Cosa turba in Adolescence

Ho recuperato anch’io la serie Netflix di cui tutti hanno parlato per mesi: Adolescence. Ci ho messo un po’ a decidermi perché temevo che l’argomento, ma soprattutto lo stile scelto per raccontarlo, sarebbero stati troppo impattanti sulla mia iper sensibilità materna.

Non è successo. La serie è toccante e la scelta della presa diretta arpiona e stringe al collo per tutti e quattro gli episodi. Nonostante questo non mi ha turbato. Piuttosto commosso, con brevi immagini potentissime, presenti in ognuno dei quattro episodi.

La miniserie britannica del 2025 è stata ideata da Jack Thorne e Stephen Graham e diretta da Philip Barantini. La storia inizia con l’irruzione violenta della polizia in casa della famiglia Miller per prelevare il tredicenne Jamie, accusato di omicidio. La scena, con la presa diretta che tiene tutti, spettatori compresi, dentro una tenaglia di tensione e apnea che sembra infinita, prosegue fuori senza darci il tempo di riprendere fiato e elaborare lo shock. Entriamo nella macchina insieme a Jamie, anzi letteralmente seduti al suo fianco, con i singhiozzi, i gesti convulsi scatenati dal panico, gli occhi braccati che non trovano appigli, fino alla centrale di polizia. Tutto il primo episodio si svolgerà all’interno di questi spazi, tra la cella in cui viene messo il ragazzino in attesa dell’arrivo del suo tutore, l’ambulatorio dove gli faranno dei prelievi di sangue, la sala d’attesa dove l’avvocato d’ufficio incontrerà i suoi genitori e infine la sala degli interrogatori dove tutta la situazione verrà finalmente chiarita anche a noi.

L’aspetto che ritengo più geniale sta nel punto di vista. Non possiamo mai staccarci da Jamie e dalla sua paura, anche quando per pochi minuti la macchina da presa segue altri personaggi noi restiamo lì, aggrappati a quel viso stravolto e ancora molto infantile, a chiederci che razza di folle errore giudiziario lo sta torturando in quel modo. Tutto questo viene inevitabilmente convalidato dal suo continuo ripetere “Io non ho fatto niente di male!” che dilania perché ci si crede. Come si può accusare di omicidio un bambino tanto spaventato che anche guardando il padre negli occhi continua a ripetere la sua verità?

Poi il colpo di scena e tutto cambia. Tramortiti dalla sorpresa rimaniamo sconvolti e increduli, mentre i titoli di coda ci liberano finalmente dalla morsa.

Anche gli episodi successivi trascinano dentro le situazioni in maniera quasi vertiginosa. Soprattutto nel secondo, durante il quale seguiamo l’ispettore Mascombe e la sergente Misha Frank entrare e uscire da varie classi della scuola di Jamie Miller per parlare con gli studenti e gli amici di Jamie e di Katie, la ragazza uccisa.

Si arriva a percepire un senso di nausea, non tanto per i continui movimenti della macchina da presa che entra ed esce da spazi caotici, con ragazzini che sembrano usciti tutti da un riformatorio e insegnanti trafelati e evidentemente in difficoltà a gestire le classi. Il senso di smarrimento deriva più dal vuoto di senso in cui sembrano annaspare i due poliziotti, che non riescono a venirne a capo, né del movente, né dell’arma del delitto, il coltello che non è stato ritrovato. Sembra che aleggi una sorta di patto di omertà tra tutti i ragazzi, che non intendono collaborare con gli adulti per aiutarli a capire.

Comincia a emergere nettamente il fulcro intorno a cui ruota tutta la vicenda: l’inconsapevolezza degli adulti di fronte alla solitudine e all’ alienazione che gli adolescenti provano e che tentano di compensare rintanandosi in quell’altro mondo, quello on line, senza disporre degli strumenti per decifrarlo e difendersi.

Emergono le prime parole, che il figlio adolescente dell’ispettore gli getta addosso come chiavi per decifrare tutta la vicenda, ma l’uomo non è in grado di comprendere, è confuso, chiede al figlio di ripetere più lentamente.

Sembra completamente all’oscuro di tutto quel linguaggio alla base del fenomeno della manosfera: pillola rossa per comprendere finalmente la realtà che ci circonda, la proporzione 80 a 20 che spiega perché l’80% delle donne sono attratte solo dal 20% degli uomini e questa teoria innesca la frustrazione e l’odio degli incel (celibi involontari). L’ispettore intuisce che si tratti di bullismo on line, ma resta tutto nebuloso, troppo al di fuori della sua sfera di azione.

Poi la serie continua riportandoci su Jamie ed il suo colloquio con la psicologa incaricata di stilare un rapporto sul ragazzo. Le sorprendenti capacità attoriali di Owen Cooper emergono in questo episodio in tutta la sua bravura. I cambi emotivi graduali o repentini vengono accentuati da espressioni e gestualità realistiche e molto convincenti. I due sembrano attraversare tutte le fasi di una relazione sentimentale, dal sincero piacere di ritrovarsi, all’imbarazzo, che si fa disagio e poi rabbia e dopo ancora incredulità, paura, disperazione. Un dialogo serrato e continuo che non ci fa uscire da quella stanza senza tachicardia e un bisogno disperato di capire cosa passi nella mente di Jamie. Ma non ci sono risposte in questa storia. Solo fatti e tentativi di comunicazione, per lo più fallimentari.

Una densa e vischiosa sensazione di impotenza ci colpisce prima di congedarci da una tragedia che non abbiamo capito come si sarebbe potuta evitare. Fino all’ultimo confidiamo di trovare il colpevole, l’origine del male, il padre forse, troppo assente, troppo poco affine a mostrare le proprie emozioni, o la madre, dolente, che trasmette solo una infinita compassione per i suoi tentativi maldestri di riportare sprazzi di gioia in questa famiglia distrutta dal dolore.

Osserviamo voraci la sorella maggiore, alla ricerca degli stessi segni della degenerazione, del morbo che ha colpito il fratello portandolo a uccidere una sua compagna di scuola per essere stato vittima di cyberbullismo. Ma troviamo solo una ragazza afflitta, come lo sarebbe qualunque ragazza e piena di vergogna.

Credo che sia questo l’obiettivo degli autori e del regista di questa potentissima miniserie: trasmettere tutto il disorientamento degli adulti, l’inconsapevolezza di fronte a quel mondo oscuro del quale sappiamo troppo poco. L’incapacità di trovare una modalità di comunicazione profonda rimane al centro di tutte le dinamiche analizzate e quello che rimane è un assordante campanello d’allarme per noi adulti, per tutto quello che non stiamo provvedendo a fare, a partire dalle istituzioni scolastiche.

Perché quello che emerge da questo prodotto televisivo è un sistema sociale e culturale allo sbaraglio, dove le emozioni non vengono comprese e legittimate e dove la rabbia sfocia senza confini nella violenza, ad eliminare e a sentirsi totalmente legittimati a farlo.

Adolescence disturba, ma non perché racconta di mostri bambini, ma perché svela dove si creano quei mostri, dietro le porte chiuse di camerette colorate, piene di poster e peluche, davanti a schermi che illuminano visi imberbi di bambini che non sanno come diventare uomini e ai quali noi non abbiamo risposto.

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Questo blog nasce dall’incontro di tre persone emigrate volontariamente in età adulta dall’Italia in Svizzera e che in questo Paese hanno realizzato esperienze diverse in vari ambiti lavorativi e culturali. 

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