Ci commuoviamo davanti a un cane abbandonato. Paghiamo cure veterinarie costose per salvare il nostro gatto. Ci indigniamo quando un animale domestico viene maltrattato. Eppure, fuori dalle mura di casa, la nostra sensibilità sembra incontrare un confine. Perché la sofferenza di alcuni animali ci appare intollerabile, mentre quella di altri resta una componente accettata della vita quotidiana? Mucche, maiali e pollame diventano alimenti attraverso sistemi di allevamento intensivo che possono imporre condizioni di vita estremamente dure. Topi e altri animali vengono impiegati nella ricerca scientifica e nei test di laboratorio. Sappiamo che esistono, conosciamo almeno in parte le condizioni in cui vivono questi animali e, nonostante questo, continuiamo a tollerarle. Proviamo compassione di fronte a queste crudeltà, ma lo facciamo in modo selettivo: la nostra empatia sembra dipendere non soltanto dalla sofferenza che osserviamo, ma anche “dal posto” che assegniamo a chi la subisce.
Per secoli, nella tradizione occidentale, l’essere umano si è collocato al vertice di una gerarchia naturale che legittimava il suo dominio sulle altre specie. Gli animali erano utili, necessari, talvolta amati, ma raramente riconosciuti come soggetti meritevoli di considerazione morale per se stessi. La loro sofferenza contava soprattutto quando interferiva con gli interessi umani. Oggi il quadro è cambiato. Il benessere animale occupa uno spazio crescente nel dibattito pubblico, le norme si sono evolute e la sensibilità collettiva sembra più attenta alla vita e al dolore delle altre specie. Ma quanto sono solidi i valori che proclamiamo, se siamo disposti a difenderli soltanto quando non mettono in discussione le nostre abitudini? E, soprattutto, chi stabilisce quali forme di sofferenza meritino di essere riconosciute e quali possano essere considerate un prezzo accettabile del progresso, del consumo o della comodità?
In Uomini e animali. Breve storia di una relazione complicata, pubblicato da il Mulino nel 2021, la storica Giulia Guazzalocca ricostruisce l’evoluzione della sensibilità nei confronti degli animali, soffermandosi sulle trasformazioni culturali e sociali che, tra la fine del Settecento e il corso dell’Ottocento, contribuirono a ridefinire il rapporto tra esseri umani e altre specie (assieme ad Alessandro Vaccari, ho intervistato la professoressa Guazzalocca e potete ascoltare la registrazione qui:
https://www.spreaker.com/episode/uomini-e-animali-una-relazione-ancora-complicata–75684576). Una delle svolte intellettuali più significative arrivò dal filosofo Jeremy Bentham, che spostò il centro della questione morale: il punto non è stabilire se gli animali sappiano ragionare o parlare, ma se siano capaci di soffrire. Rispondere a questa domanda significa anzitutto interrogarsi su quali basi possiamo giustificare la sofferenza inflitta a un animale quando non è necessaria, o quando serve soltanto a preservare le nostre comodità. Inevitabilmente, come anche Guazzalocca scrive, questo investe un’altra questione, il modo in cui una società costruisce le proprie gerarchie.
Secondo lo Special Eurobarometer 533 della Commissione europea, pubblicato nel 2023, l’84% dei cittadini dell’Unione ritiene che il benessere degli animali allevati debba essere tutelato meglio, mentre il 90% considera necessario che le pratiche di allevamento rispettino requisiti etici fondamentali. Il 60% dichiara inoltre di essere disposto a pagare di più per alimenti provenienti da allevamenti rispettosi del benessere animale. Anche la ricerca internazionale restituisce un quadro significativo. Uno studio pubblicato nel 2023 sulla rivista Frontiers in Animal Science, condotto su 4.291 persone in 14 Paesi, ha rilevato che, con l’eccezione del Bangladesh, la maggioranza degli intervistati riteneva importante evitare la sofferenza degli animali durante la macellazione. In molti dei Paesi esaminati emergeva inoltre una preferenza per lo stordimento degli animali prima dell’uccisione. Le differenze tra le risposte indicavano, tuttavia, che la preoccupazione per il benessere animale non si traduce ovunque nelle stesse aspettative e negli stessi comportamenti. Cultura, religione e tradizioni alimentari contribuiscono a definire il modo in cui una società traccia il confine tra ciò che considera accettabile e ciò che giudica crudele. Resta però una distanza tra il dichiararsi contrari alla sofferenza e il mettere in discussione i sistemi economici e sociali che la rendono possibile.
Esiste poi un’altra differenza che merita attenzione: quella di genere. Le donne esprimono mediamente una maggiore preoccupazione per la tutela degli animali, sia da compagnia sia da allevamento. Questo dato va letto senza ricondurre la sensibilità femminile a una presunta predisposizione naturale alla cura: farlo significherebbe riproporre proprio quegli stereotipi di genere che assegnano alle donne il compito di accudire e agli uomini quello di esercitare autorità. È più interessante interrogarsi sulle condizioni culturali e storiche che hanno portato molte donne a riconoscere, e talvolta a contestare, le gerarchie che regolano il rapporto tra chi detiene il potere e chi ne subisce le conseguenze.
