Ma chi sono questi inglesi? Cosa mangiano? Possibile solo “bacon&eggs” (pancetta e uova fritte)? Davvero cenano con quello che loro chiamano “tea” e alle 17:00? Pioverà sempre veramente? E soprattutto, imparerò mai la loro lingua? Insomma, sopravviverò?

Quasi venti anni fa era da poco iniziata per la mia avventura Erasmus alla volta dell’università di Reading, città a una ventina di minuti in treno da Londra, e la mia agitazione (forse persino ben celata) mi faceva battere forte il cuore.

Ero al secondo anno di laurea triennale e partire per un periodo di studio in un centro accademico all’estero era una prassi molto meno diffusa rispetto a oggi. Per numerosi italiani, tra i quali mi ci metto certamente io, studiare fuori dall’Italia significava confrontarsi con diverse sfide e un problema enorme: l’ignoranza linguistica. Pochi eletti parlavano correntemente la lingua del Paese di destinazione. E questo, se da un lato rendeva l’Erasmus ancora più elettrizzante, dall’altro lato sminuiva inevitabilmente il progetto europeo: per lo meno nei primi mesi di soggiorno, gli italiani si trovavano a stare con gli italiani, gli spagnoli con i loro connazionali e i greci con i greci. E, cosa non da poco, chiusi nelle proprie comunità, i pregiudizi sugli uni e sugli altri “gruppi” spopolavano.

Quest’anno il progetto Erasmus (ora rinominato Erasmus +) compie 35 anni. 

Mi sono chiesta, in occasione di questa ricorrenza, cosa mi leghi ai giovani che partono oggi. Abbiamo simili emozioni, timori, ansie? Uguali competenze e (in-)sicurezze? Cosa spinge a restare fuori dall’Italia, dopo aver concluso gli studi e l’Erasmus (+)?

La risposta è racchiusa in una metafora. Siamo come due pianeti che non si toccano, quelli della mia generazione e i “nuovi” Erasmus: partiamo per ragioni diversi, con obiettivi differenti e legami diversi con la terra d’origine. Ma questo non è necessariamente un male. 

Ne ho parlato con Gian Marco, italiano, nato e cresciuto in un paese emiliano poco lontano da dove ho vissuto fino ai tempi dell’università. Avevo scoperto qualche settimana prima che Gian Marco lavora a Bruxelles, al Parlamento europeo, come assistente di Paolo De Castro. 

Così, molto prima che fosse reso pubblico l’ignobile e imbarazzante Quatargate, lo scandalo che vede al centro l’ex eurodeputato italiano Pier Antonio Panzeri e persone a lui vicine, avevo contattato Gian Marco. Desideravo che mi raccontasse di come oggi (per lo meno fino a pochi giorni prima del Quatargate) si vive da italiano all’estero, e in particolare, in un contesto multilingue come quello delle istituzioni europee, in una città, Bruxelles, che è per eccellenza il cuore pulsante di tutto ciò che l’Erasmus rappresenta.

«Durante il corso di laurea in Economia all’università Cattolica di Piacenza, ho deciso di conseguire una doppia laurea. Il percorso prevedeva un periodo di studi all’estero e – mi spiega Gian Marco – ho scelto l’Olanda. Poi mi è stata data l’opportunità di scrivere la mia tesi di laurea come resoconto di uno stage che ho chiesto e ottenuto di fare al Parlamento. Era il 2013. De Castro, già ministro del governo Prodi, era all’ora Presidente della Commissione per l’agricoltura e lo sviluppo rurale del Parlamento europeo. L’anno seguente, dopo essermi laureato, sono tornato qui, in Belgio, sempre nello staff di De Castro». 

Gian Marco aveva 23 quando ha iniziato a lavorare al Parlamento europeo. La stessa età che avevo io quanto vivevo a Reading. Ma la sua narrazione contiene ben pochi elementi che posso dire di aver vissuto personalmente. Racconta di «centinaia di persone, giovani che lavorano a progetti condivisi», che si scambiano idee e contatti. Non che questi scambi “intellettuali” e pratici con persone di cultura e saperi diversi dai proprio non ci fosse mentre io studiano in Erasmus. Non che gli uni fossero solo impegnati, e gli altri a divertirsi per feste – chi sono gli uni e chi gli altri, lasciamo al lettore di deciderlo! Quello che mi colpisce (e in un certo senso mi rincuora) è la gioia e naturalezza con le quali Gian Marco racconta di essersi immerso in un contesto non italofono, di aver fatto rete anche con persone di nazionalità altra rispetto alla propria. E la facilità con la quale si muove, tra Belgio e Italia, dove torna molto di frequente, quasi un paese fosse la periferia dell’altro, in un contesto di cittadinanza che è veramente “globale”, mobile e permeabile. Ma c’è di più: Gian Marco guarda all’Italia senza lamenti. «In Italia ci sono cose molto migliorabili, ma non è che altrove le cose siano molto diverse», dice. 

Lui, ai miei occhi, è l’Europeo. Colui che non è fuggito dal proprio paese perché costretto dalla necessità o inseguendo un ribelle desiderio di avventura: vive altrove per scelta. E quindi non rimprovera all’Italia di essere la causa della propria partenza; di fatti continua a sentire molto vicino il proprio paese d’origine. Per me, e per tanti (quasi) quarantenni non è stato così: c’era la voglia di fare un’esperienza “esotica”, di allontanarsi da casa, di viaggiare in posti lontani, di pendere un aereo da soli, imparare nuovi usi e costumi. Lingue diverse. Ancora oggi, il mio sguardo sull’Italia è biased, condizionato, molto (per alcuni, eccessivamente) critico.

Insomma, l’era dei giudizi critici sugli italiani, la fase dell’auto-commiserazione e dell’inferiorità linguistica, così come la voglia di scappare e l’ambizione di vivere altrove di più bello, per alcuni (purtroppo, non per tutti) è passata di moda. 

Probabilmente il fatto che, come lo stesso Gian Marco mi fa notare, «oggi ormai siamo in tanti a essere poliglotti o per lo meno capaci di parlare in inglese (o il francese qui a Bruxelles) al punto che la lingua straniera è usata con storpiature», facilita moltissimo l’inclusione e il sentirsi parte di un posto senza dover necessariamente rinnegare le proprie origini. Insomma, non ci si sente in dovere di dover giustificare il proprio essere qui, in questo altro paese, sottoponendo a critica continua ciò che si è lasciato.

Il progetto Erasmus, di avvicinare le genti e le nazioni, sta forse dando i suoi frutti.