Migranti, l’unica speranza è la buona politica

Ogni giorno assistiamo impotenti a tragici episodi che riguardano i migranti; dai naufragi nel Mediterraneo, ai respingimenti illegali alle frontiere della “fortezza Europa”, alle varie forme di vessazione, di odio e di violenza di cui sono fatti oggetto in tutto il continente e non solo.

Tutto questo suscita in chiunque abbia un minimo di sensibilità umana un senso di indignazione che viene espressa nei modi in cui ciascuno può farlo.

Ma dato che questa indignazione non suscita nessun effetto pratico e le tragedie si susseguono alle tragedie, subentra in molti un giustificato senso di impotenza che spesso è l’anticamera della rassegnazione. L’unico modo per reagire a questi stati d’animo negativi è lo sforzo   di elaborare collettivamente   politiche migratorie credibili, soprattutto a livello europeo, in grado di incidere positivamente sul fenomeno.

Il tema delle migrazioni sarà centrale nella campagna elettorale per il rinnovo del Parlamento europeo dell’anno prossimo per cui è opportuno provare a ragionare criticamente sullo stato del problema e sulle proposte attualmente oggetto di discussione.

Nel giugno scorso, i ministri degli interni dei 27 Paesi dell’Ue hanno raggiunto un accordo a maggioranza qualificata, con il voto contrario di Polonia, Ungheria, e l’astensione di Slovacchia, Lituania, Malta e Bulgaria, in materia di riforma dei regolamenti sul   diritto d’asilo all’interno dell’Unione.

L’accordo definito   storico si propone di scoraggiare l’arrivo dei migranti in Europa, di velocizzare il rimpatrio di coloro a cui non viene riconosciuto il diritto di asilo e di ridurre i movimenti secondari fra Paesi europei.

In questa logica vengono apportate anche modifiche marginali agli accordi di Dublino che obbligano il Paese di primo arrivo dei migranti a farsi carico delle procedure relative alla richiesta del diritto di asilo. Per trentamila migranti all’anno che sbarcano nei Paesi come l’Italia sottoposti a una “maggiore pressione migratoria” viene introdotto il principio del “ricollocamento obbligatorio flessibile”; questa misura   vincola i Paesi in cui avviene il ricollocamento a prendersi carico direttamente o indirettamente di un cero numero di migranti o, in caso contrario, a versare una somma di denaro pari a 20.000 per ogni migrante non ricollocato.

Molto marcata appare la volontà delle istituzioni europee di esternalizzare verso Paesi terzi extraeuropei definiti sicuri le procedure di frontiera relative alla richiesta d’asilo. I Paesi in tal modo individuati si trovano in particolare nei Balcani e nel Nord Africa. L’onere di definire sicuro il Paese prescelto spetterà soprattutto al Paese europeo da cui il migrante viene di fatto respinto. Si intende in tal modo ridurre drasticamente il numero di richiedenti asilo le cui pratiche vengono direttamente espletate in un Paese europeo. Per inquadrare meglio quali pericoli comporti questa politica di esternalizzazione dei problemi legati alle migrazioni, se non bastasse l’esperienza degli accordi già sottoscritti con Turchia e soprattutto con quel che resta della Libia, basta riflettere su quello che sta accadendo nei rapporti fra Ue e governo tunisino; nel luglio scorso è stato siglato un accordo dell’Ue con il Paese nordafricano, che ha avuto l’Italia fra i promotori. In cambio di cospicui aiuti tecnici e finanziari, funzionali anche al rafforzamento degli apparati repressivi, il governo di Saied si è impegnato a bloccare la partenza dei migranti dalle coste tunisine, soprattutto verso l’Italia. Saied è responsabile della svolta islamista che ha posto fine alle speranze democratiche sorte nel suo Paese con la cosiddetta rivoluzione dei gelsomini

https://it.wikipedia.org/wiki/Rivoluzione_dei_Gelsomini

 Amnesty International ha denunciato questo accordo che ignora completamente le continue violazioni dei diritti umani da parte del governo tunisino, non solo nei confronti dei migranti, molti dei quali sono stati bloccati nel deserto alle frontiere tunisine senza alcuna forma di assistenza, con la conseguente morte di alcuni di essi.

