Da alcune settimane si può trovare su Netflix un documentario di Louis Theroux, affermato giornalista e regista inglese, su un tema centrale e molto controverso: la manosfera.
Il documentarista, nonostante le forti reticenze iniziali, è riuscito a ottenere da alcuni dei più importanti influencers di questa specifica comunità on line il permesso di incontrarli e seguirli all’interno delle loro attività di podcaster, instagramer e tik toker.
Ma facciamo un passo indietro e definiamo meglio di cosa stiamo parlando. La manosfera, termine coniato in inglese usando le parole man e blogosphere, è una vasta comunità on line di uomini che si dirama a sua volta in vari sottogruppi come gli INCEL (involuntary celibate) o i MGTOW (Man going their on way) e altri, che condividono teorie sessiste e misogene, esaltando i valori tradizionali della mascolinità machista.
Attraverso contenuti diffusi sui social e su You tube diversi influencers, prevalentemente inglesi e americani, hanno ottenuto una sorprendente popolarità, trasformandosi in alcuni casi in veri e propri guru e coach motivazionali, seguiti ed emulati da centinaia di migliaia di ragazzi e uomini.
Tra questi uno dei più noti e controversi è indubbiamente Andrew Tate, un imprenditore ed ex kick boxer statunitense che è stato bannato permanentemente da Instagram, Facebook , Tik Tok e You Tube a causa dei suoi contenuti ritenuti misogini, sessisti, razzisti, abilisti e che comprendevano anche istigazione alla violenza e colpevolizzazione delle vittime di violenza sessuale. Nel corso degli anni Andrew con il fratello Tristan ha ricevuto condanne per evasione fiscale e accuse di sequestro di persona, traffico di esseri umani e sfruttamento della prostituzione da parte dei pubblici ministeri della Romania e Regno Unito.
Louis Theroux ha voluto provare a comprendere più a fondo i valori che definiscono l’ideologia del movimento e soprattutto a indagarne l’origine. Si è così spostato tra Marbella, Miami e New York per raggiungere alcuni tra gli esponenti attualmente più in voga come Harrison Sullivan, Sneako e Myron Gaines.
Alcuni aspetti immediati che accomunano tutti i soggetti intervistati sono il culto del corpo palestrato, l’esibizione compiaciuta di macchine e abitazioni di lusso e una spavalderia blanda e contraddittoria che il sagace Theroux non ha impiegato molto a far traballare.
La contraddizione è palese e neppure troppo celata. Harrison Sullivan per esempio sponsorizza applicazioni a pagamento a contenuto erotico-pornografico come OnlyFans per poi chiarire apertamente durante l’intervista di disprezzare quel mondo e le ragazze che scelgono di utilizzarlo per monetizzare.
Tutte le donne che vengono esposte come contenuti dai vari influencers arrivano solo da quel mondo. Come nel caso di Myron Gaines, famoso per il suo podcast Fresh and Fit dove invita in ogni puntata un gruppetto di ragazze prese da OnlyFans per poi deriderle e umiliarle in diretta. Tutto cambia però nel momento in cui l’intervistatore prova a rivolgere domande alle loro compagne ufficiali, quelle che incarnano i principi dell’unico femminile accettabile, quello oggettivato e passivo, recluso in contesti domestici e fuori dalle luci dei riflettori. L’arrogante sicurezza con la quale parlano della loro bigamia unilaterale, rivendicata quasi come un diritto di genere, lascia il posto a frasi confuse e meno convinte, a sguardi in allerta e risposte contraddittorie.
Perché è evidente che alla base di questo movimento culturale, che ha saputo captare un bisogno di attenzione e condivisione di una specifica categoria di uomini, non c’è un’ideologia chiara e fondata. Ci sono individui che hanno colto l’affare e si stanno arricchendo spropositatamente a spese di centinaia di migliaia di ragazzi e uomini che stanno cercando punti fermi per orientarsi in questa società che cambia a una velocità inarrestabile.
I valori tradizionali della mascolinità patriarcale si stanno lentamente sradicando, grazie ai movimenti femministi, ma anche a tutte le lotte di rivendicazione della comunità LGBTQ+ e a un’evoluzione sociale inevitabile. Questo comporta per moltissimi uomini, che non hanno il background culturale o gli strumenti necessari, di incappare in una profonda crisi di identificazione e soprattutto a una percezione di solitudine e di rabbia che li spinge a cercare altri individui nella stessa situazione per creare gruppo.
