Quest’anno, per il nostro attesissimo viaggio in Giappone, mi sono fatta accompagnare dal best seller di una delle autrici giapponesi contemporanee più note: Mieko Kawakami e il suo romanzo “Seni e uova”, selezionato sia dal New York Times che dal Time, tra i migliori libri dell’anno.
Quando si ha la possibilità di leggere un romanzo così introspettivo della cultura di un luogo in cui si è fisicamente, si aggiunge valore sia all’esperienza di lettura che allo sguardo con cui si osserva ciò che si incontra. Perché diciamoci la verità, l’occhio del turista, per quanto preparato, sarà sempre velato dalla meraviglia e dal proprio background culturale che influenza inevitabilmente la percezione.
Le mie “credenze” stereotipate vertevano tutte su un’immagine idealizzata di un paese quasi perfetto e ammetto che in gran parte si sono confermate.
Una costante sensazione di serenità ha aleggiato ovunque, anche nei posti più inaspettati, come sulla metropolitana nelle ore di punta, o per le strade di Tokyo, una delle più popolose metropoli del mondo. Non un clacson, un gesto di stizza, una spinta involontaria nella calca, uno sguardo contrariato (neppure verso il nostro ottenne che non sempre è riuscito a mantenere lo standard di silenzio e calma generale).
Osservare la pacatezza degli adulti e dei bambini nei contesti pubblici e affollati non ha potuto che confermare i miei, per quanto positivi, preconcetti.
Un altro aspetto interessante è stato percepire il grande e radicato senso di dignità verso il lavoro, qualunque lavoro. Sicuramente qualcuno di voi conoscerà il bellissimo film di Wim Wenders di qualche anno fa “Perfect days”. Ambientato a Tokyo, segue la storia di un uomo di mezza età che come lavoro pulisce i bagni pubblici. Quella stessa profonda e rigorosa dedizione del protagonista a far bene ciò che si fa, con cura e rispetto, l’ho percepita viaggiando per il paese: dalla commessa del supermercato aperto ventiquattr’ore su ventiquattro, ai lavoratori nelle strade che salutavano e ringraziavano la pazienza dei conducenti facendo un profondo inchino ad ogni singola macchina che ripartiva per il tratto a corsia unica. Il modo in cui i camerieri e le cameriere porgevano i piatti, i sorrisi, la pazienza.
Abituata alla rabbia sociale che mi travolge ogni volta che metto piede in Italia, mi sono ritrovata a fluttuare dentro questa nebulosa di presenze discrete e pacifiche, riscontrandone un senso di benessere che in contesti tanto affollati e frenetici non credevo immaginabile. Ho ingenuamente pensato che fosse davvero possibile abitare metropoli immense con un livello di rispetto della cosa pubblica e di responsabilità individuale tanto elevati da permettere una gestione impeccabile e armoniosa.
Sì, lo ammetto, ho spudoratamente generalizzato credendo di aver trovato un popolo realmente felice, nonostante le palesi convenzioni sociali, il rigore di facciata cui vengono abituati fin da bambini, la discrezione emotiva che li rende incrollabili e produttivi anche di fronte alle tragedie, quasi come freddi automi. A questo proposito, proprio durante il nostro soggiorno, c’è stato il forte terremoto di cui si è parlato molto anche in Europa. Noi non lo abbiamo sentito perché ci trovavamo lontano dalla zona interessata e dopo aver rassicurato parenti e amici che ci scrivevano allarmati, abbiamo acceso la tv per guardare i telegiornali locali. Cosa che abbiamo continuato a fare anche nei giorni successivi.
Ovviamente non siamo stati in grado di tradurre il contenuto dei servizi ma una cosa che ci è balzata subito all’occhio è stata la mancanza totale di interviste ai sopravvissuti o ai famigliari delle vittime. Nessun sensazionalismo tragico, nessuna necessità di incrementare la tensione emotiva. Continuavano a passare ripetutamente solo le immagini esterne del centro commerciale esploso e di alcune riprese con telecamere interne di uffici o locali pubblici. Non è stata inserita nessuna persona in lacrime, ferita o sotto shock.
Mi tornano inevitabilmente le immagini del tragico incendio dello scorso inverno a Crans Montana e le interviste strazianti scelte per raccontare tutta la vicenda.
Anche in Giappone ci sono stati morti, 38 per la precisione, ma la portata dell’evento lo abbiamo percepito solo una volta tornati in Svizzera e recuperando gli articoli. Non sto dicendo che questo sia il giusto approccio di una popolazione verso i cataclismi, semplicemente si inserisce in una modalità di espressione completamente diversa da quella cui siamo abituati noi.
