PFAS anche in pane e cereali, che fare?

È facile pensare che la colazione sia uno dei momenti più innocui della giornata: una ciotola di cereali, una fetta di pane, magari un biscotto. Eppure proprio lì, nei gesti più quotidiani, potrebbe nascondersi una contaminazione silenziosa, a causa di prodotti chimici che raramente li immaginiamo così vicini, infilati tra farine, impasti e prodotti da forno che consumiamo ogni giorno.

Di che cosa parliamo? Di un nuovo studio di PAN Europe, che rivela livelli elevati di “forever chemicals” in un’ampia gamma di prodotti a base di cereali venduti in tutto il continente. Come riportato dal Guardian, l’indagine ha analizzato 65–66 prodotti convenzionali acquistati in 16 Paesi: cereali per la colazione, pane, pasta, croissant, biscotti, farine, dolci. La sostanza incriminata, il Trifluoroacetic acid (TFA), appartiene alla categoria dei PFAS, è stata rilevata nell’81–82% dei campioni. In alcuni prodotti i livelli arrivano a essere cento volte superiori a quelli riscontrati nell’acqua potabile. Nessuno è al sicuro. Dopo acqua, frutta e verdura, ora i dati non lasciano spazi ai dubbi: contaminati i cereali per la colazione acquistati in Irlanda, il pane integrale del Belgio, la farina tedesca e la baguette francese, senza che si sia al sicuro consumando pasta italiana e vari prodotti da forno destinati all’infanzia.

Come sappiamo, i PFAS sono composti chimici sviluppati dagli anni ’50, apprezzati per la loro resistenza all’acqua, ai grassi e al calore. Ma la loro stabilità è proprio ciò che li rende problematici: sono “forever chemicals”, destinati a persistere per decenni nell’ambiente, accumulandosi in acqua, suolo e organismi viventi. Nello specifico, gli acidi TFA sono prodotti di degradazione di alcuni pesticidi contenenti PFAS e di gas fluorurati usati nei sistemi di refrigerazione e climatizzazione. Una volta rilasciati, possono migrare nel suolo e nelle falde, essere assorbiti dalle piante e finire negli alimenti. La normativa chimica europea li classifica come sostanze tossiche per la riproduzione. Studi preliminari ne indicano possibili effetti su fertilità, sviluppo fetale, tiroide, fegato e sistema immunitario.

Se tutto ciò è noto, perché non esistono controlli sistematici? In gran parte d’Europa, le autorità sanitarie non monitorano regolarmente la presenza di TFA negli alimenti. Il risultato è una zona grigia regolatoria: la sostanza può essere legalmente presente, pur con rischi non del tutto compresi. Eppure pane, pasta e prodotti da forno sono consumati ogni giorno dalla stragrande maggioranza della popolazione europea. L’esposizione è dunque costante, quotidiana e involontaria. Non è un inquinante episodico, ma una presenza silenziosa che si accumula negli ecosistemi e nel corpo umano.

Forse qualche cosa si muove? Alla luce delle evidenze, le organizzazioni ambientaliste sollecitano limiti specifici di TFA negli alimenti e il divieto dei pesticidi che la generano. Chiedono inoltre un monitoraggio sistematico e trasparente dei PFAS in cibo, acqua e suolo, insieme a un’informazione chiara per il pubblico, soprattutto per gruppi vulnerabili come donne in gravidanza e bambini. Secondo PAN Europe, l’attuale situazione espone i cittadini a una contaminazione quotidiana che potrebbe essere evitata con misure legislative mirate. Non è una questione esclusivamente ambientale, ma un tema di salute pubblica: eliminare le fonti di TFA, limitare l’uso di sostanze fluorurate e potenziare la sorveglianza sanitaria sono passi considerati essenziali.

E a proposito di salute pubblica, da uno studio del 2024, è emerso che in Nuova Zelanda, il 55% delle persone non avevano mai sentito parlare dei PFAS (55,2%). Solo il 4% dichiarava di conoscerli bene, mentre un ulteriore 1,5% affermava di avere una buona conoscenza dei PFAS grazie al proprio lavoro. In Europa la situazione non è più rassicurate: un sondaggio Eurobarometro della Commissione Europea, condotto lo scorso anno, ha rivelato una notevole carenza di consapevolezza pubblica riguardo alle sostanze per- e polifluoroalchiliche. Secondo l’indagine, solo il 29% degli europei conosce i PFAS.

Bisogna parlarne, di PFAS. Scrivene di più. Comunicare i rischi di questi prodotti. Raggiungere e sensibilizzare i singoli, certo. Ma consolo. È necessario aprire un dibattito ampio, trasparente e costante, capace di spingere le istituzioni a intervenire perché, come si legge nell’articolo del quotidiano britannico, il ciclo di contaminazione, se ignorato, continuerà a minacciare la salute e l’ambiente per decenni.

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