La manosfera ha intercettato questo punto nevralgico e agisce reinstaurando quegli stessi valori dai quali la società si sta allontanando. Non a caso viene usato un simbolismo molto efficacie tratto dal film Matrix. I componenti della manosfera parlano del “prendere la pillola rossa” (che nel film conduceva al mondo reale) proprio per idealizzare la loro presa di coscienza sulla realtà e sulla grande “truffa” che la società nasconde. Una società che vuole abbattere la forza virile, piegare i soggetti a puri servitori dei poteri forti. Non a caso le teorie del complotto ci sguazzano ampiamente all’interno dei dibattiti della comunità.
Un altro elemento comune a tutti i soggetti intervistati è un’infanzia e giovinezza vissute nel disagio sociale, dato da episodi continui di violenza da parte di uno o entrambi i genitori, precarietà economica, degrado. Gli stessi elementi che caratterizzano gran parte di coloro che aderiscono a questi gruppi. Soggetti abbandonati dalla società, emarginati, soli.
Perché l’individualismo è un fattore determinante sia del messaggio portato (“Devi tirarti su da solo, perché a nessuno importa di te, nessuno verrà a salvarti.”, sia del punto di partenza che spinge a cercare una comunità: la solitudine in cui soprattutto la società americana ha condannato i suoi cittadini. È vero, non esiste più nessun supporto sociale se perdi il lavoro, se hai problemi di salute e non hai i soldi per curarti, se vivi ai margini e non puoi permetterti di studiare.
Il grande sogno americano che è imploso in sé stesso, lasciando quelli che prima venivano definiti i “capi famiglia” senza più coordinate, spaventati e soli. E cosa succede quando si è confusi e arrabbiati? Si cerca un nemico da odiare ed ecco che la manosfera arriva a raccogliere tutti questi esuli, facendogli credere che non è vero niente. Che i gay sono ancora un abominio da debellare e che le donne vanno prese per i capelli e riportate in casa, perché loro, i maschi, sono ancora al centro e solo con la forza e la virilità che li contraddistingue come esseri superiori possono riequilibrare il mondo.
La verità che si cela dietro a questo marchingegno perfetto è che lo scopo primo di chi gestisce i giochi rimane soltanto quello di fare più soldi possibili. Perché per ogni contenuto offerto c’è la sponsorizzazione di applicazioni di investimenti finanziari in cui chi le pubblicizza ci guadagna comunque, non appena l’ingenuo fruitore ci casca e si iscrive per emulare il suo mito palestrato, circondato da donne sensuali e lusso. Tutto ciò che viene mostrato è strumentalizzato al fine di ottenere un guadagno. E come fanno per tenere sempre più fedeli i propri seguaci? Offrono contenuti sempre più estremi e provocatori, assecondando la rabbia sociale: insulto in diretta le ragazze che non ti fileranno mai, come vorresti fare tu, ti mostro una rissa pianificata per mostrarti cosa si prova a pestare di botte un povero malcapitato durante una diretta. Perché anche tu lo vorresti fare, come vorresti le mie auto, i miei muscoli, il mio successo. L’invidia, lo sappiamo bene, produce emulazione e in questo contesto diventa altamente rischioso.
La conseguenza è l’istigazione alla violenza che trova poi terreno fertile nei più giovani, quei ragazzini che non hanno ancora gli strumenti per scindere, risvegliando il proprio senso critico.
Quello che rimane alla fine di questo documentario, che tutti dovrebbero vedere, non è rabbia, solo una profonda tristezza e pena per i modelli esaltati e per quanto attecchiscano ancora in una società confusa, fatta di individui isolati, ignoranti e di conseguenza facilmente manipolabili.
La pena subentra al rancore, nonostante in quanto donna, rappresenti il primo bersaglio verso cui si scatena questa famigerata comunità. Affiancata tra l’altro dal sostegno neppure troppo velato dello stesso presidente degli Stati Uniti, che spesso durante discorsi ufficiali ha dimostrato di non disdegnare lo stesso gergo linguistico, disprezzante, per non dire infamante verso le donne e le persone appartenenti alla comunità LGBTQ+ . Oltre a condividere con alcuni dei rappresentanti denunce e condanne per maltrattamenti e molestie.
Io non credo però, in definitiva, che la manosfera o chi per essa sarà in grado di arrestare il cambiamento sociale e culturale che, seppur tra ostacoli e inciampi, prosegue il suo processo. Ho molta fiducia nelle generazioni Z e Alpha. La sensibilità verso le problematiche ambientali, lo sguardo aperto e la capacità di adattabilità, la percezione molto meno stereotipata dei generi, l’audacia espressiva e la determinazione a sradicare la percezione statica e obsoleta del lavoro, sono solo alcuni dei segnali che mi rassicura osservare, che spostano la mia attenzione, dal rimbombo confuso di un passato che tenta di resistere, ad altri mondi possibili, tutti da ripensare e lentamente ricostruire.


