Sono su un treno che sfreccia verso nord, fuori si susseguono spiagge di sabbia chiara con i tipici frangiflutti di pietra che appiattiscono il mare facendolo raggiungere la riva placido come un lago. Sporadici ombrelloni con pensionati abbronzati che fissano l’orizzonte su sedioline da campeggio svelano una fine estate che non si arrende.
A caldo, ancora in trambusto, voglio raccontare di un luogo e delle sue persone che, in un fine settimana strappato ai ritmi frenetici della quotidianità, mi hanno aperto la porta di casa con una premura e un calore antico.
Petrolio è un piccolo borgo nell’entroterra marchigiano, tra il mare e i monti sibillini che si scorgono in lontananza dal belvedere della piazza centrale, oltre la distesa di colline. Un paese pittoresco, come tanti disseminati nel nostro paese, eppure in grado di dar vita a un rituale collettivo che lo rende unico.
Da cinque anni, per quattro giorni, Petriolo riaccende il culto collettivo del narrarsi dando vita a un festival letterario unico nel suo genere
Le autrici invitate, molto più numerose degli autori e già questo rende l’evento insolito, vengono letteralmente accolte dalla comunità, con una cura e un’ospitalità sorprendenti.
Relatori, organizzatrici e pubblico si mischiano, tra presentazioni di libri e tavolate di cibo, caffè al bar improvvisati con chi capita e furgoni di street food a ricreare le condizioni più autentiche per raccontarsi e raccontare.
Il tempo scorre al ritmo delle parole, di voci reali, abbracci, tante risate e pochi smartphone a vista, a parte quelli spuntati a immortalare un momento, un gruppo abbracciato che vuole un’immagine a consolidare quella memoria.
Ma nessuna foto postata saprà trasmettere l’intensità e la pienezza della presenza che noi fortunati a esserci stati abbiamo sentito e condiviso.
Scrivere è un lavoro solitario che porta spesso a utilizzare male i social, per cercare di confrontarsi, avvicinarsi alle esperienze delle proprie colleghe e colleghi. Sono realtà distorte e filtrate, che mostrano solo le maschere che ci servono per venderci bene e che spesso producono solo frustrazione e percezioni errate.
L’unicità di questo festival sta proprio nel permettere alle persone di tornare persone, “costringendoci” a stare sempre insieme, dentro uno spazio ristretto che non permette di isolarsi, a rimettere in moto una socialità arrugginita che ora dopo ora, giorno dopo giorno si riappropria dei corpi, degli sguardi vivi e sinceramente curiosi verso l’altro.
È bastato un fine settimana per permetterci di aprirci con fiducia alle persone che per puro caso ci siamo ritrovati davanti, a condividere un tavolo o una panca stretta e a riconoscere nell’altro quelle stesse difficoltà di percorso, fragilità e aspettative disattese, oltre al furore incendiario che accomuna il nostro amore smisurato per i libri.
Quanti scambi, rivelazioni, pensieri hanno accompagnato le nostre ore, tra una presentazione e l’altra.
Tutto questo con intorno una comunità vibrante di famiglie, coppie, volontari che hanno preso parte e permesso che questo grande rituale collettivo avesse luogo.
Non è mai scontato vedere sempre, ad ogni incontro, circa cinque al giorno, tutte le sedie piene. Le scrittrici e gli scrittori lo sanno bene, anche quelli più affermati, che non è mai scontato riempire una piazza, ma a Petriolo è successo ed è stato grazie all’inarrestabile entusiasmo e professionalità con cui le quattro organizzatrici del festival continuano da cinque anni ad alimentare questo progetto, sempre più ambizioso.
Si chiamano Simona, Lucia, Tania e Umberta, sono prima di tutto amiche e poi cofondatrici dell’associazione culturale LiberaMente. Hanno cominciato anni fa organizzando piccoli eventi culturali, poi si sono lanciate in un progetto utopico e rischioso: dare vita a un festival letterario di più giorni, con tanti ospiti e una macchina organizzativa estremamente più complessa. Anno dopo anno, grazie a un lavoro di comunicazione attento e assiduo, hanno convinto e attratto sempre più persone fino al successo di questa ultima, quinta edizione.
La cosa più sorprendente è che ognuna di loro non vive né si sostenta con il festival: sono tutte immerse dentro vite, lavori full time e famiglie che esigono e prendono quasi tutto lo spazio e il tempo. Eppure la dedizione e l’impegno che sanno mettere nell’organizzazione e gestione di questo evento ha lo stesso livello di professionalità dei grandi festival letterari nazionali.
Sembra quasi impossibile che queste quattro donne siano state in grado da sole di realizzare questo piccolo miracolo, che fa ripartire tutti gli ospiti con la stessa sensazione, quella di aver vissuto un’esperienza di condivisione straordinaria e la certezza di voler tornare.
Il tema di quest’anno era: Abitare il mondo. Credo che a Petriolo, al festival Tempo di leggere, ci sia ancora la possibilità di tornare ad abitare un mondo accogliente e sicuro, dove poter togliersi le scarpe, tirare un bel respiro di sollievo e sentirsi a casa.


