Durante una lezione con i miei studenti di italiano di livello avanzato abbiamo approfondito la storia della scrittrice premio Pulitzer Jhumpa Lahiri. Nata a Londra da una famiglia di origine bengalese, per poi stabilirsi negli Stati Uniti, Jhumpa Lahiri ha cominciato la sua carriera letteraria con la sua lingua di riferimento, l’inglese. Dopo un primo folgorante viaggio in Italia, a Firenze con sua sorella, la scrittrice ha sentito da subito una forte attrazione verso la lingua italiana.

“L’italiano sembrava già dentro di me” scrisse Lahiri in seguito, “e, al tempo stesso, del tutto esterno. Non sembrava una lingua straniera, benché io sappia che lo è. Sembrava, per quanto possa apparire strano, famigliare”.

Anni dopo deciderà di trasferirsi con l’intera famiglia a Roma e da quel momento comincerà una profonda e turbolenta relazione amorosa con l’italiano, come lei stessa l’ha definita, una sorta di innamoramento irreversibile e non corrisposto che la porta con grande determinazione a cambiare la lingua dei suoi scritti dall’inglese all’italiano.

“In altre parole” uscito per Guanda nel 2015, è il primo di una serie di libri scritti in italiano, composto da brevi racconti e aneddoti simbolici che riflettono sul rapporto con la lingua, il concetto di identità e appartenenza ad un luogo. Ho pensato fosse motivante per una classe di studenti che già padroneggiano la lingua sentire con quanta passione e sincerità lei racconta del suo percorso di apprendimento e di assimilazione di una cultura così lontana dalla sua. Nelle interviste emerge subito l’accuratezza nelle sue scelte lessicali, la voce lenta e sinuosa che si adatta alle frasi, come una partitura musicale ricercata e sofferta che finalmente si svela.

In un suo libro successivo del 2022,  “Racconti romani”, Lahiri si addentra ad esplorare e descrivere anche il luogo della sua formazione linguistica, Roma, la città mosaico, come lei stessa la definisce, che l’ha accolta e trasformata.

In un’altra intervista dichiarerà: “È una città in cui sono rinata e ho cambiato tutte le mie prospettive e spero di essere diventata una persona più aperta, migliore.”

Questa dichiarazione ha continuato a girarmi nella testa molto dopo aver finito la mia lezione. Ne ho parlato con altre persone, ho continuato a pensarci finché ho provato a dare parole a quelle mosche ronzanti.

Credo che la mia grande impressione derivi dal fatto di sentire una straniera intellettuale e benestante parlare di rinascita in Italia, dopo essersi trasferita volontariamente per puro interesse verso il Paese e soprattutto per il fervente desiderio di apprenderne la lingua.

Siamo così abituati ormai a parlare dell’Italia per frasi fatte come di un luogo da cui fuggire, in cui non è più tanto piacevole viverci se sei italiano, per esempio: “Ma cosa tornate a fare?” rivolto prevalentemente a noi expat, oppure “È il paradiso dei vacanzieri e l’incubo dei residenti”. Apprendere la sincera confessione di una scrittrice inglese che in Italia sente di essere diventata una persona migliore, commuove e stranisce allo stesso tempo.

Ma allora quanto incide realmente il luogo sull’identità di una persona, o meglio, quanto determina le scelte e i percorsi individuali?  Da che parte stiamo noi? Da quella di chi pensa che nascere in un determinato luogo, in una specifica provincia o grande città, faciliti o ostacoli la costruzione della propria personalità? O di chi pensa che il temperamento individuale è più forte del luogo in cui si cresce?

Facciamo esempi concreti: c’è chi sostiene che la provincia annienti la spinta a sognare, che per una serie di caratteristiche culturali e sociali, le persone nate in provincia manifestino un approccio rinunciatario verso l’ambizione, tirando verso il ridimensionamento anche le generazioni più giovani. Al contrario, crescere in una grande città multiculturale e dall’energia palpabile e vibrante ampli gli orizzonti immaginifici. Bisognerebbe a questo punto distinguere anche tra centro e periferia, che evidentemente partono da parametri diversi in fatto di opportunità ed accessi.

E chi se ne va? È perché dispone di risorse intellettive o introspettive più consistenti che gli permettono di rinnegare il proprio luogo d’origine?

Se così fosse perché c’è chi a Roma rinasce e chi ci muore male?

Non ho risposte chiare a queste domande e neanche crucci; pormele e porvele mi da più soddisfazione.

L’unica cosa certa in cui credo è che un luogo ci voglia, “ …non fosse che per il gusto di andarsene via”, come scrisse Cesare Pavese, “per sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”.

L’obiettivo di un luogo è respingerti o inglobarti. Non ci sono vie di mezzo temo. Sono dolorose e rassicuranti entrambe le prospettive. È comodo sentirsi parte di un luogo quanto per altri è elettrizzante non appartenere a nessuno e poi ci sono i casi come quello di Jhumpa Lahiri che ha riconosciuto il suo luogo, che non era quello che le è stato assegnato alla nascita e ha lottato per accedervi con tutte le sue forze.

Io per esempio non posso affermare di essere rinata in Svizzera, come è successo a tante persone che conosco e che qui hanno trovato la loro massima espressione lavorativa e identitaria. Ma del resto sono certa che non rinascerei neppure tornando in Italia. Perché la mia indole è sempre stata inquieta e nostalgica, indipendentemente dal luogo in cui ho vissuto.

Forse il punto sta nel riconoscerlo il proprio luogo, con tutti i suoi limiti e i suoi pregi e fare uno sforzo per scollarci dal suo panorama e ridefinirci come esseri mobili, malleabili, in grado di poterlo guardare da prospettive diverse. Non siamo la nostra casa, non siamo parte delle pareti, del mobilio, l’abitiamo soltanto, ma possiamo uscire, guardarla da fuori, osservarla da lontano e restituirci la libertà di identificarci come vogliamo, indipendentemente dal nostro luogo.

Forse la massima libertà cui possiamo aspirare è di essere in pace con il proprio luogo, non usandolo come scusa per ogni rimpianto, né come pretesto per giustificare le nostre scelte, non maltrattandolo fingendo di vederci solo il marcio, c’è chi in quello stesso luogo ha avuto una seconda occasione, ma anche chi si è sentito schiacciare e lo ha lasciato.

Prendere, in sostanza, senza farci prendere, per poterci permettere di essere persone migliori ovunque ci troviamo.