“In quarant’anni di attività non ho mai visto una mattanza come quella che si sta verificando oggi” Queste parole dell’agronomo Daniele Zanzi ci danno la misura della vera e propria guerra dichiarata agli alberi di alto fusto in molte città italiane con abbattimenti che spesso non trovano nessuna ragionevole motivazione. Questo avviene in una fase storica, caratterizzata dal riscaldamento globale, in cui la presenza di verde pubblico risulta quanto mai necessaria per difendere la qualità di vita delle persone sotto ogni punto di vista.
Infatti, gli alberi riducono le ondate di calore, attutiscono i rumori frenano le piene dei corsi d’acqua, assorbono grandi quantità di Co2, oltre a ridurre gli elementi inquinanti presenti nell’aria, soprattutto nelle aree urbane per cui sarebbe ragionevole difendere e incrementare la loro presenza . Se il problema della salvaguardia soprattutto degli alberi di alto fusto riguarda tutti gli ambienti, la loro difesa in ambito urbano presenta aspetti particolari. Più gli alberi sono grandi, maggiore è il loro impatto benefico.
Questa politica apparentemente irrazionale e contraddittoria che molte amministrazioni pubbliche portano avanti ha spesso motivazioni speculative in quanto gli alberi costituiscono un ostacolo alla realizzazione di grandi progetti finanziati con soldi pubblici. Il Pnrr, Piano nazionale di ripresa e resilienza finanziato con fondi europei per rilanciare le economie europee dopo la pandemia del Covid, nonostante le intenzioni dei promotori, ha contribuito paradossalmente a questa tendenza distruttiva. Il fondo europeo, infatti, sovvenziona una serie di infrastrutture urbane, comprese perfino quelle progettate in difesa dell’ambiente quali piste ciclabili o tramvie con tracciati che obbligano all’abbattimento di molti alberi, senza che vengano presi in considerazione possibili tracciati alternativi. Altrettanto paradossale l’abbattimento motivato dalla necessità spesso pretestuosa di garantire la sicurezza dei cittadini rispetto alla quale una corretta manutenzione del verde pubblico risulterebbe nella maggior parte dei casi molto più funzionale.
Spesso alberi grandi e possenti vengono sostituiti con alberelli di piccole dimensioni con conseguenze evidenti. A questo proposito Linda Maggiori autrice di un piccolo ma prezioso libro, che intende denunciare e possibilmente contrastare la mattanza degli alberi, osserva, sulla base di uno studio specifico, che se sostituiamo un pino di circa 50-70 anni con una tamerice giovane si ha la perdita del 95% della capacità di assorbire polveri sottili, (Pm 2,5) e del 97% della capacità di assorbimento del biossido di azoto (NO2).
“Uno non vale uno” afferma a questo proposito il Professor Fabrizio Cinelli, dottore agronomo e docente all’Università di Pisa che aggiunge: “Conta la chioma, è inutile dire: ho buttato giù un tronco di una pianta di primaria grandezza ma l’ho sostituito con il tronchetto di una pianta di terza grandezza che forse fra trent’anni darà dei benefici, (…), non da ultimo l’ombra”.
A questo proposito il Professor Cinelli ha compiuto nei mesi estivi del 2023 uno studio in un quartiere di Pisa dimostrando che nelle strade dove i pini erano stati abbattuti e sostituiti con ligustri le temperature risultavano nelle ore più cade di agosto superiori di ben 5-6 gradi rispetto a zone limitrofe dove invece erano presenti dei pini.
In varie parti d’Italia sono sorti comitati per scongiurare abbattimenti inutili e dannosi e per chiedere in ogni caso che quelli strettamente necessari avvengano per esigenze reali e non speculative e dopo aver effettuato verifiche esaurienti da parte di tecnici indipendenti. In particolare, molti di questi gruppi fanno capo alla rete ONDA (Organismo Nazionale difesa alberi) a carattere apartitico che si occupa appunto della difesa del patrimonio arboreo nazionale, I successi di questi gruppi di cittadini sono purtroppo solo parziali e in molti casi non è stato possibile indurre le amministrazioni locali a recedere da scelte dannose e inopportune.
L’ insufficiente incisività di questi comitati è causata anche da un inadeguato coinvolgimento dell’insieme della cittadinanza che spesso non comprende l’importanza del verde cittadino e ne subordina la difesa a quello di altre esigenze, magari la comodità di un parcheggio sotto casa o il presunto intralcio alla circolazione automobilistica. Anche l’inadeguatezza degli interventi di cura del verde pubblico può aver generato un senso di insicurezza e di disagio che potrebbero tranquillamente essere evitati.
I Comitati dovrebbero perciò sforzarsi di accrescere la consapevolezza dei cittadini con efficaci interventi di coinvolgimento e di informazione. Questo può avenire anche esigendo il rispetto della normativa europea che prevede il coinvolgimento preventivo dei cittadini in progetti che prevedono trasformazioni dell’ambiente urbano.
È necessario, insomma, nell’interesse di tutti siglare immediatamente la pace con i nostri alberi in città e in tutti gli ambienti in cui svolgono un ruolo fondamentale.


