“La vita e il ciclismo si somigliano” parola di un presidente

Il 13 maggio del 2025 morì Pepe Mujica, uno dei presidenti più illuminati e anticonvenzionali della Storia. Sapevo poco di lui, a parte il fatto che fosse chiamato il “Presidente poeta” e che avesse tentato con tutte le sue forze di rendere il suo paese, l’Uruguay, un luogo di pace, rispetto e tolleranza.

Poi per caso qualche giorno fa ho letto un lungo articolo su l’ Internazionale che, oltre a ripercorrere la sua storia, mette in luce un aspetto, apparentemente poco rilevante, che racconta invece meglio di qualsiasi altro aneddoto la tempra e il fuoco di quest’uomo straordinario: l’amore per il ciclismo.

Josè Mujica era nato a Paso de la Arena, nella periferia di Montevideo. Il suo documento di identità dice che era il 1935, anche se più di una volta lui ha raccontato che al momento dell’iscrizione all’anagrafe aveva già un anno: l’aveva registrato tardi perché viveva in una zona suburbana. Il padre morì che lui aveva 8 anni e poco tempo dopo prese il ruolo dell’ometto di casa per aiutare sua madre. Il piccolo Pepe imparò così il lavoro di fiorista, presso una famiglia giapponese, i Tanaka, che erano arrivati in Uruguay dopo essere scappati dalla guerra.

Cominciò così ad usare la prima bicicletta, un po’ per il lavoro, un po’ per espandere i suoi confini e andare in perlustrazione con il suo amico storico Dilermondo Do Reis, detto Nene.

Cominciò a sognare di possedere una bicicletta tutta sua e a 13 anni ne comprò una da corsa in dodici rate che pagò vendendo fiori.

Era la Peugeot che l’avrebbe accompagnato fino alla fine: fu una delle ultime cose che vide dal suo letto di morte.

Pepe inforcò la bicicletta e pedalò senza meta, ma in tutte le direzioni, fino al punto che finì per diventare un atleta tesserato. Si divideva tra il lavoro nei campi e gli allenamenti finché cominciò a gareggiare nella categoria novicios, giovanili.

Nel settembre 1952, a 17 anni, fu immortalato sulle pagine ormai ingiallite del quotidiano El Diario per una gara in cui arrivò quarto nella voltata finale. Terrà per sempre quel ritaglio appeso in casa, forse la sua prima pagina di gloria. La seconda tappa la vinse un certo Cesar Piccorrelle  che strappò a Mujica il primo premio della classifica generale.

Molto tempo dopo, in seguito a questa e altre sconfitte avrebbe detto: “Trionfare nella vita non è vincere, trionfare nella vita è alzarsi e ricominciare ogni volta che si cade”

Con la caparbietà che lo caratterizzava , da allora portò avanti una doppia vita. Si allenava la mattina presto e poi divideva il tempo tra la floricultura e lo studio e proprio in quegli anni cominciò a partecipare alle riunioni dell’Agrupacion reforma universitaria,un movimento creato dagli studenti con l’obbiettivo di mettere in discussione il sistema politico e sociale.

Lui e i suoi amici corsero prima senza una squadra, poi si unirono al club Tomkinson e, poco più tardi, Pepe passò al club Universal di Canelones, con una maglia blu dai bordi bianchi che non ha mai dimenticato.

A 19 anni gareggiava ancora per l’Universal ma quello che sembrava essere l’inizio di una storia finì per diventare qualcos’altro. Il destino tirò i suoi dadi: un fine settimana Mujica si infortunò e per la prima volta sentì che “la vita umana è un miracolo. Nulla vale più della vita”

Addio al ciclismo? Mai. Cominciò un’altra esistenza, ma sempre con la bicicletta al seguito. Con la bici andava nella biblioteca della facoltà di lettere dove studiava e agli appuntamenti con Enrique Erro, colonna del Partido Nacional , con cui si avvicinò alla politica. Fu in quel periodo che cominciò a maturare una convinzione: Il primo requisito della politica è l’onestà intellettuale. Se non c’è onestà intellettuale tutto il resto è inutile. Perché alla lunga non c’è miglior linguaggio della verità.

