Abitare il mondo partendo dalla nostra storia

Vivere non è abitare. I verbi non sono propriamente sinonimi, anche se a volte li usiamo come tali.

Vivere e abitare implicano un coinvolgimento differente: si può vivere in un luogo senza che questo riesca a lasciare tracce sulla nostra pelle, nei nostri ricordi, nella nostra mente. Si può vivere in un luogo senza che esso sia in grado di interagire con il nostro essere, di modificalo.

Abitare è diverso. Pensiamo alla casa, dove ‘abitiamo’, alla piazza in cui ci ritroviamo, alla strada cittadina che percorriamo quotidianamente: spazi che custodiscono colori, profusi, memorie; luoghi che sanno emozionarci e dai quale riceviamo pacificazione.

È capitato anche a voi di stare in un appartamento, un quartiere, una città senza sentirvi comodi o parte integrante di quel luogo, percepito piuttosto come una sorta di mero contenitore che non vi appartiene?

Oggi che non abbiamo radici, che ci spostiamo – in tanti ci spostiamo – da una città all’altra, da un Paese a un altro, per amore, lavoro o voglia di cambiamento.. ecco, oggi, come possiamo ‘abitare’ una casa, una città, una biblioteca, un “altro” luogo, insomma?

Mi torna in mente una conferenza sul legame tra architettura e identità, tra ambiente naturale e qualità del costruito, tenuta a Lugano, un paio di anni fa, dall’architetto ticinese Mario Botta: mi colpì il modo in cui egli sottolineasse, in quell’occasione, l’importanza della dimensione collettiva di quello che chiamava “fatto architettonico”. Sono i valori collettivi che modellano luce e spazio così da dare al costruito un significato simbolico riconosciuto e condiviso. Nei giochi di gravità e di luce, proporzioni ed elementi costitutivi, forme primarie, geometrie e materiali naturali – diceva Botta – l’architettura assume appunto e inevitabilmente un carattere collettivo, espressione di quei valori che hanno fatto la Storia del territorio in cui viviamo. 

Ecco dunque: ci sentiamo a casa e possiamo abitare luoghi che, evocando e rafforzando territorio e storia, rispettano il genius loci, espressione latina che indica il talento (genius) del luogo (loci) e la sua natura unica e distintiva. Il sociologo Francesco Morace ci invita a pensarlo come il battito del nostro cuore: è ciò che ci fa vivere: “potremmo dire che la nostra identità è costituita in un continuo gioco di specchi tra battito e respiro: il sangue che arriva al nostro cuore si ossigena respirando, e l’aria che respiriamo giunge dal di fuori. Detto fuori di metafora, i fenomeni globali offrono un’opportunità importante a sostegno di una rapida circolazione di chi siamo, del nostro genius loci”.

Ritornando al concetto dell’abitare (vs il vivere), l’architettura di Botta e la riflessione di Morace offrono strumenti per poter sentirci “a casa” in posti diversi e lontani dalle “mura” entro le quali siamo cresciuti: si tratta di essere consapevoli dei nostri valori e della nostra identità, da giocare poi nella partita globale, viaggiando e non chiudendoci dietro muri.

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Questo blog nasce dall’incontro di tre persone emigrate volontariamente in età adulta dall’Italia in Svizzera e che in questo Paese hanno realizzato esperienze diverse in vari ambiti lavorativi e culturali. 

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