Il legame tra diritti delle donne e protezione animale non è nuovo. Come ricostruisce Guazzalocca, queste due storie si sono incontrate in più occasioni. Nell’Ottocento, alcune attiviste riconobbero una somiglianza tra le gerarchie che subordinavano le donne e quelle che collocavano gli animali in una posizione d’inferiorità. Donne e animali venivano collocati, seppure in modi profondamente diversi, dalla parte della natura, del corpo e dell’emotività, in opposizione a un ideale di razionalità e autonomia storicamente associato all’autorità maschile. Questa classificazione non era neutrale. Contribuiva a stabilire chi potesse parlare, decidere ed essere riconosciuto come soggetto morale, e chi fosse invece destinato a essere governato, utilizzato o protetto senza poter determinare le condizioni della propria esistenza. Tra le figure più significative di questa stagione c’è Frances Power Cobbe, scrittrice, filosofa e attivista irlandese, nata a Dublino il 4 dicembre 1822. Cresciuta in una società che riservava alle donne spazi limitati nell’istruzione e nella vita pubblica, Cobbe sviluppò una riflessione in cui religione, filosofia e responsabilità morale si intrecciavano con una questione sempre più controversa: la sperimentazione sugli animali. In quegli anni, mentre medici e ricercatori sostenevano che gli esperimenti potessero contribuire a comprendere le malattie e a salvare vite umane, un movimento crescente cominciava a interrogarsi sul prezzo morale di quel progresso. Cobbe si schierò, ad esempio, con decisione contro la vivisezione, portando nel dibattito una convinzione destinata a segnare la sua attività: il dolore non perde importanza perché chi lo prova non può raccontarlo con parole umane. Nel 1863 pubblicò The Rights of Man and the Claims of Brutes, un testo che affronta il rapporto tra i diritti umani e le pretese morali degli animali. Nel 1875 fondò la Victoria Street Society for the Protection of Animals Liable to Vivisection, destinata a diventare uno dei principali punti di riferimento del movimento britannico contro la sperimentazione animale. La sua battaglia non riguardava soltanto una pratica scientifica. Era anche una rivendicazione della legittimità delle donne a intervenire nel dibattito pubblico, contestando un’autorità scientifica e istituzionale in larga parte maschile. Schierarsi affinché gli animali fossero risparmiati dalla sofferenza significava metteva in discussione chi avesse il diritto di definirla necessaria e di decidere quali vite potessero essere sacrificate in nome di un bene superiore.
Nel tempo, la domanda su chi abbia il potere di stabilire quali forme di sofferenza meritino attenzione e quali possano essere ignorate è riaffiorata nei dibattiti sui gruppi esclusi, sulle persone più vulnerabili e sulle forme di dominio che si presentano come naturali. Oggi ritroviamo questa prospettiva nell’ecofemminismo, che indaga le connessioni tra subordinazione delle donne, sfruttamento degli animali e dominio sulla natura, mettendo al centro la questione di chi viene considerato autonomo e chi, invece, viene trattato come una risorsa, interrogandosi sulle logiche che riducono corpi, territori e forme di vita a strumenti al servizio di interessi economici e di potere e mettendo in discussione il modo in cui organizziamo la convivenza, distribuiamo le responsabilità e definiamo ciò che una società considera degno di tutela.
Il libro di Guazzalocca offre una lente per riflettere sul modo in cui la sensibilità verso gli animali è cambiata e le norme si sono evolute, senza che, tuttavia, il riconoscimento morale nei confronti degli animali sia diventato meno selettivo: ne proteggiamo alcuni, ne sfruttiamo altri e spesso evitiamo di soffermarci sulla distanza tra questi comportamenti. Ma, a lettura finita, Uomini e animali. Breve storia di una relazione complicata è, per me, anche un saggio sulla storia dei confini che continuiamo a tracciare intorno a quella che chiamiamo compassione, su quanto siamo disposti a cambiare perché le nostre azioni siano coerenti con i valori che proclamiamo e, soprattutto, su quali forme di sofferenza scegliamo di non vedere quando gli interessi di chi detiene il potere diventano la misura di tutte le cose. È anche un invito a riconoscere che la compassione non è soltanto un sentimento individuale: è una scelta che si misura nelle pratiche quotidiane, nelle strutture economiche e nelle gerarchie che siamo disposti a mettere in discussione. E in una prospettiva femminista, ciò comporta nonlimitarsi a chiedere chi meriti protezione, ma significa interrogare il sistema che decide chi può esercitare potere sugli altri e chi è costretto a subirlo.

