Il Tennessee si appresta, mentre scrivo, a eseguire Christa Pike, condannata a morte nel 1996 per l’omicidio di Colleen Slemmer, una studentessa di 19 anni che conosceva dal Knoxville Job Corps. Pike aveva 18 anni quando commise il delitto. Se l’esecuzione avrà luogo come previsto, sarà la prima donna giustiziata dal Tennessee in oltre due secoli. È, questo, il dettaglio che ha dominato moltissimi dei titoli dedicati alla vicenda.
Ma la storia di Pike pone anche un’altra, rilevante, domanda: che cosa accade quando una condanna a morte attraversa quasi trent’anni e, nel frattempo, cambiano la persona condannata, la medicina e la nostra comprensione della malattia mentale?
Pike è entrata nel braccio della morte da giovane adulta. Oggi ha quasi cinquant’anni. Secondo la documentazione raccolta dalla difesa, la sua infanzia è stata segnata da abusi sessuali, violenza e trascuratezza. In carcere le sono stati diagnosticati, tra gli altri disturbi, il disturbo bipolare e il disturbo post-traumatico da stress. Nulla di questo cancella la morte di Slemmer. Una diagnosi psichiatrica non equivale a un’assoluzione e non stabilisce automaticamente che una persona non sia responsabile delle proprie azioni. Ma introduce una questione che il sistema della pena capitale fatica a risolvere, ovvero quanto deve pesare la salute mentale di una persona quando si decide se quella persona debba essere messa a morte.
Negli Stati Uniti la Corte Suprema ha vietato la pena di morte per le persone con disabilità intellettiva e per chi, al momento dell’esecuzione, non comprende razionalmente il motivo per cui lo Stato intende ucciderlo. Tuttavia, una diagnosi di grave malattia mentale non costituisce, da sola, una barriera alla pena capitale. Una persona può avere un disturbo bipolare, una grave depressione, schizofrenia o un disturbo post-traumatico da stress e restare eleggibile all’esecuzione.
Il Death Penalty Information Center stima che tra il 20 e il 40% delle persone attualmente nel braccio della morte negli Stati Uniti abbia una grave malattia mentale. Non si tratta di una peculiarità del caso Pike. È un problema strutturale di un sistema nel quale la pena più definitiva viene applicata anche a persone affette da patologie psichiatriche gravi.
La domanda, inoltre, non riguarda soltanto la diagnosi, bensì anche il tempo. Nel 1996 la conoscenza scientifica del trauma, degli abusi infantili e dello sviluppo neurologico era diversa da quella attuale. La ricerca ha approfondito il modo in cui le esperienze traumatiche durante l’infanzia possono influire sul comportamento e sulla salute mentale anche molti anni dopo. È cambiata anche la comprensione dello sviluppo cerebrale dei giovani adulti. Pike aveva 18 anni al momento dell’omicidio. La Corte Suprema ha stabilito che chi commette un reato prima dei 18 anni non può essere condannato a morte, riconoscendo che l’età e lo sviluppo cognitivo hanno rilevanza costituzionale. Pike si trovava appena oltre quella soglia. La legge ha certamente bisogno di confini netti. La medicina, però, descrive processi graduali. La maturità psicologica non arriva necessariamente nel giorno in cui una persona compie 18 anni; il trauma non scompare con il passare del tempo; una malattia mentale non rimane necessariamente identica per tutta la vita.
La difficoltà sta anche nel fatto che “malattia mentale” non è una categoria unica. Una diagnosi può descrivere condizioni molto diverse, con sintomi e livelli di compromissione differenti. Può inoltre cambiare nel tempo. Una persona può essere psicotica in un determinato momento e stabile anni dopo; può sviluppare una patologia durante la detenzione; può ricevere una diagnosi che non era stata riconosciuta al momento del processo. E allora quale persona stiamo giudicando? Quella che ha commesso il reato? Quella che è comparsa davanti alla giuria? Quella che oggi si trova in una cella? Oppure quella che, dopo decenni di carcere, lo Stato si prepara a uccidere? La domanda non implica che la persona sia innocente. Implica qualcosa di più circoscritto: che la responsabilità per un atto passato e la condizione mentale presente non sono necessariamente la stessa cosa.
Sono contrario alla pena di morte. Ma anche mettendo da parte questa posizione “etica”, resta una questione difficile da risolvere: se la società riconosce che la malattia mentale può alterare il comportamento e che il trattamento può modificare la condizione di una persona, perché una condanna dovrebbe rimanere completamente impermeabile a quel cambiamento?
In Ogni prigione è un’isola Daria Bignardi, racconta il carcere non soltanto come il luogo nel quale una persona sconta una pena, ma come uno spazio nel quale quella persona continua a vivere, cambiare e confrontarsi con ciò che ha fatto. La pena di morte interrompe questa possibilità. Chiude ogni possibilità che una persona cambi, venga curata, venga rivalutata.
A fronte di ciò, la vicenda di Christa Pike non dovrebbe essere raccontata soprattutto come la storia della prima donna che il Tennessee giustizia dopo oltre due secoli. È la storia di una persona che aveva 18 anni quando commise un omicidio, che ha trascorso quasi tutta la propria vita adulta nel sistema carcerario e alla quale sono state diagnosticate gravi condizioni psichiatriche. Trent’anni sono abbastanza perché cambi una persona. Sono abbastanza perché cambi la medicina. Sono abbastanza perché cambi ciò che sappiamo del trauma e dello sviluppo mentale. La sentenza, invece, è rimasta quella del 1996.

