Rifugiati e richiedenti asilo

Il 20 giugno scorso si è celebrata la Giornata mondiale del rifugiato, indetta dalla Nazioni Unite nel 2001 in occasione del cinquantesimo anniversario   dell’approvazione della Convenzione sullo statuto dei rifugiati, conosciuta anche come Convenzione di Ginevra.  Tale Convenzione riconosce, sulla base dell’articolo 14 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948, il diritto a essere accolto come rifugiato a chiunque dimostri un giustificato timore di essere perseguito nel proprio Paese per motivi razziali, religiosi, di opinioni politiche ecc. e definisce i doveri degli Stati di accoglienza nei suoi confronti,

 Nell’ ambito dell’Unione europea esiste anche la possibilità di ottenere la protezione sussidiaria riservata a persone che non hanno diritto a essere riconosciute come rifugiate ma che in caso di rimpatrio rischiano di subire danni gravi quali la condanna a morte, la tortura o di essere coinvolte in situazione di violenza grave e di guerra.

Secondo dati del 2025 nel mondo 117 milioni di persone sono costrette a fuggire dal loro luogo di residenza abituale.   In 41 milioni di casi è stato concesso il riconoscimento della condizione di rifugiato mentre per il resto si tratta di sfollati interni che non hanno abbandonato il loro Paese di origine.  Vi sono inoltre circa 9 milioni di richiedenti asilo all’interno dei territori dell’Ue che corrispondono a circa il 2% della popolazione. Circa due terzi dei rifugiati vengono accolti in Paesi a basso o medio reddito, spesso limitrofi a quello di provenienza. La maggior parte dei rifugiati è costretta a una lontananza prolungata dal proprio Paese che può durare anche per tutta la vita. Il numero dei rifugiati è leggermente diminuito rispetto agli anni precedenti; si tratta di un dato solo apparentemente positivo che in realtà è dovuto a condizioni più restrittive di accoglienza.

 Proprio alla vigilia di questa giornata il Parlamento europeo ha approvato, con i voti dei Popolari e di tutte le formazioni di estrema destra, un nuovo restrittivo regolamento sui rimpatri che completa, a livello Ue il Patto sulla migrazione e l’asilo già in vigore dal 12 giugno scorso. Nelle intenzioni della maggioranza di centrodestra del Parlamento europeo lo scopo principale è di accelerare e rendere effettivo il rimpatrio di tutti coloro che non hanno diritto a restare sul territorio europeo. Il nuovo quadro giuridico prevede che il richiedente asilo che ha ricevuto un decreto di espulsione collabori all’effettiva attuazione del provvedimento; nel caso che non lo faccia o che il rimpatrio sia impossibile   rischia una pena detentiva fino a due anni prorogabile. Sono previsti anche return hubs collocati in Paesi terzi disposti ad accogliere chi è colpito da un provvedimento di espulsione.

Questi provvedimenti sono stati oggetto di aspre critiche da parte organismi e personalità che si occupano dei diritti dei rifugiati e dei richiedenti asilo. Torsten Moritz membro del Consiglio mondiale delle Chiese, fra gli altri, ha denunciato  la confusione e l’arbitrio che simili provvedimenti provocheranno in assenza di strutture e regolamenti che ne garantiscano l’attuazione all’interno dei singoli Stati. Tutto questo si tradurrà inevitabilmente in ulteriori sofferenze per gli esseri umani che ne saranno colpiti, in particolare coloro che  provengono da alcuni Paesi arabi in cui sono in corso conflitti interni come la Siria, la Libia, l’Egitto e il Sudan. Inoltre,  Paesi come l’Egitto, Il Marocco la Tunisia, che non garantiscono   il rispetto dei diritti umani, sono stati dichiarati Paesi sicuri e chiamati, in cambio di sostanziose elargizioni, a fare da sentinelle dei confini meridionali dell’Europa Con amara ironia Torsten osserva che questo non è stato certo il mondo migliore per celebrare il settantacinquesimo anniversario  della Convenzione sui rifugiati del 1951, a cui pure le autorità europee affermano ipocritamente di fare costante riferimento.

Come se questo non bastasse il 23 giugno cinque rappresentanti del governo talebano dell’Afghanistan sono stati ricevuti da funzionari della Commissione europea e da rappresentanti di 15 Paesi Ue non per parlare, come sarebbe sacrosanto,  dei diritti orribilmente negati in quel Paese ma niente meno che del rimpatrio di cittadini afghani che non hanno ricevuto accoglienza in Europa. Oltre a prefigurare la violazione del  principio che vieta il respingimento verso Paesi che non rispettano i diritti umani, l’incontro rappresenta in qualche modo una forma di riconoscimento di un Pase liberticida, a parole escluso da rapporti con l’Ue. Ad aggravare ulteriormente un quadro già fosco resta soprattutto il fatto che la civilissima Ue da anni tollera che la morte alle porte alle sue frontiere o la reclusione nei lager libici costituiscano un accettabile deterrente per cercare inutilmente di frenare i flussi migratori verso l’Europa. Nel 2025 si calcola, probabilmente per difetto, in circa ottomila il numero delle persone che hanno perso la vita lungo le rotte migratorie, fra cui oltre duemila nel Mediterraneo centrale, la rotta più letale del mondo. Si tratta di cifre che rappresentano un incremento che non si registrava dal 2014.

Indubbiamente la Convenzione del 1951 richiede un aggiornamento in un mondo profondamente cambiato da allora ma la direzione dovrebbe essere ben diversa rispetto a quella intrapresa dalle istituzioni europee. Amnesty international chiede prima di tutto che, nel rispetto dei principi fondanti della Convenzione sia vietato il respingimento di richiedenti asilo prima che possano avere effettivo accesso alle procedure legali di protezione internazionale. A parte i respingimenti veri e propri che sono una tragica e vergognosa realtà quotidiana, le stesse procedure accelerate previste dalle nuove normative europee non garantiscono questo diritto. A maggior ragione non può essere accettata la deportazione in Paesi terzi dove non  è garantito il rispetto dei diritti umani. La Convenzione del 1951 va poi interpretata in modo evolutivo, tenendo conto  delle nuove forme di persecuzione quali quelle praticate da gruppi criminali rispetto ai quali i singoli Stati non sono in grado di proteggere i propri cittadini. Emerge anche la necessità di creare canali sicuri per evitare le morti lungo le rotte migratorie. Anche ai migranti climatici, costretti ad abbandonare la loro Terra perché divenuta invivibile, dovrebbe essere concessa la possibilità di chiedere la protezione internazionale, superando in parte la distinzione fra migrazione economica e migrazione politico-umanitaria i cui confini sono spesso difficilmente definibili.

I nuovi regolamenti si collocano in un clima sempre più ostile verso migranti, richiedenti asilo e rifugiati che induce   soprattutto le forze politiche sedicenti moderate, ,a far proprie, come dimostra il voto del Parlamento europeo, le pulsioni xenofobe dell’estrema destra   che finiscono per esserne legittimate e rafforzate. Ci vorrebbe il coraggio, attualmente assente, sia nel contrastare le narrazioni xenofobe,  sia nell’ affrontare i problemi reali che talvolta i fenomeni migratori creano all’interno delle società di accoglienza, specie fra i settori sociali più deboli.

Ma si tratta di un coraggio e di lungimiranza che le nostre classi dirigenti non mostrano di possedere.

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Questo blog nasce dall’incontro di tre persone emigrate volontariamente in età adulta dall’Italia in Svizzera e che in questo Paese hanno realizzato esperienze diverse in vari ambiti lavorativi e culturali. 

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