All’ accordo di giugno fra i ministri dell’interno, seguirà una fase di trattativa con il Parlamento Ue in modo da far entrare in vigore in nuovo regolamento se possibile prima delle prossime elezioni europee.

In primo luogo colpisce la logica ancora una volta tutta difensiva della politica europea che sembra impegnata a rafforzare le mura della “fortezza Europa” più che a costruire una  politica  in grado di regolare in modo umano e ragionevole i flussi migratori  e di creare le condizioni per porre fine alle morti, ai  respingimenti illegali e  e ai maltrattamenti cui vanno incontro   i  migranti che bussano alle porte dell’Europa . 

Le grandi migrazioni vengono insomma ancora una volta considerate un fenomeno emergenziale da fermare in qualsiasi modo e non un fatto epocale da regolare co politiche lungimiranti. L’esternalizzazione di molti aspetti del fenomeno migratorio si configura come una pilatesca deresponsabilizzazione delle autorità europee di fronte al rispetto dei diritti umani

Il crescente bisogno di manodopera dell’Europa renderebbe invece ragionevole un incremento dei percorsi regolari per permettere a lavoratori extracomunitari di raggiungere in sicurezza il nostro continente, sottraendoli allo sfruttamento dei trafficanti di morte e del lavoro schiavistico. Per quanto riguarda l’Italia, le organizzazioni imprenditoriali hanno dichiarato insufficienti le cifre di lavoratori stranieri ammessi con il cosiddetto decreto flussi emanato dal governo per l’anno in corso, che non risultano sufficiente a colmare le lacune di manodopera soprattutto nei settori dell’agricoltura, del turismo, dell’edilizia e dei servizi alla persona. https://www.ilsole24ore.com/art/migranti-nuovo-decreto-lussi-previsti-452-mila-ingressi-2023-2025-AEjrHWzD?refresh_ce=1

Sul piano contingente risulta poi drammatico il rifiuto dei ministri europei di migliorare e coordinare a livello europeo le procedure di ricerca e salvataggio dei migranti nel Mediterraneo (oltre duemila nel 2023!) il che significa perpetrare l’attuale drammatica situazione e continuare nella cinica e oltretutto inutile politica di utilizzare, con la scusa della pur necessaria lotta ai trafficanti, la morte come deterrente alla migrazione. Da questa disamina sembrerebbe emergere l’impossibilità che l’attuale Ue sia in grado di recepire una politica migratoria davvero ispirata a principi umanitari; appare tuttavia indispensabile un confronto con le attuali politiche europee e con le loro contraddizioni per comprendere quali siano i varchi in cui inserirsi per tentare di modificare radicalmente la logica imperante.

L’inadeguatezza delle istituzioni europee si fa sentire anche in altri campi ma d’altra parte, allo stato attuale, la chiusura all’interno delle singole realtà nazionali dominate da ancor più gretti egoismi nazionalistici sembra un rimedio ancora peggiore del male.

Il problema del resto è culturale, non solo politico se si pensa all’ostilità e al razzismo diffusi largamente un po’in tutto il mondo.

Non resta che attrezzarsi, anche in vista della competizione elettorale della prossima primavera, per politiche che contribuiscano, nei limiti del possibile, a fare dell’Europa una struttura sovranazionale davvero all’altezza di principi di giustizia e di solidarietà proclamati a parole ma spesso smentite dai fatti.

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Questo blog nasce dall’incontro di tre persone emigrate volontariamente in età adulta dall’Italia in Svizzera e che in questo Paese hanno realizzato esperienze diverse in vari ambiti lavorativi e culturali. 

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