Afghanistan: la povertà delle donne invisibili

Nell’agosto 2021, le truppe americane si ritirarono dall’Afghanistan aprendo la strada al ritorno dei taliban, che il 15 agosto entrarono a Kabul e ripresero il controllo del Paese. Il governo sostenuto dall’Occidente collassò rapidamente, mentre, alla fine di settembre, molti giornali internazionali e numerosi tra il personale di ONG sul campo confermavano che praticamente non rimaneva più alcun soldato americano in Afghanistan. La guerra combattuta dagli Stati Uniti per vent’anni era finita sul campo, ma certamente non erano finite le conseguenze per chi quella guerra l’aveva vissuta.

A cinque anni da quei giorni, la cronaca torna a raccontare un Afghanistan nel quale la fine dei combattimenti non coincide con una condizione di maggiore libertà o di maggiore benessere. Le restrizioni imposte dai talebani hanno colpito – lo sappiamo – soprattutto le donne e le ragazze: l’accesso all’istruzione è stato drasticamente limitato e addirittura negato, il lavoro femminile sottoposto a forti restrizioni e la presenza delle donne nello spazio pubblico progressivamente cancellata, così come, insomma, la possibilità di partecipare alla vita sociale, economica e civile del Paese.

È proprio qui che la cronaca del presente “incontra” un libro scritto molti anni prima che Kabul tornasse nelle mani dei talebani: Poor People di William T. Vollmann, pubblicato in originale nel 2007 e tradotto in italiano come I poveri (edito da Minimum Fax). Il libro non è un reportage sull’Afghanistan contemporaneo, né pretende di spiegare la storia politica del Paese. Eppure, riletto oggi, offre una chiave sorprendentemente attuale per capire che cosa possa significare la povertà quando si intreccia con l’esclusione, la perdita di autonomia e l’impossibilità di essere visti. Perché Vollmann lascia parlare le persone. E lo fa anche attraverso le foto dei suoi interlocutori.

Vollmann, che è scrittore e saggista statunitense, ma anche (forse soprattutto) giornalista e reporter da zone di guerra, costruisce il suo libro attorno a una domanda semplice e, proprio per questo, radicale: «Perché sei povero?». La rivolge a persone incontrate in contesti molto diversi, dalla Russia postsovietica agli Stati Uniti, dal Giappone all’Afghanistan. La stessa domanda produce risposte completamente differenti. C’è chi attribuisce la propria condizione al destino, chi a Dio, chi alle circostanze economiche, chi alle proprie decisioni e chi a un sistema sociale che sembra avergli sottratto ogni possibilità di scelta. Così la povertà non è mai ridotta a mera categoria statistica.

Ascolta, osserva e fotografa, Vollmann, mettendo in evidenza la distanza tra il concetto astratto di “essere povero” e la concretezza delle vite che si trovano in quella condizione: persone prive di un’abitazione stabile, costrette a vivere ai margini delle città o in ambienti degradati; individui che dipendono dall’elemosina, da lavori occasionali e malpagati o dall’aiuto di parenti e conoscenti; famiglie per le quali il denaro non serve a scegliere tra un bene e un altro, ma a decidere quale necessità rimandare. La povertà emerge come precarietà quotidiana: il cibo che non è garantito, l’abitazione che può essere perduta, l’assenza di risparmi con cui affrontare un imprevisto, la malattia che può trasformarsi immediatamente in una crisi economica.

Ma nel libro la povertà non è soltanto una questione di reddito. È anche dipendenza. È vulnerabilità. È mancanza di alternative. Chi dispone di poche risorse non può semplicemente “scegliere” come è permesso di fare a una persona economicamente protetta: il povero può essere costretto ad accettare un lavoro umiliante, a vivere in un luogo insalubre, a chiedere denaro, a rinunciare alle cure, all’istruzione o alla possibilità di trasferirsi altrove. Se, da un lato, la libertà formale di scegliere rimane, dall’altro, nel caso dei poveri, si restringe drammaticamente la libertà concreta di farlo.

È questa una delle riflessioni più forti di Poor People: essere poveri significa spesso avere meno possibilità reali tra cui scegliere. E l’Afghanistan rappresenta un esempio, doloroso, di questa condizione. Tra le persone incontrate da Vollmann c’è, ad esempio, una donna vedova, coperta dal burqa, costretta a stare ai margini della strada. La domanda «Perché sei povera?» assume qui un significato particolare. La sua condizione economica si intreccia con una condizione di invisibilità sociale.

Nel contesto raccontato da Vollmann, nell’Afghanistan all’inizio degli anni Duemila, alle donne è vietato mendicare e questa proibizione era giustificata dagli uomini come una forma di tutela della dignità femminile: una donna non avrebbe dovuto esporsi pubblicamente chiedendo l’elemosina. Il paradosso che ciò genera, nota il giornalista, è però devastante. Chi è povero ha bisogno di rendere visibile la propria povertà per poter chiedere aiuto. Se invece alla persona povera viene impedito di mostrarsi, parlare e occupare lo spazio pubblico, la sua miseria diventa letteralmente più difficile da vedere. Ciò che è “giustificato” in termini di protezione si trasforma così in esclusione: in questo senso, la povertà della donna afghana sta anche nel vedersi negata la possibilità di uno sguardo altrui.

L’essere visto (o non visto) è un tema che ritorna in tutte le pagine de I Poveri, saggio che riesce a trasformare una domanda economica in una domanda politica e umana. «Perché sei povero?» diventa anche: quali possibilità ti sono state tolte? Quanto conta il luogo in cui sei nato? Quanto pesa il genere? Quanto incidono la famiglia, la guerra, il lavoro, la malattia, il sistema politico, il caso? E poi, quanto della tua condizione dipende davvero dalle tue scelte? Quanto da chi ti vede o non vede?

Le risposte che Vollmann riceve non si ricompongono in una spiegazione definitiva. Finita la lettura, al lettore non è consegnata alcuna formula o lettura sociologica della povertà. Le pagine non danno risposte ma generano ulteriori domande: che cosa succede alla vedova afgana che non può chiedere l’elemosina? E alla ragazza che vive nell’attuale Ucraina e che non può studiare? Alla lavoratrice in Asia alla quale non è dato di esercitare liberamente la propria professione? Alla famiglia che vive senza risparmi e senza protezioni? A chi non dispone del potere necessario per scegliere il governo sotto cui vivere e, ancora meno, per scegliere il proprio futuro?

Cinque anni dopo la caduta di Kabul, in Afghanistan, la domanda continua a essere che cosa sia rimasto alle persone – alle donne, in primis – che quella guerra hanno attraversato; quali spazi di libertà, dignità e futuro siano concretamente disponibili per loro.

La riflessione, però, come ci ricorda Poor People, trascende il caso afghano, che può risultare, se non altro geograficamente, “lontano”. Infatti ci tocca tutte e tutti da vicino, nel momento in cui ci domandiamo, girando quotidianamente per le strade delle nostre città, non soltanto quanti siano i poveri e le povere, né quanto guadagnino, ma quanto della loro vita, della loro voce e delle loro possibilità siamo disposti a non vedere. 

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Questo blog nasce dall’incontro di tre persone emigrate volontariamente in età adulta dall’Italia in Svizzera e che in questo Paese hanno realizzato esperienze diverse in vari ambiti lavorativi e culturali. 

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