È un diffuso quanto comodo luogo comune ritenere che i giovani siano apatici e spoliticizzati. Se si osserva con più attenzione il problema ci si accorge che le cose sono un po’ più complicate, almeno stando ad alcune risultanze di situazioni a noi vicine.
Una ricerca dell’Istituto demoscopico gfs di Berna dimostra che l’interesse per la politica internazionale e per quella nazionale da parte di studentesse e studenti ha raggiunto nel 2025 in Svizzera livelli che non si registravano dal 2014. L’indagine si basa sulle risposte a un questionario scritto sottoposto fra il primo settembre e il due novembre 2025 a un campione di 1986 studentesse e studenti di età compresa fra i 15 e i 25 anni stabilmente residenti in Svizzera.
L’interesse per la politica è tuttavia selettivo, rivolto soprattutto a temi dal forte impatto emotivo quali la criminalità, la salute psichica, le discriminazioni e i temi riguardanti la formazione e l’istruzione. Particolare interesse è rivolto anche alle politiche migratorie e alla situazione della striscia di Gaza. Significative anche talune differenze fra le ragazze e i ragazzi; mentre le prime mostrano un interesse maggiore per la parità di genere, per la salute psichica e per la lotta alle discriminazioni, i ragazzi sono maggiormente coinvolti da temi relativi alla sicurezza e alle tematiche economiche e sociali.
Le giovani persone interpellate danno un grande valore alle questioni ambientali senza rilevanti differenze fra ragazze e ragazzi ma in grande maggioranza ritengono che la Svizzera faccia già abbastanza in materia e che comunque questo sia un compito più delle istituzioni che dei singoli individui. Il gruppo di intervistati, con prevalenza dei ragazzi, mostra una discreta fiducia per il proprio futuro individuale e per quello del Paese mentre le maggiori preoccupazioni vengono al quadro internazionale.
Una netta maggioranza degli interpellati dichiara di riconoscere l’importanza dei principi democratici e si mostra convinta che la partecipazione a consultazioni politiche, particolarmente frequenti in un Paese dove vige un sistema di democrazia diretta, possa incidere sulla realtà del Paese e in particolare su quello delle giovani generazioni. Una piccola minoranza si dichiara tuttavia propensa a partecipare alle frequenti consultazioni popolari, mentre la maggioranza predilige invece la sottoscrizione di petizioni o di iniziative da sottoporre al voto. Questa apparente contraddizione deriva in parte dalla difficoltà e dall’astrattezza denunciata da molti del linguaggio politico e dalla sensazione che il voto dei singoli abbia scarsa incidenza sulla situazione complessiva.
Questa discrepanza fra apprezzamento del metodo democratico e partecipazione politica dei singoli rappresenta una sfida che le forze politiche dovrebbero impegnarsi a raccogliere. I ragazzi e le ragazze attingono le loro informazioni soprattutto nel mondo digitale e in particolare da piattaforme quali Instagram e Tik Tok mentre molto meno rilevante è l’utilizzazione dei mezzi di informazione tradizionali quali giornali, riviste e informazione radiotelevisiva. Da notare però la maggiore credibilità attribuita alle fonti di informazioni meno utilizzate rispetto alle piattaforme digitali maggiormente frequentate. Dal sondaggio è emersa anche una certa difficoltà nella capacità degli interpellati di individuare e smascherare fake news.
In Italia al recente referendum sulla giustizia, secondo attendibili statistiche, ha preso parte circa il 67% dei giovani elettori under 35, una percentuale nettamente maggiore di quella della media complessiva dei partecipanti al voto. È interessante notare come questo dato non fosse registrato dai sondaggi della vigilia che non avevano neppure compreso che esso avrebbe contribuito in modo determinante all’affossamento della legge di riforma costituzionale proposta dal governo e approvata dalla maggioranza del Parlamento.
Anche il rapporto con i media e con i social risulta meritevole di un approfondimento in quanto un relativo disinteresse dei giovani ai media tradizionali non impedisce loro di trovare canali di informazione e partecipazione sui social da loro frequentati e che vengono generalmente e con troppo superficialità considerati solo strumenti di evasione e di disimpegno. “Non sono estranei alla politica”, sottolinea Nicola Maggini, politologo e ricercatore dell’Università di Bologna. “Si attivano in modo selettivo quando percepiscono una posta in gioco chiara e la possibilità di incidere veramente”.
Il fatto che il voto referendario imponga una scelta netta e non manipolabile su una determinata questione spiega il gradimento di questo strumento da parte dei giovani che si sentono invece respinti dai complessi giochi politici che contraddistinguono altri tipi di consultazioni elettorali. Alla mobilitazione dei giovani ha contribuito anche la fondata sensazione che i loro problemi non siano in generale presi sufficientemente in considerazione dalle politiche governative per cui il referendum è stato uno strumento per mandare un segnale critico che va al di là del quesito sottoposto al vaglio elettorale.
Le due situazioni proposte presentano caratteri di evidenti diversità riguardo al contesto e ai gruppi sociali presi in considerazione in due diverse realtà nazionali.
Sono tuttavia innegabili alcuni rilevanti punti di contatto che mostrano come il presunto disinteresse totale dei giovani alla politica sia un comodo pregiudizio per giustificare l’inerzia delle forze politiche. Evidenti analogie emergono anche dal modo comune ai gruppi giovanili di assumere informazioni che, pur non essendo privo di contraddizioni, non può essere liquidato come superficiale e totalmente inadatto alla formazione di idee politiche individuali.
Alle forze politiche e alle istituzioni spetta dunque il compito non facile di recepire tuti gli aspetti di questo messaggio e, anche attraverso un approccio meno superficiale al mondo giovanile, di favorire il coinvolgimento e la partecipazione dei giovani alle scelte che riguardano soprattutto il loro futuro.


