La crisi energetica e i provvedimenti per porvi rimedio hanno fatto tornare in primo piano la sindrome Nimby (Not in my  backyard/Non nel giardino di casa mia) per indicare il rifiuto delle comunità locali di ospitare  impianti  di pubblica utilità ma di notevole impatto ambientale,  all’interno del proprio territorio.

L’acronimo fu coniato negli anni Settanta negli Usa per indicare l’opposizione alla dislocazione di alcune centrali atomiche da parte degli abitanti delle zone interessate. L’espressione ha assunto una connotazione critica per stigmatizzare l’atteggiamento di chi riconosce l’utilità di un determinato impianto di interesse pubblico ma ne preferirebbe la collocazione lontano da casa propria.

In realtà le cose sono più complicate e spesso quello che viene tacciato di egoismo localistico nasconde preoccupazioni legittime per la salute e la sicurezza.

Emblematica la situazione che sta vivendo la cittadina toscana di Piombino, nel cui porticciolo il governo ha intenzione di installare un impianto di rigassificazione collocato su una nave, con un’urgenza dettata dalla necessità di sostituire in tempi brevi la maggior quantità possibile di gas proveniente dalla Russia. L’impianto dovrebbe entrare in funzione nella primavera del 2023 e assicurare una fornitura di circa 5 miliardi di metri cubi di gas all’anno. Si ritiene infatti che il molo a suo tempo allestito per lo smantellamento della nave da crociera Concordia, poi realizzato altrove, sarebbe già idoneo a ospitare una nave rigassificatrice con le caratteristiche richieste e che questo permetterebbe di accorciare i tempi per la messa in funzione dell’impianto

Ci sarebbe da discutere se questo o altri provvedimenti, quali la riapertura delle centrali a carbone, siano veramente utili e accettabili e non piuttosto timidi palliativi che ostacolano oltretutto la necessaria transizione verso forme di energia pulita e rinnovabile. Queste misure vengono presentate come provvisorie per far fronte alla sopravvenuta emergenza energetica ma. come recita un aforisma di varia attribuzione, spesso confermato dalla realtà italiana, non c’è niente di più definitivo di ciò che viene presentato come   provvisorio. Ma questo sarebbe un altro discorso,

Piombino è una cittadina di 34.000 abitanti e per un secolo è stato il secondo polo siderurgico italiano dopo Taranto, dando lavoro a circa diecimila operai.

Nel 2014, con il definitivo spegnimento dell’altoforno, l’acciaieria ha chiuso i battenti con un gravissimo danno per l’economia locale; i piombinesi accusano le autorità competenti di non aver fatto niente per difendere l’industria, venendo meno prima alla promessa di un rilancio di una produzione relativamente pulita dell’acciaio e non attuando in seguito nessun intervento di bonifica e riqualificazione della zona industriale abbandonata. Oltre che sul turismo, Piombino ha allora deciso di puntare sull’itticultura di cui è diventata il maggior centro italiano; tale attività potrebbe essere pregiudicata dall’entrata in funzione della nave rigassificatrice che, al momento del carico del gas liquido trasportato dalle navi cisterna, immette in mare acqua molto più fredda di quella del mare e carica di cloro, difficilmente compatibile con gli allevamenti ittici.

Sull’impatto ambientale dei rigassificatori in generale i pareri sono discordi ma sta di fatto che impianti di questo genere sono in genere ubicati in mare aperto e messi in funzione con procedure più complesse di quelle previste a Piombino dove, secondo il governo, l’urgenza non consentirebbe nemmeno di effettuare la valutazione di impatto ambientale, in deroga alla legge che la imporrebbe.  La maggior parte dei piombinesi non ravvisa quindi l’esistenza delle necessarie garanzie per la salute e la sicurezza e queste preoccupazioni hanno generato un forte movimento di protesta che travalica gli schieramenti politici e di cui si è fatto interprete il sindaco, a capo di un’amministrazione di centrodestra, in aperto contrasto anche con i dirigenti del suo stesso partito. Nella valutazione della scelta della localizzazione di un determinato insediamento occorre sempre tener conto anche dello stress ambientale a cui il territorio prescelto è già sottoposto e, come abbiamo visto, da questo punto di vista Piombino “ha già dato”.
Per questo motivo anche a Taranto i cittadini e le autorità locali hanno  rifiutato con decisione  la ventilata installazione di un rigassificatore nel loro già martoriato territorio.

Questa vicenda, tuttora in corso, conferma la necessità assoluta di fornire alle comunità sul cui territorio sono previsti insediamenti che impattano potenzialmente sulle condizioni di  vita dei cittadini, tutte le informazioni e le garanzie necessarie, a cui non si può derogare, a Piombino come altrove, nemmeno  in nome dell’urgenza  o  dell’ interesse nazionale o magari promettendo cospicui finanziamenti per lo sviluppo dell’economia locale, come spesso avviene in questi casi.

Chi alza un dito accusatore contro l’insorgere della sindrome di Nimby   dovrebbe prima di tutto chiedere a se stesso se sarebbe disponibile ad accogliere, senza le necessarie garanzie, nel giardino di casa propria quel determinato impianto di interesse pubblico.