Detto questo, torniamo al romanzo di Mieko Kawakami, che mi ha permesso di andare oltre queste mie osservazioni sociologiche da quattro soldi e accedere a un livello di comprensione più stratificato e contraddittorio, confermandomi per esempio l’impalcatura ancora fortemente patriarcale e sessista che contraddistingue la cultura giapponese.
“Seni e uova” come il titolo stesso accenna parla dei corpi delle donne e dello spazio che possono o meno occupare nel contesto sociale. È un romanzo tutto al femminile che segue la vita di Natsuko, un’aspirante scrittrice di Osaka, trasferitasi a Tokyo. Nella prima parte della storia la sorella maggiore Makiko arriva in città accompagnata dalla figlia Midoriko. Si è messa in testa di volersi rifare il seno e ha alcuni appuntamenti in diverse cliniche di Tokyo per trovare quella più adatta alle sue esigenze ma soprattutto alle sue tasche. Emerge da subito infatti e diventa un tema centrale del romanzo la classe sociale bassa a cui appartengono le due sorelle, cresciute a Osaka da una madre single e la nonna, in condizioni economiche sempre molto precarie. Tornerà spesso nella narrazione il tema dell’autonomia economica delle donne in Giappone e la difficoltà di ottenerla senza doversi affidare a un marito, ma emerge anche la forte solidarietà femminile e il legame che unisce questa famiglia di sole donne.
La seconda parta della storia si concentra su Natsuko che una decina di anni dopo è riuscita a pubblicare il suo primo romanzo riscuotendo un discreto successo che le permette di vivere di scrittura. Ma un nuovo pensiero attanaglia le sue giornate: il desiderio di aver un figlio pur essendo single. Seguendo Natsuko nelle sue ricerche ci addentriamo in un mondo sconosciuto per il lettore straniero, dove per una donna single che desidera un figlio la fecondazione assistita non è permessa. Scopriamo insieme alla protagonista un sottobosco di opportunità “alternative” e in certi casi ben poco rassicuranti, tra donatori di sperma per corrispondenza o siti esteri poco raccomandabili.
L’intenzione di rifarsi il seno di Makiko, così come la volontà di avere un figlio da sola di Natsuko, sono solo pretesti narrativi per il vero fulcro, a mio avviso, della narrazione che sono i numerosi e lunghissimi dialoghi tra la protagonista e le varie donna della storia: dalla collega scrittrice eccentrica, anche lei sola con una figlia, alla editor affermata che vive per il suo lavoro per poi ritrovarsi ad ammalarsi e morire sola, dalla sorella Makiko che con un’ ostinata e anche a tratti ironica forza vitale cerca di sbarcare il lunario per lei e la figlia lavorando di notte come hostess in uno squallido locale di Osaka.
Ogni donna di questa storia deve lottare e resistere per non scomparire e c’è anche chi sceglie di farlo accettando di restare dentro un matrimonio finito con uomini che detestano, senza la forza e gli strumenti per scappare.
Il quadro che emerge è critico e complesso e racconta una società molto diversa da quella che ho percepito io, con la mia venerazione per quelle facce serene e apparentemente in pace. Se ci si affida ai dati poi ne emerge uno che conferma tutti i risvolti negativi che emergono dal libro di Kawakami: In Giappone c’è una forte e storica crisi di spopolamento, con un calo record costante dovuto a un tasso di natalità bassissimo (circa 1,14-1,2 figli per donna) e a un numero di decessi che supera nettamente le nascite.
Evidentemente, come sempre, comprendere un contesto sociale diverso dal proprio è un processo lungo che non può esaurirsi in un mese di viaggio. Ma nuovamente la letteratura mostra la sua sfacciata potenzialità di renderti la realtà molto più autentica di ciò che vedi.
Non è stato immediato affidarsi alla scrittura di Mieko Kawakami. Come mi è sempre capitato con scrittrici e scrittori giapponesi noto una ricerca quasi ossessiva della descrizione minuziosa, oltre a una tendenza didascalica che però potrebbe dipendere anche dalla difficoltà effettiva di tradurre una lingua tanto diverse e complessa.
Ma una volta lasciate andare le mie perplessità iniziali mi sono immersa in questa storia femminista non dichiarata, in cui un’autrice giapponese ha avuto il coraggio di mettere al centro della narrazione non solo le storie delle donne ma i loro corpi, tutti diversi e descritti con quello stesso sguardo giudicante e poi indulgente con cui la società ha abituato tutte noi a guardarci. Donne che si incontrano e parlano veramente di se stesse, delle loro vergogne più segrete, dei loro desideri più frivoli, delle paure e lo fanno il più delle volte davanti a piatti e stuzzichini gustosissimi che ho potuto provare nello stesso tempo della lettura.
Un’esperienza immersiva totale che ha amplificato ogni percezione, perché quando chiudevo il libro ero esattamente lì, nei luoghi descritti da Natsuko, nel mio inafferrabile e struggente Giappone.


