A Odessa: la mia casa tra le macerie, dov’è?

Questa è la storia (vera) di L., di lei non scriverò il nome per esteso, rispettando la sua preghiera. L. viene dall’Ucraina, ma la sua famiglia è russa. Lo è da generazioni o per lo me meno da che L. ne ha memoria, e cioè da quello che le ha raccontato sua madre, la quale ha appreso la genealogia familiare dalla nonna, che ha ascoltato la bisnonna, e così via.

L. è nata sessantuno anni fa nella periferia di Odessa, “città tranquilla, benché “di mare”, che si affaccia sul Mar Nero e ha piazze abbellite con tappeti di rose. In estate le vie del centro cittadino si pullulano di fiori e di nonni e nipoti.” Così descrive L. la sua città e a me viene in mente la riviera ligure. “Camminavano felici…” si corregge L.; felici prima della guerra.

L., che è piccola di statura e ha occhi blu, piccoli anche loro e molto intensi, è stata la direttrice di una prestigiosa scuola di danza a Odessa. Le si illuminano gli occhi quando ripercorre le fatiche e le vittorie dei suoi allievi. “Partecipavamo a importanti competizioni in Ucraina e in Unione Sovietica” – mi dice. Già, l’URSS ricorre spesso nelle sue parole, come quando si alza sulle punte dei piedi e muove qualche passo di una danza popolare che la nonna ballava con lei; oppure quando si commuove ricordando della solidarietà tra le persone e delle amicizie nate sotto il blocco sovietico. Vorrei comprendere fino a che punto ha nostalgia di quegli anni: ma non capisco, dal suo inglese un poco povero di vocabolario, se a mancarle siano le amicizie della giovane età oppure il “sistema” nel quale sono sbocciate. E’ molto riservata, L.

Ha lasciato Odessa due anni fa. Quando è scoppia la guerra, molti dei suoi conoscenti si sono diretti in Russia. Lei ha scelto l’Occidente. E’ fuggita che era quasi notte, in treno. Poi è salita su un bus, che l’ha portata in Belgio. Un viaggio di oltre venti ora. Una piccola valigia con l’essenziale, per quanto “cosa fosse necessario prendere con sé” L. non lo sapeva neppure troppo bene. E’ arrivata sola, con il suo cane. Non ricorda molto di quel tragitto che l’ha portata via dalla guerra. Piange quando ripensa alla sua città e si domanda se sarà ancora là, dove l’ha lasciata, la “sua casa”, situata al terzo piano di un palazzo con nove appartamenti; la cucina così stretta che a mala pena riuscivano a entrare due persone ma il balcone a sud, sempre esposto al sole.

Mi svela la sua intenzione di partire, nelle prossime settimane, per verificare lo stato dell’abitato. Si commuove al pensiero che forse troverà solo mura sfondate. Oppure le sue cose saccheggiate. “Quando tornerai?”, le chiedo. Non lo sa. Teme di essere fermata dalle milizie russe nel suo viaggio all’andata ma, ancor più, al suo ritorno, qui. Il cane non lo porterà, perché potrebbe essere di intralcio, se si dovrà riparare in un qualche rifugio anti-aereo.

“Perché vai?”, le chiedo. Mi risponde mentre volge lo sguardo altrove: “Là sono le mie cose. Là la mia vita, il mio passato, costruito con sacrifici, e i miei ricordi più belli. Sono i miei. Non importa che si trovino in un territorio conteso. A questi affetti voglio tornare.”

Così partirà. Lei che riesce a infastidirmi per come parla dei bei tempi dell’URSS senza ammettere contraddittorio; lei, che con orgoglio e persino sfacciataggine, non manca di ricordare la propria discendenza russa: lei, anche lei, non è che l’ennesima tra i sommersi di questa guerra.

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Questo blog nasce dall’incontro di tre persone emigrate volontariamente in età adulta dall’Italia in Svizzera e che in questo Paese hanno realizzato esperienze diverse in vari ambiti lavorativi e culturali. 

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