Diamo ai bambini di Gaza un posto nelle nostre strade

C’è qualcosa di meravigliosamente semplice nel dare un nome a una strada, a una piazza o a un giardino pubblico: non costa quasi nulla. Certo, non mette fine a una guerra. Non sfama un bambino affamato né ricostruisce una scuola distrutta. Eppure fa qualcosa di cui le società democratiche hanno disperatamente bisogno: dice, in un luogo che tutti possono vedere, che noi ricorderemo. È per questo che alcune città italiane e comunità in Europa hanno iniziato a dedicare spazi pubblici ai bambini di Gaza.

Il gesto ha però suscitato polemiche in alcuni luoghi. Ad esempio, in Italia, nel piccolo comune di Pontenure, nella provincia di Piacenza, pochi giorni fa il consiglio comunale non ce l’ha fatta ad  approvare una proposta di questo tipo. 

Perché? Quando una comunità sceglie chi ricordare nello spazio pubblico, sta necessariamente facendo politica?

Personalmente, la mia risposta è secca e è “no”. Un bambino non è una politica estera. Un bambino morto non appartiene a una parte politica. Per questo a Casamarciano, in Campania, il Comune ha rinominato Via Trivio, nella zona dei 40 Moggi, Via dei Bambini di Gaza. L’amministrazione locale ha presentato la decisione come un atto di memoria e come un’affermazione del principio secondo cui i bambini hanno diritto a un futuro. A Modena, nel marzo 2026, si è scelto di dedicare alle bambine e ai bambini di Gaza l’area giochi del Parco Amendola. In altri comuni, come Torchiarolo e Conversano, sono state avanzate proposte che allargano esplicitamente il perimetro della memoria: “i bambini di Gaza e tutti i bambini vittime delle guerre”. È una formula interessante perché mostra che le due cose non sono necessariamente in contraddizione: si può partire da una tragedia specifica e, da lì, affermare un principio universale.

Le città hanno sempre utilizzato gli spazi pubblici per decidere chi ricordare. Le strade portano i nomi di re, generali, scrittori, politici, santi, combattenti della Resistenza e presidenti. Le piazze commemorano battaglie e rivoluzioni. I monumenti conservano la memoria di vittorie e sconfitte. Lo spazio pubblico è, in parte, una mappa della memoria collettiva.

Perché, allora, i bambini, e nello specifico i bambini di Gaza, dovrebbero esserne esclusi?

Qualcuno potrebbe muovere un’obiezione anche abbastanza banale: perché Gaza? Perché non i bambini uccisi in Ucraina, in Sudan, in Yemen, in Myanmar, in Israele o in qualsiasi altra guerra? La risposta non può essere che i bambini di Gaza valgano più degli altri. Non è necessario sostenerlo, e sarebbe un argomento difficile da difendere. La memoria pubblica, però, non funziona soltanto per categorie universali. Funziona anche attraverso casi concreti. Una città può scegliere di ricordare una particolare tragedia senza affermare che quella sia l’unica tragedia degna di memoria. È la stessa differenza che esiste tra dire “ricordiamo tutte le vittime delle guerre” e decidere, in un determinato luogo, di ricordare per nome le vittime di una determinata guerra. Il secondo gesto non nega il primo. Gli dà una forma concreta.

E Gaza, in questo senso, non è un nome scelto nel vuoto.

È diventata un simbolo globale della distruzione dell’infanzia durante il conflitto iniziato nell’ottobre 2023; è inoltre un luogo nel quale la morte e la sofferenza dei bambini sono state oggetto di una documentazione e di una mobilitazione pubblica internazionale particolarmente intense. Progetti come Each Child a Light, nel Regno Unito, cercano proprio di sottrarre i bambini di Gaza all’anonimato delle statistiche, dedicando un singolo elemento dell’opera a ciascun bambino. A Brooklyn, nel 2026, l’artista Phil Buehler ha realizzato un memoriale pubblico costruito intorno ai nomi dei bambini uccisi a Gaza.

Questo non dimostra che Gaza debba essere ricordata e gli altri no. Dimostra qualcosa di più semplice: che una comunità può essere chiamata a ricordare una tragedia specifica perché quella tragedia, in quel momento, ha interpellato la sua coscienza e prodotto una richiesta concreta di memoria. Possiamo anche pensarla in questo modo: una strada dedicata ai bambini di Gaza non deve necessariamente essere una dichiarazione secondo cui un governo ha ragione e un altro ha torto. Può essere una dichiarazione molto più circoscritta: che quelle vite non devono scomparire dentro una statistica. Naturalmente, ciascun cittadino può avere una propria interpretazione delle responsabilità politiche e militari del conflitto (a mio avviso, in questa storia c’è un governo che carnefice e un popolo soppresso). Ma non è necessario risolvere questa o quella disputa politica attraverso un cartello stradale. Un cartello stradale è qualcosa di diverso. È una dichiarazione sulla memoria. Una piazza, una strada, appartiene a tutti proprio perché non appartiene esclusivamente a nessuno. È dunque un luogo appropriato per un messaggio che può essere insieme particolare e universale.

Qualcuno potrebbe infastidirsi parecchio: Gaza è politica. Certo che lo è. Quasi tutto ciò che riguarda una guerra è politico. Ma c’è una differenza importante tra dire “sostengo un determinato programma politico” e dire “voglio che queste vittime siano ricordate”. E soprattutto, c’è una differenza tra scegliere una memoria e pretendere di esaurire la memoria. Una città non deve ricordare tutte le vittime del mondo ogni volta che ricorda una vittima particolare. Altrimenti nessun monumento, nessuna targa, nessuna giornata della memoria sarebbe possibile: ogni memoria dovrebbe contenere tutte le altre.

“I bambini di Gaza”: qualcuno passa davanti al cartello andando al lavoro. Un bambino chiede che cosa significhi. Un genitore glielo spiega. Un visitatore cerca informazioni. Un dipendente comunale inserisce quel nome in un modulo. Un corriere lo digita nel navigatore. La vita quotidiana entra in contatto con la memoria, quella memoria. Con quei nomi, quelle vite, quelle giovani esistenze spezzate. Si può dunque dire “Gaza” senza dire “soltanto Gaza”. Si può ricordare una tragedia particolare senza stabilire una gerarchia tra le vittime. E si può chiedere che un luogo pubblico porti il nome dei bambini di Gaza proprio per affermare, nello stesso gesto, che ogni bambino ha un nome, una famiglia, una storia e un futuro che la guerra non avrebbe dovuto cancellare.

Immagino di passare con mi miei figli sotto un cartello con scritto Via dei Bambini di Gaza. Immagino mi chiedano perché quella strada si chiami così. La risposta potrebbe essere, e semplicemente: Perché dei bambini sono stati uccisi in una guerra e noi crediamo che le loro vite abbiano avuto valore.

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Questo blog nasce dall’incontro di tre persone emigrate volontariamente in età adulta dall’Italia in Svizzera e che in questo Paese hanno realizzato esperienze diverse in vari ambiti lavorativi e culturali. 

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