Lo so, fa male leggere dichiarazioni come queste ora, in cui la verità viene costantemente screditata in favore di fedi e teorie che hanno solo l’obiettivo di confondere e indebolire le masse.

A mano a mano che muoveva i primi passi nella formazione politica, cominciò a comprendere che il mondo che lo circondava, poteva funzionare meglio, in modo più equo. Intanto continuavano le gare. Durante una Vuelta nel 1959 Mujica approfitto del viaggio nel nord del paese per vedere come viveva la gente dell’Uruguay più profondo, realtà ben diverse da quelle che si potevano osservare a Montevideo. Scelse di guardare il mondo.

Nel 1970 la polizia lo arrestò in un bar mentre brindava con vari compagni. Mujica che ormai faceva parte del Movimiento de liberacion nacional-Tupamaros, viveva in clandestinità, ma dopo una riunione in cui fu pianificato un furto decise di andare a bere qualcosa. Qualcuno li tradì. Ci fu una retata, partirono dei colpi di pistola e Mujica venne ferito.

Fu ricoverato all’ospedale militare e poi chiuso nel carcere di Punta Carretas. Progettarono una fuga e riuscirono a evadere. Una scena da film: con piccoli pezzi di ferro scavarono un tunnel attraverso tre piani dell’edificio più mezzo isolato per riunirlo a un altro tunnel che qualcuno aveva scavato da fuori. Centoundici detenuti, dei quali 106 guerriglieri, evasero la notte del 6 settembre fissando per sempre il record della fuga di prigionieri politici più numerosa mai registrata nella storia del mondo. El abuso, fu chiamata.

Ma la libertà durò poco. Mujica fu catturato nel 1972. L’anni dopo la democrazia uruguaiana andò in pezzi e i militari presero il potere. La dittatura durò fino al 1985. Nel corso di quei dodici anni Pepe Mujica fu detenuto nelle peggiori condizioni possibili. Fu umiliato, torturato, isolato in vecchie cisterne dove entrava appena un filo d’aria e di luce. Più di una volta sognò la sua bicicletta. Resistette.

Alcuni anni dopo, nel 1994, fu eletto deputato per il Movimento de partecipacion popular, il primo tupamaro a ottenere un simile risultato. Nel 1999 fu eletto senatore della Repubblica.

Nel 2009 diventò il presidente più votato nella storia dell’Uruguay.

Sotto il suo mandato si promulgarono leggi ad alto impatto sociale: fu depenalizzata e legalizzata l’interruzione volontaria di gravidanza, fu legalizzato il matrimonio omosessuale, fu creata la Universidad tecnologica e infine fu regolarizzata e legalizzata la produzione, distribuzione e vendita di cannabis, con lo stato come garante.

Nella sua vita, a mano a mano che pedalando giunse nei luoghi più impensati, Pepe ha portato sempre il peso della propria storia. Dotato di un modo di esprimersi unico, era considerato un vecchio saggio da chiunque gli stesse vicino.

In occasione della sua ultima apparizione in pubblico , con il cancro in stadio avanzato, ma ancora combattivo e impegnato per il candidato alla presidenza Yamandu Orsi, è apparso sul palco, lento ma sicuro, mentre sul maxischermo scorrevano le immagini delle pedalate dell’inizio.

La vita e il ciclismo si somigliano quando ci sono tappe che non si corrono invano. Dopo Mujica ci resta una maniera di stare al mondo che non possiamo e non dobbiamo dimenticare. E nella sua fattoria, quell’angolo di mondo così riconoscibile, tra le cose rimaste, poggiata a terra, c’è ancora la sua bicicletta che aveva comprato vendendo fiori.

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Questo blog nasce dall’incontro di tre persone emigrate volontariamente in età adulta dall’Italia in Svizzera e che in questo Paese hanno realizzato esperienze diverse in vari ambiti lavorativi e culturali. 

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