L’“italiano inclusivo” è una proposta di estensione della lingua italiana per superare le limitazioni di una lingua fortemente caratterizzata per genere, con tutto ciò che ne consegue: impossibilità di parlare di sé o di altre persone senza menzionare il genere, impossibilità di parlare di persone che, nella nostra epoca, sentono di non volersi identificare in uno dei due generi, maschile e femminile. Di conseguenza si è ideato (o meglio, si è cercato di ideare) l’asterisco, *, e la schwa, ə, o ancora la x, la @ o la u, per sensibilizzare la comunicazione verso minoranze sessuali su esempio americano. La nostra lingua, a differenza del latino – nostra lingua madre (perché non esiste una lingua padre) – non ha il neutro. Già martoriata dall’abuso dilagante di anglicismi, la lingua italiana sarebbe sfregiata da soluzioni che la priverebbero della sua identità. Solo da pochi anni milioni di persone si sono alfabetizzate in quelle sacche di depressione economica in cui si parlavano e si comprendevano solo i dialetti, vogliamo imporre l’asterisco? Mi pongo questa domanda, che, sia chiaro, non è “tradizionalista”, ma di buonsenso anche perché con una politica e una società che non hanno argomenti validi con cui trattare problemi reali, ci si perde in disquisizioni accademiche che, anziché includere, escludono: escludono il nostro passato, escludono i significati, escludono la personalità dei parlanti e degli scriventi e la loro stessa libertà di espressione.
Parlare chiaramente riduce il disordine del mondo, diceva Albert Camus. Era il 1987 poi quando Alma Sabatini scriveva una piccola opera chiamata ‘Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana’ in cui la saggista suggerisce quali forme usare per non rendere l’idioma italico più maschilista. Le lingue sono un processo semplificativo e di non complicazione. Aggiungere forme artificiose, per quanto possa sembrare giusto, non fa parte del processo naturale di una lingua. La studiosa suggeriva, con piena ragione, di eliminare la forma “uomo” come comprensiva del genere umano; si dovrebbe parlare di “diritti umani” piuttosto che di “diritti dell’uomo”. Nel processo di semplificazione dal latino il neutro è scomparso sostituito dal maschile; probabilmente a vincere è stato l’uso parlato della lingua.
Le riflessioni di Sabatini erano più moderne in confronto al dibattito assolutamente virtuale dei movimenti liberali di oggi che pretendono di ingegnerizzare una lingua a tavolino per minoranze indefinite, a cui non interessa nulla dell’inclusione del femminile nella lingua italiana parlata. Non c’è alcun motivo per cui il sedile sia maschio e la sedia sia femmina. Sessisti sono gli esseri umani, non le lingue.
Per questo dunque è importante usare il femminile: rappresenta la maggioranza della popolazione, che esiste ed è poco usato per ragioni culturali, in un paese certamente patriarcale, con divari salariali e pochissime donne nei luoghi decisionali. Frequentissimo è l’uso della forma maschile anziché femminile per i titoli professionali e per i ruoli istituzionali riferiti alle donne: sindaco e non sindaca, chirurgo e non chirurga, ingegnere e non ingegnera, ecc. Forti richiami a rivedere questa tradizione androcentrica sono arrivati da diversi settori della società, dall’accademia e dalle istituzioni di molti paesi europei, per esempio dalla Svizzera – dove l’italiano è tra le lingue ufficiali – che ha pubblicato una ‘Guida al pari trattamento linguistico di donna e uomo nei testi ufficiali della Confederazione’.
Il problema è quindi l’incertezza di fronte all’uso di forme femminili nuove rispetto a quelle tradizionali maschili (è il caso di ingegnera), le nuove forme sembrano cacofoniche o c’è la convinzione che la forma maschile possa essere usata tranquillamente anche in riferimento alle donne? Non credo: perché maestra, infermiera, modella, cuoca, nuotatrice, ecc. non suscitano alcuna obiezione: anzi, nessuno definirebbe mai Federica Pellegrini un nuotatore. Il femminile della lingua contribuisce a una più adeguata rappresentazione pubblica del ruolo della donna nella società.