggi che stanno a valle della diga. Veniamo presto raggiunti dal Tir, mentre gli abitanti arrivano alla spicciolata con carriole, carretti o vecchie auto di fabbricazione russa: si notano subito le condizioni di estrema indigenza di questa popolazione, in stridente contrasto con quelle che abbiamo visto soprattutto a Kiev.

Il Tir viene scaricato, mentre tutti i generi alimentari vengono portati all’interno della palestra; verranno poi distribuiti dall’impiegata dell’Ufficio postale con un registro di scarico per evitare fenomeni di accaparramento.

Molti si caricano di materassi, scarpe e vestiti e si allontanano ringraziando.

Al termine delle operazioni ci spostiamo di un paio di chilometri e ci troviamo di fronte ad uno spettacolo desolante: piccole casupole di contadini che l’acqua ha spogliato di tutto, dai mobili alle suppellettili, dai pavimenti agli intonaci.

Serghej ci spiega che esiste un fondo nazionale per chi ha subito danni dalla guerra, ma occorre dimostrare che la casa era stata costruita con tutti i permessi: queste piccole abitazioni rurali, con i muri di sasso, pavimenti di legno e tetti di Eternit, sono state costruite dagli stessi proprietari sul loro piccolo appezzamento di terreno, per cui non avranno alcun indennizzo.

Lasciamo Daryivka alla volta di Kherson e qui i segni della guerra sono molto evidenti: si vedono molte case sventrate dai proiettili dei carri armati o dei mortai sparati dall’altra sponda del fiume. Qui, data la vicinanza tra i due fronti, non esistono sirene per avvertire dell’imminente attacco. Vediamo dall’esterno il Palazzo del Tribunale, sede delle Forze Armate russe subito dopo l’occupazione ma presto abbandonato (non prima di averlo disseminato di mine antiuomo) in seguito alle manifestazioni di piazza che gli occupanti hanno inutilmente cercato di sedare prima sparando in aria, poi con bombe assordanti e gas lacrimogeni.

La sensazione che abbiamo riportato da questo viaggio, dopo aver visitato le città a sud dell’Ucraina, è che anche se la popolazione è in gran parte di etnia russa e russofona, si sta dimostrando contraria all’invasione, avendo ormai acquisito – con tutti i pro e i contro – un modello di vita occidentale.

L’aspetto positivo di questo viaggio è la convinzione di aver centrato l’obiettivo, cioè quello di aver fatto arrivare gli aiuti dove più ce n’era bisogno. E questo ci spinge a continuare sulla strada intrapresa.

 

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Questo blog nasce dall’incontro di tre persone emigrate volontariamente in età adulta dall’Italia in Svizzera e che in questo Paese hanno realizzato esperienze diverse in vari ambiti lavorativi e culturali. 

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