No al neocolonialismo ambientale

La difesa degli ambienti naturali non deve in alcun caso essere in contrasto con i diritti e le condizioni di vita di interi gruppi umani. Questa osservazione apparentemente ovvia non sempre trova riscontro, soprattutto nella realtà africana.

La giornalista tedesca Simone Schlindwein ha portato alla luce. con accurate indagini sul campo condotte in Congo e in Uganda, dove vive, una serie di situazioni in cui la difesa degli ambienti naturali, ampiamente finanziata dall’Ue e dalla Germania in particolare ma anche da organismi legati all’Onu e da diverse Ong avviene spesso a discapito delle condizioni di vita e dell’economie di interi gruppi di popolazione.

https://www.aufbau-verlage.de/ch-links-verlag/der-grune-krieg/978-3-96289-188-6

Ecco un paio di esempi particolarmente eclatanti di questa realtà. ll Parco nazionale del Virunga, creato nel 1925, è il primo parco naturale africano ed è famoso soprattutto in quanto ospita alcune popolazioni di gorilla di montagna; dal 1979 è è considerato dall’Unesco patrimonio dell’umanità.Il Parco copre una superficie di 7800 chilometri quadri e la fauna comprende inoltre elefanti di foresta e savana, scimpanzé, giraffe, leoni e specie rare di uccelli; la presenza di bracconieri armati costituisce una minaccia costante. La vegetazione è costituita da piante dai legni pregiati che fanno gola alla speculazione. La zona è anche ricca di minerali preziosi spesso estratti in modo illegale. Il Parco si trova in una zona di confine fra Congo, Ruanda e Uganda ed è spesso al centro di conflitti armati; nel 2021 nella regione trovò la morte Luca Attanasio, ambasciatore italiano nella Repubblica democratica del Congo, insieme a un carabiniere e all’autista della Jeep.

I ranger preposti alla difesa del Parco, armati e con un addestramento militare, operano, secondo la giornalista, come un corpo paramilitare, non disdegnando l’uso delle armi e di altre forme di violenza, anche nei confronti degli indigeni, accusati di violare le regole del parco,in genere per motivi di sopravvivenza. Gli stessi ranger sono vittime di violenza da parte di milizie armate ruandesi e congolesi, dei bracconieri e dei commercianti clandestini di carbone; si calcola che negli ultimi decenni ne siano stati uccisi circa duecento.

In Uganda si estende invece Il Parco nazionale impenetrabile di Bwindi, anch’esso patrimonio Unesco, ai confini con la Repubblica Democratica del Congo che presenta un’eccezionale varietà faunistica e floristica. Qui la realizzazione di una zona naturale protetta ha comportato la creazione di una zona di foresta totalmente inaccessibile ma anche un marcato livello di violenza verso la popolazione dei Batwa (pigmei della foresta), espulsi con la forza da una parte  del loro territorio e vittime di  gravissimi abusi, alcuni dei quali denunciati; l’accertamento della verità è stato in alcuni casi ostacolato anche con l’intimidazione di vittime e testimoni. L’attrazione turistica principale del Parco è il monitoraggio dei gorilla, riservata, dati gli alti costi, a un pubblico facoltoso.

È ancora vivo il ricordo del rapimento nel 1999 da parte di un gruppo di ex guerriglieri ruandesi di quattordici turisti, che ne trucidarono otto insieme alla guida ugandese. La violenza contro i ranger qui è stata nel tempo limitata anche per la maggiore stabilità politica della regione dove si trova il Parco e ora è esercitata soprattutto da bracconieri armati.

Esiste un’alternativa a questo ecologismo neocolonialista che crei un legame necessario fra giustizia sociale e conservazione ambientale? Schlindwein ne traccia alcune linee generali prendendo spunto da esperienze concrete. Il segreto sta nella condivisione della protezione ambientale e nei vantaggi che essa può apportare alle popolazioni locali. Si tratta anche di rafforzare un processo culturale in grado di valorizzare la tradizione ambientalista presente in larghi tratti delle culture indigene e di cui si fanno portatori anche  ecologisti  africani, la cui influenza viene spesso sovrastata da forme di neocolonialismo pseudo- ambientalista. Nel parco del Bwindi, dove col tempo si è creata una situazione più stabile per il contenimento dell’azione dei gruppi armati, è possibile muoversi in parte  questa  direzione, anche perché il turismo legato soprattutto all’osservazione dei gorilla, genera profitti di cui beneficia, sia pure in forma insufficiente, anche l’economia locale. Resta da risolvere il nodo dell’espulsione dei Batwa.

Più complesso il caso del Parco del Virunga, anche per il protrarsi della  presenza diffusa di bande armate; singole esperienze di coinvolgimento attivo delle popolazioni locali sono qui fallite, anche perché si è preferito dirottare gli esigui  finanziamenti ad esse destinati verso forme di investimenti più redditizi, soprattutto per le agenzie internazionali del turismo

Il libro della giornalista tedesca costituisce un’esplicita denuncia delle contraddizioni di un modello di salvaguardia dell’ambiente in gran parte presente in Uganda e nel Congo.

In Namibia, è invece in atto dal 1996 un’esperienza in quest’ambito che va nella giusta direzione. Dal 1996 la legge prevede infatti che le comunità rurali indigene acquisiscano i diritti legali sulla gestione e sull’uso della fauna e della flora in modo autonomo ma in collaborazione con lo Stato. Si tratta di una decisa rottura con modelli centralistici e nazionalistici con risultati di efficacia pratica, in quanto la salvaguardia dei beni naturali è sentita dalle popolazioni del posto come un fatto proprio che porta anche vantaggi economici. A distanza di trent’anni il modello si è rivelato un successo da tutti i punti di vista e le superfici affidate alle comunità locali si sono ampliate. Il bracconaggio esiste anche in Namibia ma viene affrontato in modo efficace senza ricorrere a forme di militarizzazione della difesa ambientale. Si tratta dunque di un modello sostanzialmente di successo che può funzionare anche in altre regioni africane, tenendo conto della differenza fondamentale che la Namibia ha un regime sostanzialmente stabile e non è infestata, come soprattutto la zona dove si trova il Parco del Virunga, dalle guerre civili.

La riflessione di Simone Schlindwein, pur concentrata nell’analisi e nella denuncia di situazioni relative a regioni specifiche del continente africano, assume un valore generale sulle modalità di intervento e di gestione dei finanziamenti da parte occidentale. Oltre agli aspetti culturali sopra indicati i finanziamenti che provengono dalle istituzioni e dalle Ong occidentali finiscono magari involontariamente per sostenere forme di militarizzazione della salvaguardia ambientale e di uso della violenza contro le popolazioni locali. Questo rende necessari un controllo e una responsabilità sul modo in cui i contributi occidentali vengono concretamente gestiti in sede locale.

Il perseguimento di questi obiettivi non può prescindere dal confronto con le situazioni locali in cui la presenza di bande armate di varia natura rende necessario anche l’impiego della forza che però non deve ricadere sulle popolazioni civili locali.

In sostanza anche nella difesa dell’ambiente appare importante e necessario, pur con tutte le difficoltà presenti, una decolonizzazione del pensiero e dell’azione di chi agisce in determinati contesti.

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Questo blog nasce dall’incontro di tre persone emigrate volontariamente in età adulta dall’Italia in Svizzera e che in questo Paese hanno realizzato esperienze diverse in vari ambiti lavorativi e culturali. 

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