Muri

Quando, il 9 novembre 1989, crollò il muro di Berlino, si pensò che in Europa e nel mondo fosse iniziata una nuova era, non più caratterizzata dalle divisioni di cui quel muro era uno dei simboli più evidenti. E invece, come per una perversa generazione, dalle sue macerie sono nati mille altri muri, fisici e metaforici. Del resto, quasi per una beffa ammonitrice della storia, il 9 novembre, in Germania, è anche l’anniversario di quel 9 novembre del 1938 in cui un serie di pogrom antisemiti, sapientemente diretti dai capi nazisti, aprirono la strada alla persecuzione sistematica degli ebrei. Così la memoria, non solo dei tedeschi, è costretta ogni anno a ricordare insieme un evento di gioiosa caduta di un elemento di odiosa divisione e il costante pericolo che l’odio e il pregiudizio possano in ogni momento innalzare barriere ancora più alte e invalicabili. 

Nel novembre di quest’anno, poi, l’anniversario della caduta del muro ha coinciso con la crisi dei migranti, usati dal dittatore bielorusso come un’arma da scagliare contro le contraddizioni dell’Unione europea e trattati dal governo polacco come un pericoloso esercito di invasori da respingere con ogni mezzo, non ultimo la prevista costruzione di un muro, concepito con la pretesa di proteggere “i sacri confini della patria” dalle miserie del mondo. 

In effetti il progetto della costruzione di un muro fra Polonia e Bielorussa procede senza intoppi; la barriera sarà lunga 180 chilometri e alta 5,5 metri. Il governo polacco ha già investito nell’opera 353 milioni di euro e stabilito che i lavori inizieranno già nel dicembre di quest’anno e procederanno a tappe forzate per concludersi presumibilmente a giugno del prossimo anno. 

Nel frattempo, è in corso una grottesca discussione, che divide le autorità e i governi europei, per stabilire se questo e altri muri anti -migranti che diversi Paesi sembrano ansiosi di innalzare, possano o meno essere edificati con finanziamenti europei, fermo restando il principio che ogni singolo governo ha diritto, a quanto pare, di erigere tutte le barriere che desidera, senza alcun vincolo etico.

Del resto ai confini europei esistono già diversi muri: fra Grecia e Turchia, fra Turchia e Bulgaria, in Ungheria, in Macedonia. Il governo spagnolo poi costruirà la barriera più alta del mondo per isolare ulteriormente Ceuta e Melilla, le due enclave spagnole in terra marocchina, perfezionando ulteriormente le barriere già esistenti, costruite con un contributo finanziario della   Comunità europea alla fine degli anni Novanta.

Ma in questi anni sono stati costruiti anche altri muri, prima di tutto nella testa di milioni di abitanti dei Paesi ricchi, convinti da una diffusa e martellante propaganda che gli eserciti di disperati che bussano alla loro porta non meritano il riconoscimento della stessa dignità umana di chi è nato nella parte giusta del mondo. E in questo modo risulta poi facile trasformare, per esempio, il Mediterraneo in una barriera insuperabile dove la morte degli “invasori” diventa una routine, degna al massimo di una frettolosa notizia da dare nei notiziari subito prima delle notizie sportive. I risultati di questa disumana e oltretutto velleitaria politica di deterrenza sono drammatici; si calcola, probabilmente per difetto, che nel solo 2021, fino al 19 novembre, 3107 persone siano decedute nel tentativo di raggiungere l’Europa e che la maggior parte delle morti siano dovute ad annegamenti nel Mediterraneo e nell’Atlantico,

Sono muri in fondo anche quelli che i Paesi sviluppati innalzano di fronte alla crisi climatica che rischia di travolgere tutta l’umanità ma in tempi e con modalità diverse, colpendo in primo luogo, già ora, chi è meno responsabile del riscaldamento. L’Africa con il 15% della popolazione mondiale emette nell’atmosfera il 3% di Co2 ma sette dei dieci Paesi già oggi più colpiti dall’emergenza climatica si trovano in Africa.

Il sostanziale bla, bla, bla che caratterizza le varie conferenze climatiche rappresenta il miope muro di indifferenza ed egoismo con cui I Paesi più sviluppati tentano, di tenere lontane dai loro territori, nei limiti del possibile, le conseguenze di una crisi che sarebbe non solo giusto ma anche saggio affrontare con un minimo di solidarietà internazionale,

Motivi per disperare ce ne sarebbero a sufficienza ma è un lusso che non ci possiamo permettere. Ripartiamo da quelle luci verdi che nelle zone al confine della Bielorussia segnalano la disponibilità di alcuni cittadini polacchi a soccorrere esseri umani trascinati fin lì dalla disperazione.

Quelle luci verdi rappresentano la volontà di chi ha deciso di restare umano e si rifiuta di pensare che la legalità possa   consistere nel far morire di fame o di freddo o per annegamento altri esseri umani. È la stessa luce di speranza tenuta accesa in altre parti d’Europa e del mondo da tutti quelli   che si rifiutano di vedere nei migranti degli invasori da respingere con ogni mezzo. A volte a coloro che, con disprezzo, vengono definiti buonisti viene chiesto polemicamente come pensano di risolvere il problema delle masse diseredate che bussano alle porte del mondo sviluppato, La risposta i buonisti non ce l’hanno come non ce l’ha nemmeno chi pensa che i muri dell’odio, del disprezzo e della discriminazione possano produrre un qualsiasi risultato positivo per qualcuno.

O forse l’inizio della risposta può essere proprio il principio che nessuno, in nome di una perversa idea di realismo politico, può essere lasciato morire di fame, di freddo o in mezzo al mare. “Prima gli esseri umani”, insomma, è un buon inizio di una risposta nuova e anche più efficace, visto che nessun muro al mondo potrà mai fermare ondate di disperati costretti a fuggire dalla loro terra.

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Questo blog nasce dall’incontro di tre persone emigrate volontariamente in età adulta dall’Italia in Svizzera e che in questo Paese hanno realizzato esperienze diverse in vari ambiti lavorativi e culturali. 

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