Il carcere: una questione sociale che la politica continua a rimuovere

di Valeria Camia e Alessandro Vaccari

Parlare di carcere significa parlare di sicurezza, ma non soltanto. Significa interrogarsi sul futuro dei giovani, sulla tenuta del tessuto sociale e sulla capacità delle istituzioni di prevenire il disagio prima che si trasformi in devianza. È questa la chiave di lettura proposta da Massimo Congiu, componente dell’Osservatorio sulla vita detentiva presso l’Ufficio del Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Campania, che invita a superare una visione esclusivamente repressiva del sistema penitenziario.

Secondo Congiu, l’ingresso in carcere di ragazzi appena maggiorenni, o addirittura minorenni, significa confrontarsi con una realtà sempre più distante dalla funzione rieducativa prevista dalla Costituzione. «Entrare in carcere così giovani significa dover fare presto i conti con una realtà che col tempo è diventata sempre più afflittiva e sempre meno capace di offrire spunti di recupero», osserva. Una situazione che, a suo giudizio, è aggravata da una cultura politica dominata dal cosiddetto populismo penale, orientata a fornire risposte immediate all’opinione pubblica attraverso l’inasprimento delle misure detentive.

La conseguenza è che il carcere rischia di trasformarsi in un luogo di marginalizzazione permanente. Congiu usa parole dure: «Purtroppo il carcere è sempre più una discarica umana, una discarica sociale». Una definizione che racchiude una critica non soltanto al sistema penitenziario, ma anche alla politica e all’intera società, accusate di considerare il carcere come uno spazio di rimozione dei problemi anziché di soluzione. Il punto di partenza, ricorda, dovrebbe essere l’articolo 27 della Costituzione, secondo cui le pene devono tendere alla rieducazione e al reinserimento sociale del condannato. Per questo, sostiene, la vera sicurezza non nasce dall’aumento delle celle, bensì dalla capacità di recuperare le persone e di prevenire le condizioni che favoriscono il reato. «Il modo migliore di garantire la sicurezza sociale è il recupero e prima ancora la prevenzione», afferma.

Da qui la critica alle politiche che puntano prevalentemente sull’espansione della detenzione, soprattutto nel settore minorile. «Ci troviamo di fronte a visione carcerocentrica, nella quale la responsabilità dei giovani viene letta quasi esclusivamente in termini di punibilità». Il risultato, spiega, è l’aumento delle presenze negli istituti penali per minori, che finiscono per soffrire degli stessi problemi delle carceri per adulti: sovraffollamento, carenza di personale, strutture inadeguate e insufficienza delle attività trattamentali.

Le alternative sono possibili, da un maggiore ricorso alle misure non detentive e un investimento stabile nei percorsi educativi e di reinserimento. L’esperienza maturata all’interno degli istituti gli conferma quanto sia importante mantenere un legame tra il “mondo di dentro” e quello esterno. Laboratori culturali, attività formative e occasioni di confronto consentono ai detenuti di acquisire competenze, esprimere il proprio punto di vista e prepararsi al ritorno nella società.

Ma il recupero, sottolinea Congiu, non riguarda soltanto chi ha commesso un reato. «I detenuti devono essere preparati al rientro nella società, però è anche vero che pure la società deve essere preparata a riaccoglierli». Una riflessione che allarga il tema carcerario al piano collettivo e politico e che sottolinea come il carcere non possa essere affrontato come una questione settoriale riservata agli addetti ai lavori. «La questione carceraria sta esplodendo ed è una questione sociale, non può essere oggetto di rimozione», conclude Congiu, che avverte come il rischio, concreto, sia quello di perdere una generazione di giovani che, se adeguatamente sostenuti, potrebbero costruire percorsi di vita completamente diversi. Continuare a puntare quasi esclusivamente sulla repressione significa invece alimentare una «bomba sociale» destinata prima o poi a presentare il conto all’intera collettività.

Ascolta l’intervista integrale qui

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Questo blog nasce dall’incontro di tre persone emigrate volontariamente in età adulta dall’Italia in Svizzera e che in questo Paese hanno realizzato esperienze diverse in vari ambiti lavorativi e culturali. 

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