Belgio, la crisi che parla anche all’Italia: quando governare conta più che restare

Il primo ministro belga Bart De Wever ha offerto le proprie dimissioni dopo il fallimento dei negoziati sul bilancio federale. Si tratta di una crisi politica generata dall’incapacità di trovare una risposta condivisa a una crisi fiscale. Insomma, non siamo di fronte all’ennesimo scontro tra partiti, a una resa dei conti personale o a una semplice battaglia per il potere. A mettere in crisi il governo in Belgio è una domanda che, a ben vedere, attraversa oggi gran parte delle democrazie europee: come ridurre deficit e debito senza compromettere la tenuta politica della maggioranza che governa il Paese?

Partiamo dai numeri – che spiegano come mai il confronto sia diventato inevitabile. Secondo la Commissione europea, il deficit pubblico belga è salito al 4,5% del PIL nel 2024 ed è destinato a superare il 5% nel breve periodo, mentre il debito pubblico ha oltrepassato il 104% del PIL. Le rilevazioni della Banca Nazionale del Belgio mostrano inoltre che nel 2025 il disavanzo ha raggiunto circa il 5,2% del PIL e che il rapporto debito/PIL ha superato il 107%. Gli interessi sul debito assorbono ormai quasi 15 miliardi di euro all’anno. 

Di fronte a questi dati, il margine per rinviare le decisioni si è progressivamente ristretto. E così si è aperta la frattura all’interno della coalizione guidata da De Wever. Tutti i partiti della maggioranza concordano sulla necessità di intervenire. Nessuno, però, concorda su come farlo. I liberali respingono l’idea di aumentare la pressione fiscale su imprese e contribuenti più abbienti, sostenendo che ciò finirebbe per indebolire crescita e competitività. I socialisti ritengono invece che il risanamento debba essere finanziato soprattutto da chi dispone di maggiori risorse economiche. Tra queste due visioni non si è aperto soltanto un disaccordo tecnico. È emerso un conflitto politico sul modello economico che il Belgio dovrebbe adottare.

Per questo le dimissioni offerte da De Wever non implicano necessariamente la fine del governo (mentre scrivo, non è chiaro cosa sceglierà di fare il re del Belgio). La mossa del primo ministro tuttavia certifica come la possibile caduta dell’esecutivo è un effetto della crisi, non la sua causa. La causa è più profonda: l’incapacità di trasformare una maggioranza parlamentare in una maggioranza politica, capace di condividere una strategia economica quando le decisioni diventano costose.

L’Italia farebbe bene a osservare attentamente quanto sta accadendo a Bruxelles. I contesti politici sono diversi. Il Belgio è caratterizzato da una frammentazione linguistica, regionale e partitica che non trova equivalenti nel sistema italiano. Il governo guidato da Giorgia Meloni ha inoltre mostrato una coesione superiore rispetto a molte esperienze del passato. Eppure il nodo politico è simile. Entrambi i Paesi devono confrontarsi con i vincoli della finanza pubblica. Anche l’Italia è infatti chiamata a conciliare aspettative elettorali e sostenibilità dei conti. Le promesse politiche, per quanto popolari, finiscono sempre per misurarsi con la realtà dei numeri. Riduzioni fiscali, sostegno al reddito, investimenti pubblici, pensioni, incentivi alle imprese e tutela del welfare hanno tutti un costo. Prima o poi ogni governo è chiamato a scegliere quali priorità finanziare, quali rinviare e chi debba sostenerne il prezzo.

La prima lezione che arriva dal Belgio riguarda la differenza tra stabilità e governabilità. Un esecutivo può sopravvivere per anni senza riuscire a realizzare le riforme necessarie. Può mantenere la propria maggioranza parlamentare senza riuscire a esprimere una direzione politica coerente. La vera misura dell’efficacia di un governo non dovrebbe quindi essere la sua durata, ma la sua capacità di approvare bilanci, realizzare riforme e prendere decisioni difficili quando le circostanze lo impongono.

La seconda lezione riguarda il rapporto tra responsabilità fiscale e coraggio politico. Negli ultimi anni ai governi europei è stato chiesto di spendere di più per la difesa, la transizione energetica, la competitività industriale. Allo stesso tempo, i cittadini continuano a chiedere tasse più basse, servizi più efficienti e maggiori forme di protezione sociale. La politica tende spesso a promettere tutte queste cose contemporaneamente. La realtà dei bilanci impone invece di stabilire delle priorità. Nel caso del Belgio, la pressione è ormai tale da aver condotto il Paese all’interno della procedura europea per deficit eccessivo. Le istituzioni europee chiedono un percorso credibile di riduzione del disavanzo e di contenimento del debito. Ma l’aggiustamento fiscale non può essere soltanto una questione contabile. Per essere sostenibile deve essere percepito come equo. I cittadini devono comprendere perché vengono chiesti sacrifici, chi ne sostiene il peso e quali benefici ne deriveranno. Credibilità economica e legittimità politica non sono obiettivi alternativi. Sono due condizioni che si rafforzano a vicenda.

La terza lezione riguarda la natura stessa delle coalizioni di governo. Troppo spesso i partiti riescono a trovare un accordo per vincere le elezioni senza affrontare fino in fondo le questioni che definiranno la loro esperienza di governo. La vicenda belga dimostra che una coalizione non può reggersi soltanto sulla distribuzione degli incarichi o sulla convenienza elettorale.

Ormai è chiaro, di fronte alle manifestazioni continue in diversi Paesi dell’UE (solo per rimanere in Europa) anche gli slogan non bastano più. Servono governi capaci di negoziare compromessi, assumersi responsabilità e spiegare ai cittadini decisioni spesso impopolari. Per questo la domanda sollevata dal caso belga è, più in generale, che cosa accade quando una coalizione conserva ancora i numeri per governare, ma non più un accordo su come affrontare i problemi fondamentali del Paese. Due sono le alternative: se la stabilità di un governo debba essere giudicata dalla sua capacità di sopravvivere o invece misurata dalla sua capacità di decidere e assumersi la responsabilità delle scelte difficili. Senza rinviarle.

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